La città dei vivi, Nicola LagioiaDott. Nicola Lagioia, il suo ultimo libro, edito da Einaudi, si intitola La città dei vivi. Esso contiene il reportage, il resoconto puntuale delle vicende che hanno condotto all’omicidio di Luca Varani: una delirante escalation di alcol, droga e sesso che culmina in una vera e propria mattanza. È possibile tentare di comprendere ciò che spinge Manuel Foffo e Marco Prato a quell’«orrore incomprensibile»?
Non so se è possibile comprenderlo, è possibile provare a evocarlo: è quello che provo a fare con il libro. Leggere fatti del genere attraverso la lente dello scrittore anziché attraverso la lente dell’antropologo, dello storico, del criminologo, del filosofo o del sociologo, più che dare delle risposte definitive, che rischiano di essere sbagliate se vengono da un’opera letteraria, deve rispondere a delle domande con delle altre domande. Un possibile approccio che provi a dare forma, e quindi a rendere comprensibile per il lettore, quello che è successo, io lo faccio con un libro di 450 pagine: lo tradirei se in poche parole dessi una risposta che è disseminata in tutto il libro. I libri sono soprattutto di chi li legge: nel libro sono disseminate una serie di interrogativi che però ogni lettore farà propri e li comporrà a seconda di quella che sarà la sua interpretazione di quello che legge.

La cosa che più colpisce di questo efferatissimo delitto è la mancanza di un movente. Come scrive nel libro, «non un vantaggio di tipo economico, non la carriera, non la fama, non la vendetta personale, non esisteva alcuna motivazione classica che giustificasse ciò che era successo»: è solo questo a renderlo assurdo?
Tante cose lo rendono assurdo. Assurda, in realtà, è la nostra vita di uomini moderni, per come la letteratura ci ha raccontato, dal Novecento in poi, da Kafka, fino a Camus e poi per tutto il Novecento letterario. Una cosa che mi ha colpito molto è il modo in cui Marco Prato e Manuel Foffo da una parte – Manuel Foffo addirittura ha confessato il suo delitto, ha confessato subito al padre, Marco Prato, benché si rimpallasse con Manuel Foffo la gradazione della cosa in maniera diversa, però anche lui ha ammesso di essere lì, di aver partecipato in qualche modo a quello che è successo, di aver chiamato Luca Varani – pur sapendo loro tutte queste così qui, è come se non le ascrivessero ad un atto di libera volontà, al loro libero arbitrio: mentre nel racconto di Dostoevskij Delitto e castigo tutta una serie di concetti funziona ancora: per esempio, libero arbitrio, quindi scegliere o non scegliere di fare una determinata cosa, la successiva assunzione di responsabilità, l’eventuale maturazione di una colpa e dopo la maturazione di una colpa sempre l’eventuale decisione di consegnarsi alla giustizia o meno, per Marco Prato e Manuel Foffo, non riconoscendo al loro atto una conseguenza del loro libero arbitrio, di conseguenza i concetti di responsabilità e di colpa, per come li conosciamo e per come li ascriviamo all’uomo moderno, vacillano.
È questa una delle cose che a me ha destabilizzato: il modo in cui tutta una serie di concetti che sono alla base dell’uomo moderno, del modo in cui noi intendiamo l’uomo nella modernità, qui sono non dico rasi al suolo, ma quasi. Cosa che non accade per la prima volta: prima citavo il modo in cui la letteratura ha letto la crisi della modernità da Kafka a Camus, però qui arrivano con un’evidenza davvero sconcertante.

Una riflessione di fondo accompagna la narrazione, alimentata anche dal ricordo delle Sue ‘malefatte’ giovanili: «Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. È più difficile avere paura del contrario. Preghiamo Dio o il destino di non farci trovare per strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice? È sempre: ti prego, fa’ che non succeda a me. E mai: ti prego, fa’ che non sia io a farlo.» Cosa ci trattiene dal «vestire i panni del carnefice»?
Il modo in cui lavoriamo su noi stessi, in cui riusciamo a educarci. Lavorare su noi stessi può voler dire certe volte distogliersi da se stessi, smettere di guardarsi nello specchio e riconoscere l’altro. La costruzione della nostra identità si determina sulla base del riconoscimento dell’alterità, è per differenziazione dall’altro, a cui riconosciamo umanità e dignità, che riusciamo a capire chi siamo noi stessi. Marco Prato e Manuel Foffo hanno una debolezza che è colpevole nel loro caso e che è completamente diversa dalla debolezza di Luca Varani, che è una debolezza “innocente”. Quindi, un duro lavoro su se stessi è il compito a cui tutti quanti siamo chiamati ma che è un compito che non possiamo avere l’arroganza di pensare di svolgere in solitudine perché è un compito che si porta a termine attraverso gli altri e attraverso il riconoscimento degli altri.

Una Roma decadente e sordida fa da sfondo al racconto e si accompagna al Suo crescente senso di insofferenza verso la città che si concreta nel trasferimento a Torino. Eppure a Roma è tornato. La rilevanza di questo nostos è consacrata in un periodo sibillino, dal quale il libro prende anche il titolo: «Forse eravamo talmente abituati al disastro da non potercene staccare? Ne facevamo parte? Ci sono le città dei vivi, popolate da morti. E poi ci sono le città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso.»
Lei ha parlato di insofferenza, in realtà al tempo stesso anche una dichiarazione di amore nei confronti della città, di Roma – do la mia opinione che ovviamente è soltanto l’opinione dell’autore, non conta più di quella del lettore, però una sua importanza ce l’ha… Secondo me oltre all’insofferenza c’è anche uno struggimento per questa città cui apparteniamo tutti, come diceva Borges. La città dei vivi è in apparenza un titolo solare ma è anche un titolo sinistro perché è la città di sopra che chiama la città di sotto, la città dei vivi che chiama la città dei morti, come in un romanzo di Juan Rulfo. Roma è una città bifronte da questo punto di vista: una città invivibile da una parte ma anche traboccante di vita dall’altra, una città dove è molto facile, per esempio, la socialità – questo è un pregio, nel senso che ci sono città in cui le classi sociali sono molto impermeabili ed è molto difficile entrare in contatto gli uni con gli altri mentre Roma ha le sue porte perennemente spalancate, sia nel male ma anche nel bene. Quando l’inchiesta “Mondo di mezzo”, che scorreva parallela alle indagini sul delitto Varani – tutti quanti ci ricordiamo prende questo nome dalle intercettazioni di Carminati, che era uno degli imputati eccellenti di questo processo -, in realtà il mondo di mezzo a Roma c’è sempre stato: da sempre in città tutti trovano il modo di vedersi con tutti se ne hanno voglia, dai tempi dell’antica Roma, dove c’erano gli imperatori che andavano a prostituirsi nei bassifondi, ai tempi della Dolce Vita di Marcello Mastroianni, dove Marcello e i suoi amici uscivano di notte in macchina in cerca di avventura e potevano ritrovarsi sia in una borgata che in un palazzo nobiliare, a seconda di dove li avrebbe portati il vento. Roma è una città cinica: io che ho uno spirito protestante e quasi luterano questa cosa la mal sopporto perché sembra che non ci sia nulla che valga la pena di esser fatto. Eppure, in quel cinismo, riposa un fondo di saggezza e cioè il fatto che proprio la Città Eterna è la città più consapevole di tutte che ogni cosa è di passaggio, che siamo transitori e che tutto passa, soprattutto la gloria, quindi non ci si può montare troppo la testa a Roma. Questa è una cosa positiva. Una città dove si può respirare un senso di libertà che non si respira altrove ma al tempo stesso quella libertà, portata alle estreme conseguenze, diventa una libertà tossica perché può diventare libertà dei propri doveri. Come tutte le grandi città – poi Roma è una delle grandi città letterarie italiane ed europee, come Napoli o come Palermo o come Parigi o Londra – come tutte le città piene di contraddizioni, di problemi, è però anche un luogo che alimenta in continuazione l’immaginario e del paese e del continente.

La figura dell’anonimo turista olandese è lì a ricordarci che il male ci circonda: qual è il senso profondo di questa inquietante quanto sfuggente presenza?
Credo che il senso profondo lo debba cercare il lettore. Io mi limito a dire – perché ripeto, non voglio fare l’interpretazione di quello che ho scritto perché sarebbe riduttivo – che mi serviva uno sguardo esterno sulla città incarnato però da una figura negativa, uno sguardo esterno e predatorio che poi, quando va via dalla città, non è ben chiaro se abbia più preso della città o gli sia stato più sottratto.

Il suicidio di Marco Prato nel carcere di Velletri segna l’epilogo di questa triste vicenda, un epilogo che fa risaltare ulteriormente la tragicità di questa cupio dissolvi, come è stata definita. Il libro può, a Suo avviso, generare un effetto catartico sul lettore?
L’enormità dell’omicidio di Luca Varani e del suicidio di Marco Prato sono una cosa talmente indelebile: è quella la cosa che mi ha colpito di più. Spero che abbia un minimo di effetto catartico rispetto alla vicenda nei confronti di chi legge: a volte la letteratura deve entrare in delle zone oscure per avere un effetto o rischiaratore o liberatorio o addirittura catartico. Questo libro potrebbe fare diverse cose rispetto alla vicenda che racconta: potrebbe consolare, potrebbe invece aggiungere dolore al dolore – questo mi dispiacerebbe – potrebbe invece avere un piccolo effetto trasformativo, come nella tragedia greca o in Cuore di tenebra di Conrad, si attraversa una notte molto profonda perché è il prezzo da pagare per provare a restituire a tutto quello che si vede una sua dimensione umana. Forse questo è il tentativo che la letteratura può e deve fare rispetto a questi fatti terribili. L’effetto catartico, se lo deve svolgere, lo deve svolgere rispetto al male che racconta. Questa però non deve essere una pretesa mia, al massimo un auspicio che io posso avere. Certo, il fatto che io, come tante persone, da ragazzo – cosa che racconto nel libro per una questione di onestà, visto che racconto i fatti degli altri è giusto raccontare anche i fatti propri. Quella cosa lì può servire per farmi un minimo risuonare le mie vicende con quelle ben più grosse che sono accadute e che racconto, come a dire che tutti quanti, non entrando ovviamente fino in fondo nel cono d’ombra di Marco Prato e Manuel Foffo, tutti quanti noi siamo stati fortunati, chi più, chi meno, quando eravamo ragazzi, durante l’età della confusione: se il destino, il caso, se quell’unica volta che ci siamo nessi alla guida ubriachi anziché uscire fuori strada avessimo preso sotto qualcuno e l’avessimo ammazzato, che ne sarebbe stato della nostra vita?

Questo ragionamento viene fatto per ricordare che la tragedia non è una cosa che necessariamente succede sempre agli altri, può succedere anche a noi. Se teniamo conto di ciò, possiamo in qualche modo risuonare con la tragedia che succede agli altri. Possiamo guardare in maniera compassionevole alla tragedia che succede agli altri, guardarla come qualcosa che potenzialmente può accadere anche a noi, seppure in forma diversa, anche perché noi siamo comunque destinati alla tragedia: moriremo, moriranno i nostri cari, moriranno i nostri parenti, i nostri amici, i nostri genitori o moriremo prima noi. L’elemento tragico fa parte della vita, noi lo rimuoviamo in continuazione, rimetterlo al centro di un racconto può voler dire restituire un po’ di umanità al modo in cui noi viviamo l’esperienza della vita. Ecco, questa forse può essere la funzione catartica di un’opera letteraria in un contesto del genere.

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