“La casa di tutti. Città e biblioteche” di Antonella Agnoli

Dott.ssa Antonella Agnoli, Lei è autrice del libro La casa di tutti. Città e biblioteche, edito da Laterza: che importanza rivestono, nel contesto della società attuale, le biblioteche?
La casa di tutti. Città e biblioteche, Antonella AgnoliPartiamo dal fatto che la scuola e la biblioteca sono istituzioni ottocentesche ma indispensabili. Solo loro possono frenare l’ignoranza dilagante, che vediamo ben rappresentata in televisione e al governo. Per come è strutturato l’ecosistema informativo oggi (tutti con uno smartphone in tasca) è un’illusione pensare di attirare le persone, e in particolare i giovani, in biblioteca per proporre loro dei libri, una tecnologia che la maggioranza degli italiani non frequenta.

Possiamo rivitalizzare le biblioteche solo se concepiamo la loro missione in modo diverso, come parti di un ecosistema culturale attivo. Dobbiamo coinvolgere i cittadini per fare della biblioteca un luogo originale, stimolante, accogliente, militante.

Dobbiamo aprire dei cantieri per un mondo sostenibile. Del clima si parla molto, anche troppo, quindi mi limiterò a fare un esempio che riguarda un prodotto sempre presente (fin troppo) sulle nostre tavole, lo zucchero.

Un grande viaggiatore del Settecento, Bernardin de Saint Pierre, già all’epoca aveva compreso il costo umano dei prodotti coloniali: “Non so se il caffè e lo zucchero siano essenziali per la felicità dell’Europa, ma so bene che questi due prodotti hanno contribuito all’infelicità di due grandi regioni del mondo: l’America è stata spopolata per avere terre su cui farli crescere e l’Africa è stata spopolata per avere persone che li coltivassero”.

Ovviamente de Saint Pierre si riferiva agli schiavi trasportati a forza nei Caraibi per lavorare nelle piantagioni. Quale migliore spunto per collaborare con gli insegnanti di storia e geografia delle scuole vicine? Magari partendo dal fatto che nel 1763 la Francia barattò l’intero Canada con la piccola isola di Guadalupa perché lì c’erano le coltivazioni di caffè e zucchero.

Quale migliore occasione per far riflettere gli studenti sulle nostre abitudini più banali, come il caffè la mattina? Quale stimolo più attraente per delle ricerche in biblioteca o per una serie di conferenze sui cibi di ogni giorno? Ci sarebbe parecchio da dire anche sulle banane, i kiwi, la cioccolata.

Le banane sarebbero l’occasione per parlare di imperialismo, di colpi di Stato in America Latina, di monocultura. I kiwi sarebbero un buon approccio per parlare di consumo dell’acqua in agricoltura (il 70% di quella consumata va lì) ma anche delle possibilità di rinascita dell’agricoltura meridionale. La cioccolata ha dietro di sé 500 anni di storia di conquiste, di schiavitù, di consumo d’élite che diventa consumo di massa.

E ancora: una mostra su questi temi? Interventi di migranti con le loro storie da raccontare su ciò che si mangia nei loro paesi d’origine? Una collaborazione con gruppi teatrali locali sul rapporto fra zucchero, rum dei Caraibi e schiavitù?

Tutto questo va però fatto in un’ottica nuova e più ambiziosa: quella di creare ecosistemi culturali attivi, pulsanti, militanti. La biblioteca, in quanto edificio, deve essere ecosostenibile ma nello stesso tempo deve mostrare agli utenti (e in particolare ai giovani) che è possibile affrontare il riscaldamento globale nelle nostre città e nelle nostre case. Dobbiamo ridurre la nostra impronta ecologica: quello di “piantare alberi” è solo uno slogan.

Quali i rischi di una società ipertecnologica?
Le tecnologie ci rendono (talvolta) la vita più comoda ma hanno conseguenze impreviste e, spesso, imprevedibili. I social media, per esempio, ci vengono presentati come una meravigliosa invenzione per restare in contatto con gli amici lontani, per crearsi nuovi amici, per esprimersi liberamente. Tutte cose vere ma che nascondono problemi importanti: la superficialità e la violenza della discussione politica, la perdita di fiducia nelle istituzioni rappresentative, il narcisismo e l’ossessione per il successo. I balletti su TikTok saranno anche divertenti ma sono parte dell’invasione dell’intrattenimento in ogni interstizio delle nostre vite, il che porta con sé l’ignoranza diffusa.

Grazie alle indagini OCSE abbiamo dei dati sulla lettura, la capacità di calcolo, di risolvere problemi imprevisti, di collaborare efficacemente sul lavoro, di adottare strategie di ragionamento complesse. I risultati per quanto riguarda l’Italia sono questi: la capacità degli adulti di lettura e comprensione di testi da noi è ben al di sotto della media dei paesi industrializzati. In Europa siamo ultimi, dietro Estonia, Lituania, Polonia e Grecia.

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Dove ha origine questa debolezza? Nell’abbandono scolastico, nel dominio della televisione commerciale, nella demagogia anti-intellettuale dei nostri politici. Più di un quarto degli italiani sopra i 16 anni si trova in difficoltà nel reperire un’informazione contenuta in testi elementari. Il rimanente si divide fra chi è in grado di comprendere un testo di lunghezza media (42%) e chi riesce anche a fare deduzioni su temi con cui non ha familiarità (27%) mentre chi riesce a comprendere testi complessi o linguaggi specialistici è appena il 3%. Purtroppo negli ultimi anni abbiamo potuto constatare quanto la democrazia sia in pericolo dove i cittadini non leggono, non si informano, non partecipano. I diritti e le libertà garantite dalla Costituzione non sono compatibili con l’età dell’ignoranza e non sarà certo ChatGPT a risolvere la situazione.

Perché sono quanto mai necessarie fiducia, uguaglianza ed energia sociale?
Partiamo dalla fiducia: ogni comunità ha bisogno di un minimo di fiducia reciproca fra i cittadini per funzionare. Non dimentichiamoci che le azioni più semplici, come andare a fare la spesa, portare i figli a scuola, consultare il medico si basano su una lunga serie di presupposti impliciti: che le strade siano sicure, che i prodotti in vendita siano controllati, che la scuola si prenda cura dei bambini, che il medico sia competente e disponibile quando ne abbiamo bisogno. Nei paesi e nelle piccole città tutto è più facile perché conosciamo di persona il negoziante, la maestra, il medico e il farmacista: nelle metropoli possiamo soltanto affidarci al buon funzionamento delle istituzioni ma questo non basta, non può bastare.

Oggi dobbiamo constatare che fra gli italiani c’è un forte senso di sfiducia: solo le forze dell’ordine, papa Francesco e il presidente della Repubblica Mattarella riscuotono il consenso di circa due terzi degli italiani. Dietro di loro, soltanto il funzionamento della scuola viene approvato da una maggioranza di cittadini: tutte le altre istituzioni, dalla magistratura alle banche, dai sindacati ai partiti, vengono giudicate negativamente. Ricostruire la fiducia nelle nostre città è il primo passo per affrontare i problemi che dobbiamo risolvere se vogliamo lasciare in eredità un mondo decente ai nostri figli e ai nostri nipoti.

Per muoverci in questa direzione, però dobbiamo anche costruire dei luoghi di uguaglianza nella città: in un mondo di disuguaglianze abissali i cittadini devono riscoprire il piacere di essere tali, sentirsi parte di una comunità di uguali. Questa è la semplice condizione per attivare l’energia sociale necessaria per cambiare le cose.

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