Professor Ratti, Lei è autore del libro La città di domani. Come le reti stanno cambiando il futuro urbano edito da Einaudi: in che modo, nel corso della storia, le città hanno rappresentato un motore d’innovazione?
La città di domani. Come le reti stanno cambiando il futuro urbano, Carlo RattiFin dalla loro comparsa, che risale a circa diecimila anni fa, le città sono state un motore d’innovazione. Ma il loro progresso non è stato lineare: a periodi di stallo sono seguiti momenti di grande trasformazione. Oggi siamo proprio in una di queste fasi, grazie ai grandi cambiamenti tecnologici in corso. Dai trasporti all’energia, dai metodi di produzione alla partecipazione civica, la rivoluzione tecnologica sta investendo vari aspetti delle nostre città, innescando momenti importanti di discussione e confronto. Sta a noi capire come poter essere – prendendo in prestito le parole di Buckminster Fuller – “artefici, non vittime del futuro”.
La città rende più intensa la vita umana – tra cui i processi di innovazione. Scriveva il grande Lewis Mumford: “La città, allora, nel suo significato più completo, è un plesso geografico, un’organizzazione economica, un processo istituzionale, un teatro di azione sociale e un simbolo estetico di unità collettiva. La città nutre l’arte ed è arte; la città dà vita al teatro ed è teatro. È proprio nella città, la città come teatro, che le attività più propositive dell’uomo si concentrano e funzionano, attraverso personalità, eventi, gruppi, che si scontrano e cooperano, in coronamenti dal significato più alto.”

Ora volgiamo il nostro sguardo al futuro. Quando si pensa alla città di domani, si parla molto sia di Industria 3.0 sia di Industria 4.0, un’industria, quest’ultima, interconnessa e automatizzata, basata sull’Internet of Things e sui dati. Ci piace immaginare questa condizione come uno sviluppo di quanto immaginato dal gruppo dei Situazionisti negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso – tra cui l’artista olandese Constant. In questa concezione la tecnologia recede sullo sfondo delle nostre vite permettendoci di puntare di più sulla creatività.
Per l’Italia – seconda nazione manifatturiera in Europa – queste trasformazioni nel mondo della produzione potrebbero essere una grande opportunità. Le nostre città storiche non sono mai riuscite ad adattarsi veramente alle tecnologie del secolo scorso, che erano tecnologie pesanti, invasive, incompatibili con il patrimonio culturale e la conformazione urbana del nostro Paese. Le nuove tecnologie sono invece invisibili e leggere e possono trasformare i luoghi, l’organizzazione del lavoro e i processi produttivi. Credo dovremmo iniziare a pensare alla tecnologia come a un possibile fattore di rilancio. Una città che è dunque “motore di innovazione” – grazie ai cittadini che la mettono in moto.

In che modo le reti stanno cambiando il futuro urbano?
Le reti stanno cambiando le nostre città in molti modi. Tuttavia mi piace pensare che il risultato non sia tanto l’ottimizzazione dei processi – sogno degli urbanisti del secolo scorso – quanto una cittadinanza più forte e capace. Le reti cellulari sono un esempio di questo trend: l’ubiquità degli smartphone indica che “ogni cittadino ha uno strumento con cui percepire e processare la città”.

Le grandi innovazioni tecnologiche offrono enormi opportunità anche sul tema della partecipazione civica e della rappresentanza: come si configurerà la democrazia 2.0?
Direi che la strada non è tracciata. La tecnologia di solito è neutrale, dipende da noi come la vogliamo usare. Così le reti possono diventare strumenti di controllo  e – insieme all’intelligenza artificiale – creare nuovi sistemi sociali e urbani centralizzati. La pianificazione dall’alto sognata nel secolo passato da molti Stati – dall’URSS al Cile di Allende con il progetto Cybersyn dell’accademico inglese Stafford Beer – potrebbe diventare realtà. È uno degli scenari preoccupanti paventati spesso dal mio amico del Politecnico di Zurigo Dirk Helbing. Al tempo stesso possiamo immaginare le rete come strumento di emancipazione e di azione “dal basso”. Una nuova capacità di scambiare informazioni e prendere decisioni insieme ad altri cittadini – che poi è la base della democrazia. La scelta tra questi due scenari dipende da noi…

Un commento in particolare per quanto riguarda le “smart cities”, e di nuovo la differenza tra approcci “dall’alto” e “dal basso”. In Europa, molte persone pensano che dovrebbero essere i governi municipali, nazionali e sovra-nazionali ad agire per far diventare la “smart city” una realtà. Io credo, invece, che, in primo luogo, dovrebbero farlo i cittadini, attraverso delle dinamiche da basso. Questo non significa che un governo non debba intervenire in assoluto: ha comunque un ruolo importante da giocare. Tale ruolo include il sostegno alla ricerca accademica e la l’intervento in ambiti che possono apparire meno “attraenti” al capitale di rischio – come lo smaltimento dei rifiuti o la gestione delle acque. Il settore pubblico potrebbe inoltre promuovere l’uso di piattaforme aperte. Tuttavia, vorrei sottolineare che i governi dovrebbero soprattutto impiegare i loro fondi per sviluppare un ecosistema di innovazione organica rivolto alle smart city, simile a quello che sta crescendo naturalmente in Silicon Valley. Si tratta dunque più di un approccio da basso che di schemi dall’alto verso il basso.

Come è destinata a cambiare la nostra vita quotidiana?
In molti modi. Prendiamo un esempio fra tanti, quello della mobilità: nei prossimi anni i nostri sistemi di trasporto andranno incontro a grandi trasformazioni, modificando radicalmente anche il panorama urbano.
Tra i fattori che contribuiranno ad aprire la strada al cambiamento ci sono le auto a guida autonoma (AV). Negli ultimi anni, le macchine sono passate dall’essere i sistemi meccanici dell’epoca di Henry Ford a veri e propri “computer su ruote”. Una vetture standard è ora equipaggiata con migliaia di sensori che raccolgono dati in tempo reale, per rendere la corsa efficiente e sicura. Domani, grazie all’Intelligenza Artificiale e a sensori che permettono alla macchina di “vedere” la città in 3D come noi vediamo con i nostri occhi (anzi meglio, dato che possiamo aggiungere sensori, o occhi, sul davanti e sul retro) la macchina diventerà autonoma o senza guidatore (AV). Stanno lavorando su questo tema molte aziende – come Waymo (nata come una costola da Google), Cruise (acquistata dalla General Motors), Otto (acquisita da Uber), Zoox e altre. Le auto a guida autonoma ridurranno il tempo che passiamo ogni giorno a guidare e renderanno le nostre strade più sicure.

La rivoluzione delle AV porterà con sé trasformazioni dirompenti in ambito urbano, proprio perché permette un ulteriore aumento delle dinamiche di condivisione. Oggi per avere un’auto in car-sharing, Car2Go, Enjoy o Zipcar, devo essere io ad andare a cercarla; domani sarà invece lei a cercarmi quando la prenoto tramite una App. Una macchina che si guida da sola potrà darci un passaggio al mattino quando andiamo al lavoro e poi, invece di restare ferma in un parcheggio, portare a scuola i nostri figli o quelli del vicino o chiunque altro nel quartiere o nella città. Mettendo insieme questi due aspetti – car-sharing e ride-sharing – possiamo immaginare una città che funziona con molte meno automobili di quelle che abbiamo oggi, portando inoltre a sfumare la distinzione tra trasporto pubblico e privato. La differenza sarebbe notevole, con un sistema più efficiente di utilizzo delle risorse e con la ri-funzionalizzazione di molti spazi oggi occupati da parcheggi – che potrebbero essere trasformati in aree pubbliche o verdi.
Di nuovo, non è detto che questo accada – ci sono anche scenari meno rosei, in cui il numero totale di autoveicoli nelle nostre città potrebbe aumentare, se il costo delle auto a guida autonoma divenisse così basso che le persone le preferirebbero ai trasporti pubblici. Questo è il motivo per cui è necessario mettere in atto delle politiche che ci guidino verso utopia, piuttosto che dystopia.

Andiamo verso megalopoli iperconnesse: quali i rischi di un mondo urbanizzato e fully connected?
Ne Le città invisibili di Italo Calvino il giovane Marco Polo si rivolge così al vecchio Kublai Kan: “È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”.
Non è diverso nell’era dell’Internet of Things (Internet delle Cose), cioè della penetrazione della connettività in tutte le sfere dello spazio fisico, dove desideri e paure convivono sempre. Come dicevamo prima, la stessa tecnologia può rinvigorire le nostre democrazie o dare loro il colpo di grazia.

Se dovessi proprio segnalare un rischio in particolare parlerei dell’hacking. Chiariamoci, l’hackeraggio non è nulla di nuovo: è nato insieme alle telecomunicazioni. Vittima di uno dei primi attacchi di hacking fu Guglielmo Marconi nel 1903, in una delle prime dimostrazioni di trasmissione radio dalla Cornovaglia a Londra. Nevil Maskelyne, sedicente mago e aspirante magnate del wireless, frustrato dai brevetti dall’inventore italiano, riuscì a prendere controllo del sistema e a trasmettere messaggi osceni al pubblico scandalizzato della Royal Institution di Londra.
Sebbene l’hacking sia antico, molto è cambiato dai tempi di Marconi. Le reti informatiche ora ricoprono il nostro pianeta, raccogliendo e trasferendo ingenti quantità di dati in tempo reale. Sono alla base di moltissime attività quotidiane: comunicazioni istantanee, social media, transazioni finanziarie e gestione della logistica. Inoltre le informazioni non sono più relegate al mondo virtuale, ma permeano l’ambiente in cui viviamo – le nostre città che sono appunto sempre più smart.
Paradossalmente una soluzione potrebbe essere quella di promuovere la diffusione dell’hacking stesso. Familiarizzarsi con gli strumenti e i metodi degli hacker crea un grandi vantaggi nel diagnosticare la resilienza dei sistemi esistenti – una pratica nota come “white hat hacking” o “hacking etico”. Le infiltrazioni etiche consentono a un team di rendere le reti digitali più resistenti a possibili attacchi identificandone i punti deboli. E potrebbero diventare pratiche standard – una sorta di “esercitazioni antincendio cibernetiche” nelle nostre città.

Architetto e ingegnere, Carlo Ratti insegna al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, dove dirige il Senseable City Lab, ed è fondatore dello studio di design e innovazione Carlo Ratti Associati.