La Chiesa comunista, Giuseppe NencioniProf. Giuseppe Nencioni, Lei è autore del libro La Chiesa comunista edito da Aracne: in che modo la Riforma da una parte e la Controriforma dall’altra hanno inciso nella formazione delle società moderne?
La Riforma ha stabilito che il Cristiano deve leggere la Bibbia e dialogare direttamente con Dio. Questo, lentamente, ha sviluppato valori come libertà personale, scelte autonome, responsabilità dell’individuo.

La Controriforma ha messo in evidenza l’importanza della Chiesa nell’interpretazione delle Scritture e la necessità di “stare in gruppo”. Lentamente questo ha portato nelle società influenzate dalla Controriforma a sviluppare valori come famiglia, senso della comunità, senso di appartenenza.

La Riforma ha abolito le regole di povertà castità obbedienza. Per i Riformati non è un bene essere poveri; tra loro è riemerso il concetto tipico del Vecchio testamento per cui chi è prescelto da Dio è ricco.

La Chiesa cattolica considera la povertà un bene in sé stesso. “Il denaro è lo sterco del Diavolo” si dice tra i Cattolici e Papa Bergoglio, che, sia detto tra parentesi, si fa chiamare non Abbondio o Prospero ma Francesco, come “il poverello di Assisi” dice spesso: “Come vorrei una Chiesa povera per i poveri!”,

La Riforma ha una concezione austera dell’esistenza. Dio ha pagato un prezzo tremendo per il riscatto dell’uomo: la vita di suo figlio. Di conseguenza il comportamento del cristiano deve essere caratterizzato da impegno, serietà, autodisciplina. Tra l’altro non si è affatto sicuri di essere nel numero dei salvati.

Anche la Chiesa cattolica riconosce che il prezzo per la Salvezza è stato altissimo, ma ormai il prezzo è stato pagato e quindi ne godiamo i benefici. La volontà di Dio è che tutti si salvino; quindi abbiamo buone possibilità di salvarci. Oltretutto “stanno dalla nostra parte” diciamo così la Madonna e i santi. Il Cattolico vive più sereno di un Riformato.

Perché è possibile affermare che il Partito comunista italiano agisse secondo una logica controriformistica?
Intanto bisogna dire che la Controriforma ha influenzato profondamente e per secoli l’intera società. Basti pensare quanta ha importanza nei Paesi Cattolici la famiglia. La Controriforma ha influenzato anche il Partito comunista, che aveva propri dogmi, era gerarchicamente strutturato ed esaltava valori come disciplina e obbedienza. Si noti la differenza con l’altro grande Partito marxista, il Partito socialismo, che era un partito assai più individualista e libertario. Oppure si noti la distanza, enorme, tra il Partito comunista e i vari movimenti anarchici.

Quali caratteristiche rendevano il Partito comunista italiano una subcultura “controriformistica”?
Il famoso centralismo democratico e la famosa disciplina di partito. Ad esempio Togliatti diceva: “Si sta dalla propria parte anche quando la propria parte sbaglia”. Cosa c’è di più controriformistico?

Altro elemento controriformistico: l’adesione al dogma, senza incertezze. Nel marzo del 1944 Togliatti lanciò la formula detta Svolta di Salerno: il Partito seguirà la “via italiana al socialismo”. Dunque non seguirà pedissequamente il comunismo sovietico né diventerà mai un partito riformista. Questo dogma è stato creduto senza riserve fino all’ultimo. Lo confermò, tra l’altro il segretario Enrico Berlinguer nella famosa intervista del 1976 in cui dichiarò che preferiva costruire il comunismo italiano all’ombra della NATO invece che sotto il Patto di Varsavia. La linea fu confermata anche da Alessandro Natta, “l’ultimo segretario”: «Né socialismo reale né socialdemocrazia. L’identità vera, la diversità, è nel filone togliattiano: la via italiana». I dogmi, cattolici o comunisti, non si cambiano.

Ancora: la struttura centrale del Partito comunista. Come nella Chiesa cattolica il potere sta in alto così era per il Partito comunista. Si prenda in considerazione l’attentato a Togliatti il 14 luglio 1948. Prima però è necessaria una premessa. Si dice che nella Curia romana, in Vaticano, ci siano lotte di potere. Certamente ci sono. Però nel complesso e visto dall’esterno, la Curia da prove di omogeneità e compattezza: è una “macchina” che funziona secondo le direttive del Papa senza incertezze. Ma c’è di più: sappiamo, ad esempio, che negli ultimi due anni di vita, Papa Pio XII era fuori di testa e tutti abbiamo visto in che condizioni era Papa Giovanni Paolo II gli ultimi anni. Ebbene la Curia romana ha continuato a funzionare anche in assenza fisica o mentale del Capo con ordine e regolarità. E ora torniamo all’attentato a Togliatti: in assenza del Capo, la “Curia comunista” dette prova di grande compattezza e sicurezza. Automaticamente decise di agire come Togliatti avrebbe voluto: proteste, manifestazioni, scioperi; ma non rivolta, come invece gran parte della base voleva. Senza incertezze e senza spaccature, la “Curia comunista” gestì il difficilissimo momento.

Quando e come nasce il Partito-apparato?
Tracce di apparato c’erano già anche durante il fascismo. La formula “centralismo democratico” fu lanciata al Congresso di Lione nel 1926. Tuttavia il grande partito di massa nasce con la fine della Seconda guerra mondiale.

Come si articolava la vita degli iscritti e dei dirigenti del Partito?
Variava a seconda del ruolo. Il semplice iscritto frequentava la cellula come punto di ritrovo, anche solo per bere un caffè o giocare a carte; ma c’erano anche incontri e dibattiti, dove i dirigenti spiegavano agli iscritti “la linea del partito”. Spesso il semplice iscritto leggeva il giornale del Partito, che si chiamava in modo molto controriformistico: L’Unità. Tutto sommato l’iscritto era un “buon parrocchiano”.

Poi c’era l’attivista, che aveva un proprio lavoro e la famiglia, ma che dedicava tutto il suo tempo libero e le sue migliori energie a tenere viva e attiva la cellula. Non ha compiti direttivi, ma esecutivi e assomigliava molto al laico assai impegnato in parrocchia.

Il compito dell’impiegato del Partito a tempo pieno era quello di ravvivare la vita della cellula. Pur all’interno di una struttura basata sulla disciplina e l’obbedienza l’impiegato aveva un minimo di autonomia. Come un qualunque parroco, poteva essere spostato da una cellula/parrocchia all’altra, oppure chiedere di essere trasferito.

I vertici del partito si distinguevano, ovviamente, per specializzazione e potere decisionale. Come per un qualunque Vescovo, la carica di dirigente del Partito era praticamente vitalizia. Tra il 1946 e il 1979 il ricambio della Direzione nazionale del Partico comunista variò dallo 0,05 allo 0,33 e questa percentuale minima può essere facilmente spiegata anche solo con il ricambio generazionale.

Come matura la crisi del Partito-apparato?
Io ho scritto questo libro senza nemmeno citare Gorbaciov. Il Partito comunista era già in crisi prima del suo arrivo. Aveva cominciato a metterlo in crisi la modernizzazione. Naturalmente si possono dare varie definizioni di “modernizzazione”. Io scelgo di definirla come qualcosa molto “luterano”: il prevalere dell’individuo sulla società; il prevalere della libertà sui condizionamenti che famiglia, società e subculture consigliavano o addirittura imponevano.

Poi ci sono stati fattori che certo non possono essere stati causati direttamente da Lutero, ma che sono effetti, almeno in parte, della modernizzazione luterana. Dagli anni ’70 in poi gli Italiano tendono ad essere più autonomi rispetto alle linee dei Partiti, senza considerare che alcune questioni nuove hanno attraversato trasversalmente e messo in difficoltà tutti i Partiti: la questione ecologica, l’unione europea, la posizione della donna. Sempre in quegli anni emergono altre esigenze soprattutto tra i giovani: l’autorealizzazione personale, l’esplorazione del nuovo, la trasgressione. Al contrario di quello che aveva previsto Marx la società non si è ridotta a solo due classi sociali: le società moderne si sono diversificate. Esistono classi intermedie, la classe operaia diminuisce costantemente. C’è chi ancora intende il vivere politico ed economico come “lotta di classe”; ma sempre più sono coloro che preferiscono accordarsi e collaborare. Il confine economico e culturale tra le classi si è attenuato; c’è mobilità sociale e ci sono le “pluri-appartenenze” (e qui basta solo pensare all’azionariato diffuso).

È necessario aggiungere che la modernizzazione ha sgretolato anche la subcultura cattolica. È arrivata la secolarizzazione, ma di questa non si può dar certo colpa a Lutero. Però anche all’interno della Chiesa cattolica la modernizzazione luterana tende a prevalere: l’autorità del clero è fortemente diminuita, i cattolici sempre più agiscono secondo regole personali, liberamente e spesso in contrasto con le direttive della Chiesa (si pensi alla morale sessuale); il sacramento della Confessione (e quindi il controllo del clero sulla moralità dei cattolici) è in caduta libera e sta scomparendo. Lutero aveva abolito la Confessione in teoria e in pratica. La modernizzazione luterana è entrata nella Chiesa cattolica e sta abolendo la Confessione di fatto. Infine è scomparsa la donna della subcultura cattolica. Infatti è scomparsa la donna umile, paziente, dedita esclusivamente alla famiglia, priva di ambizioni e desideri, economicamente dipendente dal marito.

Giuseppe Nencioni è laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 1984 insegna Lingua e cultura italiana presso l’Università di Umeå in Svezia. Ha insegnato nelle Università di Bergen e di Helsinki.

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