La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata, Marco MarzanoProf. Marco Marzano, Lei è autore del libro La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata edito da Laterza: in che senso è possibile definire Papa Francesco un riformatore mancato?
Francesco è un riformatore mancato perché, nonostante le apparenze, non ha cambiato praticamente nulla dell’articolazione e della cultura organizzativa della Chiesa Cattolica. Nei primi cinque anni del suo pontificato (e non c’è ragione di pensare che le cose cambieranno nel prossimo futuro) sono rimaste perfettamente immutate tutte le strutture dell’istituzione che Francesco dirige: ad esempio, e malgrado le grandi promesse contenute nell’Evangelii Gaudium e nella decisione di formare il consiglio dei cardinali (noto come C9) non è stata riformata la curia romana, non sono i cambiati i rapporti tra il centro e la periferia dell’impero cattolico, non è stata indebolita la forma monarchica e centralizzata del cattolicesimo organizzato, non è stato assegnato un maggiore potere alle chiese locali, ai vescovi e alle conferenze episcopali. Inoltre, non è stato cambiato il ruolo (marginalissimo) assegnato alle donne nella vita della Chiesa, non è stato nemmeno scalfito il celibato obbligatorio del clero e i mutamenti nella dottrina morale e familiare si sono limitati al consentire (a discrezione del prete) l’accesso all’eucaristia per i divorziati risposati.

Malgrado la Chiesa sia rimasta perfettamente immobile, gli organi di informazione hanno continuato ad esaltare le qualità rivoluzionarie del pontificato, l’eccezionalità della figura di Francesco come rinnovatore e trasformatore della sua istituzione.

Perché la Chiesa non cambia?
La Chiesa non cambia perché le grandi istituzioni burocratiche come la Chiesa Cattolica cambiano con grande difficoltà e solo se costrette da eventi esterni catastrofici (come avvenne quando la Riforma protestante “produsse” il Concilio di Trento). Oggi la Chiesa è una grande organizzazione globale, attiva in Paesi con culture e valori molto diversi. Un cambiamento che, ad esempio, mutasse la posizione tradizionale sull’omosessualità produrrebbe forse qualche consenso in più in Occidente, ma spingerebbe tantissimi africani o asiatici ad abbandonare definitivamente il cattolicesimo. Per giunta, in Occidente il cambiamento in direzione diciamo progressista molto difficilmente permetterebbe alla Chiesa di recuperare davvero molti fedeli. Le tendenze secolarizzanti spingono infatti la maggior parte degli abitanti del nostro mondo verso l’irreligiosità o verso delle forme di spiritualità individualizzata e alternativa a quella offerta dalle grandi istituzioni religiose. Insomma, gli eventuali vantaggi di una riforma sono troppo limitati per poter compensare, in parte anche minima, i rischi enormi che essa comporterebbe. E le élites cattoliche lo sanno.

Esse guardano con attenzione e con sgomento ad esperimenti come quello anglicano: in questi ultimi anni, la comunità delle Chiese anglicane è state lacerata da terribili conflitti intestini (che nel libro descrivo nei dettagli) tra conservatori e riformatori. Il conflitto ha assunto forme estreme: ad esempio, alcuni presbiteriani nordamericani hanno abbandonato, ritenendola troppo progressista, la loro chiesa per diventare, restando nella confessione anglicana, membri di qualche chiesa africana superconservatrice. Così, in alcuni luoghi degli Stati Uniti, si hanno due diocesi anglicane che insistono sullo stesso territorio: una progressista e una conservatrice affiliata ad una chiesa del Sud del mondo. È una situazione che i gerarchi cattolici vogliono evitare.

In cosa consiste la «politica dell’amicizia» di Papa Francesco?
La politica dell’amicizia di Francesco consiste nella sua decisione di ridurre radicalmente la vocazione della Chiesa verso il conflitto e la contrapposizione. Sia all’interno che all’esterno. All’interno, Francesco mette in pratica la politica dell’amicizia includendo tutte le componenti e le sensibilità, mostrandosi disponibile ed aperto sia verso i teologi della liberazione tanto a lungo emarginati o addirittura condannati che verso i seguaci del vescovo scismatico di estrema destra Lefebvre usciti dalla Chiesa dopo il Concilio Vaticano II e oggi di fatto, da Francesco, riammessi a piano titolo nella comunità ecclesiale cattolica. Francesco si è probabilmente convinto, e con lui l’intero vertice ecclesiale che l’età degli estremismi sia definitivamente alle nostre spalle, che la Chiesa non corra più il pericolo di dividersi e di spaccarsi ideologicamente, di essere lacerata dalla contrapposizione tra una sinistra che fa l’occhiolino al marxismo e una destra che guarda con nostalgia all’ancien regime.

Lo stesso atteggiamento viene messo in pratica da Bergoglio all’esterno della Chiesa, verso gli interlocutori laici e soprattutto verso le altre chiese cristiane. In questo senso, Francesco dà seguito e corpo ad un indirizzo irenico ed ecumenico maturato già dai suoi predecessori e si propone chiaramente come il grande ambasciatore sulla scena globale dell’intero cristianesimo.

Nel libro Lei tratteggia un bilancio lucido e controcorrente su una delle figure chiave del nostro presente: è addirittura possibile parlare di «un papa già santo»?
Direi di sì, nel senso che i media, con la complicità di una parte consistente dell’intellighenzia, soprattutto di sinistra, ha già santificato Francesco, eleggendolo a simbolo e modello. Io direi che la santificazione è iniziata già da quella sera del 13 marzo 2013 nel quale il semi-sconosciuto (perlomeno alle masse) Jorge Mario Bergoglio ha annunciato di aver scelto il nome di Francesco e ha salutato il popolo di Roma venuto a conoscerlo in piazza San Pietro con un insolito “buonasera”. Il papa è diventato santo già quella sera lì. Il resto è seguito, spesso mettendo da parte la razionalità, la lucidità analitica, la capacità di ispezionare in modo serio i gesti, le azioni e le decisioni del pontefice venuto “quasi dalla fine del mondo”.