Prof. Ennio Codini, Lei è autore del libro La cittadinanza. Uno studio sulla disciplina italiana nel contesto dell’immigrazione edito da Giappichelli: quale valore e significato assume la cittadinanza nel contesto dell’immigrazione?
La cittadinanza. Uno studio sulla disciplina italiana nel contesto dell’immigrazione, Ennio CodiniPer gli immigrati e i loro figli la cittadinanza è spesso una meta, è il compimento di un percorso da ospiti non sempre ben accetti a membri a pieno titolo della comunità. Alcuni sono più sensibili al dato simbolico (essere italiani!), altri meno; alcuni sono interessati ai diritti politici, altri no; alcuni guardano soprattutto ai vantaggi pratici, ad esempio quanto al viaggiare o al trasferirsi all’estero. In generale comunque c’è l’idea di divenire membri a pieno titolo della comunità coi relativi vantaggi. Gli italiani, d’altra parte, vivono questo procedere verso la cittadinanza degli immigrati e dei loro figli con sentimenti contrastanti. Alcuni guardano con favore, seppur non senza qualche preoccupazione, alla prospettiva di un popolo multietnico, considerando la diversità una ricchezza. Altri invece paventano uno stravolgimento dell’identità del popolo.

Quali diverse idee di cittadinanza esistono?
Gli italiani più ostili al procedere degli immigrati e dei loro figli verso la cittadinanza hanno spesso una concezione etnica di quest’ultima. Pensano cioè che il cittadino dovrebbe avere quei tratti di “italianità” che si sono manifestati nell’Otto-Novecento quando gli italiani sono emersi come un gruppo particolare di europei, con una propria lingua, di tradizione se non di fede cattolica, con determinati usi e costumi. Perciò il procedere degli immigrati e dei loro figli verso la cittadinanza appare ai loro occhi come la minaccia di uno stravolgimento. Perché molte di queste persone non sono europee, conoscono poco l’italiano, sono legate a tradizioni religiose diverse da quella cattolica e hanno usi e costumi differenti, e se appare ragionevole che apprendano l’italiano appare invece impossibile o comunque improbabile che si “italianizzino” pienamente nei termini della concezione etnica.

Accanto a tale concezione ne troviamo però un’altra, quella civica. Seguendola al nuovo cittadino si chiede essenzialmente di conoscere e accettare le regole che governano la vita pubblica: tutti hanno eguali diritti, chi vince le elezioni governa ecc. Differenze concernenti altri aspetti della vita non sono invece rilevanti e possono anche apparire una ricchezza. Anche chi ha una tale concezione può guardare con preoccupazione al procedere degli immigrati e dei loro figli verso la cittadinanza, perché molte di queste persone sono legate a culture dove le regole della vita pubblica sono assai diverse dalle nostre, dove è ad esempio sconosciuta la democrazia o le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini. Però chi ha una concezione civica può anche essere fiducioso perché i connotati del cittadino propri di tale concezione possono apparire più facili da acquisire di quelli etnici ricorrendo le giuste circostanze.

Come si è evoluto nel nostro Paese l’istituto della cittadinanza?
La legislazione italiana è sempre stata molto legata alla concezione etnica. Anche per questo si è privilegiata la trasmissione della cittadinanza per via familiare: dai genitori ai figli; da un coniuge all’altro. È la famiglia infatti che riproduce nel tempo l’identità etnica. L’acquisto a prescindere dai legami familiari – ossia quello che ordinariamente riguarda gli immigrati – è stato invece sempre ostacolato, rallentato soprattutto, in vario modo e in particolare con la legge del 1992 tuttora vigente. Quest’ultima prevede per l’immigrato di regola ben dieci anni d’attesa, che in concreto possono diventare anche quindici o venti se nei primi tempi il soggiorno è irregolare, e poi la possibilità di una concessione della cittadinanza a discrezione dell’autorità dopo un procedimento che può durare anche tre o quattro anni. Quanto invece ai figli degli immigrati nati in Italia, la legge prevede un’attesa fino alla maggiore età per chiedere la cittadinanza; a meno che nel frattempo uno dei genitori non sia divenuto cittadino e così gliela trasmetta, cosa che però spesso non accade per i tempi lunghi dell’acquisto da parte degli adulti.
Quest’idea dell’ostacolare e soprattutto del rallentare è sopravvissuta fino ad oggi un po’ per l’approccio difensivo proprio di chi ha una concezione etnica e un po’ per l’idea che una maggiore “apertura” avrebbe incentivato l’immigrazione. Un’idea quest’ultima priva di fondamento – gli studi ci dicono che tra i tanti “motori” dell’immigrazione la disciplina della cittadinanza non conta pressoché nulla – ma tenace nel pensiero di molti.

Come è destinato ad evolversi il rapporto tra immigrazione e cittadinanza?
I dati di questi ultimi anni mostrano che gli immigrati e i loro figli comunque alla fine acquistano la cittadinanza se lo desiderano (e per lo più lo desiderano). Questo ci dice che in fondo tutto quell’ostacolare e rallentare derivante dalla nostra disciplina si rivela inutile a tener fuori dal popolo gli “estranei” secondo la concezione etnica. Credo che i tempi siano maturi per una riflessione collettiva che partendo da questo dato ci porti a una disciplina più razionale. A che cosa ci può servire oggi la disciplina dei modi d’acquisto della cittadinanza? A frenare l’immigrazione? No, l’ho già detto. A impedire che gli immigrati e i loro figli o almeno quanti tra loro sono etnicamente più diversi divengano cittadini? No. Si tratta solo di regolare il come e il quando. E allora? E allora dobbiamo dirci con franchezza anzitutto che la concezione etnica fin qui seguita dalla nostra legislazione è oggi insostenibile; e poi molte democrazie funzionano benissimo senza che i cittadini abbiamo quei tratti comuni da essa pretesi. È piuttosto alla concezione civica che dobbiamo guardare. E allora dobbiamo chiederci semplicemente quale disciplina dei modi d’acquisto della cittadinanza potrebbe essere più adatta ad avvicinare gli immigrati e i loro figli alle regole del nostro vivere civile. E la risposta non è difficile. Per gli adulti stranieri sono le relazioni positive ad avvicinarli ai nostri valori civici, e allora più che ad attese interminabili dovremmo pensare a porre lungo la strada verso la cittadinanza occasioni d’incontro: un buon corso di quella che una volta si chiamava educazione civica varrebbe infinitamente di più in questa prospettiva di anni passati ad aspettare o a seguire una pratica burocratica presso un lontano ministero. Seguendo la stessa logica per i figli degli immigrati nati in Italia o giunti a seguito di ricongiungimento non possiamo che pensare a una legge che valorizzi la scuola pubblica, che del resto è nata nell’Ottocento per “fare gli italiani”. Nell’esperienza scolastica di questi ragazzi potremmo porre nel modo migliore la questione della cittadinanza. Sarebbe bello se lo stesso conferimento avvenisse lì, tra quelle mura, a sancire che lì sono divenuti italiani.