“La Carta di Nizhny Tagil e la tutela del patrimonio industriale in Italia” a cura di Roberto Parisi e Maddalena Chimisso

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Prof. Roberto Parisi, Lei ha curato con Maddalena Chimisso l’edizione del libro La Carta di Nizhny Tagil e la tutela del patrimonio industriale in Italia edito da Rubbettino: come si articola il dibattito contemporaneo sui problemi di conservazione e di riuso del patrimonio industriale italiano?
La Carta di Nizhny Tagil e la tutela del patrimonio industriale in Italia, Roberto Parisi, Maddalena ChimissoL’idea di riflettere più a fondo sullo stato dell’arte delle politiche e delle pratiche di tutela del patrimonio industriale italiano a partire dai princìpi della Carta di Niznhy Tagil scaturisce da una semplice constatazione: in Italia, a distanza di quasi vent’anni dalla sua approvazione, la prima Carta internazionale del patrimonio industriale è ancora oggi molto poco conosciuta e non è mai stata oggetto di studi specifici o di un dibattito capace di polarizzare l’attenzione delle istituzioni pubbliche.

Scontando dunque un forte ritardo culturale, il dibattito contemporaneo sui problemi di tutela del patrimonio industriale italiano non riesce ancora a favorire quel cambio di paradigma necessario affinché, sul piano normativo e nelle pratiche ordinarie di catalogazione, di salvaguardia e di riuso funzionale, le misure e le strategie di governo del territorio riflettano la piena consapevolezza del valore testimoniale di questa specifica tipologia di bene culturale.

Cominciare la sezione della nuova collana Rubbettino-RESpro dedicata a Teorie. Progetti, metodi e strumenti con un volume collettaneo sulla Carta di Nizhny Tagil e sulle prospettive future del patrimonio industriale italiano ci è sembrato quindi il miglior modo di aprire un cantiere di lavoro critico e storiografico su questi temi. L’obiettivo di questo volume è stato quello di tenere conto, da un lato, della lunga tradizione di studi sull’argomento e delle numerose esperienze condotte sul territorio nazionale da associazioni impegnate nel settore; dall’altro, della necessità di rilanciare il problema della tutela e della corretta trasmissione del patrimonio industriale alle generazioni future, magari, se necessario, aggiornando o rimodulando l’impianto della Carta stessa, in sintonia con le esperienze analoghe promosse in altri contesti nazionali.

Quali sono i contenuti e le finalità della Carta di Nizhny Tagil del 2003?
Per la sua complessa natura interdisciplinare e pluritematica, l’archeologia industriale non ha mai assunto un proprio statuto epistemologico, ma fin dalla comparsa dei primi studi sistematici sull’argomento e dall’avvio delle prime campagne di censimento e di catalogazione, la ricerca (archeologica e storica) è stata quasi sempre affiancata da una riflessione metodologica sui principi che devono regolare una corretta pratica di conservazione e di riuso del patrimonio, sia per quanto riguarda i resti materiali, sia per quanto attiene alla sua dimensione immateriale. Da questo punto di vista, il Ticcih ha assunto per oltre quarant’anni un fondamentale ruolo di riferimento: dagli studi condotti negli anni Ottanta in seno al Consiglio d’Europa all’Expert Meeting organizzato dall’Unesco e da Docomomo nel 2001, fino all’approvazione della prima carta per la tutela del patrimonio industriale, avvenuta nella città mineraria di Nizhny Tagil nella seconda decade di luglio 2003, nell’ambito dei lavori conclusivi del XII Congresso internazionale del Ticcih, e al successivo accordo Icomos-Ticcih ratificato nel 2011 attraverso i “Princìpi di Dublino”.

Firmata da Eusebi Casanelles e Eugene Logunov e strutturata in sette articoli più un preambolo, la Carta definisce e fissa i principi generali per la corretta tutela dei beni archeologico-industriali e come tutti i documenti di questa natura fornisce indirizzi e raccomandazioni sia per quanto attiene alla fase di conoscenza (censimento, catalogazione, protezione giuridica), sia per quanto riguarda gli interventi di recupero e di riuso conservativo e funzionale.

Quali sono gli esiti delle politiche di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio industriale italiano promosse negli ultimi vent’anni?
Anche se l’Italia può contare, fin dai primi anni Settanta, su una consolidata e autorevole tradizione di studi su questo specifico ambito dei beni culturali, oltre che sulla presenza, sia alla scala nazionale che locale, di molte associazioni e istituzioni attive nel settore, il patrimonio industriale italiano non gode oggi di buona salute.

Il successo internazionale ottenuto nel 2018 con l’inserimento di Ivrea città industriale nella lista del Patrimonio mondiale Unesco potrebbe suggerire una visione più rosea dello stato dell’arte, ma in realtà questa buona pratica di conservazione e di valorizzazione non deriva da alcun piano strategico nazionale, né si configura come l’esito di un progetto di candidatura costruito in sinergia con un significativo numero di esperti del campo e di organismi nazionali accreditati nella tutela dell’Industrial Heritage.

Analoga osservazione si potrebbe avanzare a proposito dei piani di gestione elaborati per i siti Unesco di Crespi d’Adda e di San Leucio o del più recente inserimento della Transumanza nella lista mondiale dei beni immateriali, ambito quest’ultimo in merito al quale sarebbe opportuno, attraverso un adeguato piano nazionale di protezione dei sistemi tratturali interregionali ancora esistenti, ribadire la necessità di conservare anche la dimensione materiale di questo inestimabile bene collettivo e più in generale di promuovere una più ragionevole estensione crono-tipologica dell’Industrial Heritage anche ai quei paesaggi della produzione solo apparentemente estranei alla storia industriale del nostro paese.

Ancora oggi, sia in ambienti rurali che in contesti urbanizzati, registriamo un forte scollamento tra il diffuso interesse, evidente soprattutto nel mondo professionale e imprenditoriale, verso i temi del recupero del patrimonio industriale dismesso e le attività di orientamento alle buone pratiche promosse da organismi (governativi e non) preposti alla sua tutela e salvaguardia, che finora hanno mostrato una scarsa incisività nei processi di patrimonializzazione.

Basta riflettere per esempio sull’assenza di una legge nazionale sulla tutela dei beni archeologico-industriali e di un comitato specifico in seno al Mibact o sulla persistente difficoltà di dar corpo a una sezione italiana del Ticcih, diversamente da quanto è avvenuto invece in altri paesi europei ed extraeuropei.

Alla totale assenza di un quadro normativo nazionale si affianca infine un disarticolato insieme di leggi regionali sul patrimonio industriale, scaturito a sua volta dalla modifica del Titolo V della Costituzione e dalla controversa attribuzione delle due competenze in materia di tutela e di valorizzazione rispettivamente allo Stato e alle Regioni.

Soprattutto nei contesti urbani, dove si sono concentrate in prevalenza le grandi imprese della seconda rivoluzione, il processo di azzeramento che ha interessato la maggior parte delle aree dismesse ha reso pressoché inattuabile ogni tentativo di salvaguardare il patrimonio archeologico-industriale, rispondendo piuttosto alla precisa esigenza di rimuovere dalla memoria i valori testimoniali che esso è in grado di esprimere.

Lo scarto tra le istanze di conoscenza e di tutela a vario titolo sostenute da esperti, studiosi e cultori della materia e i sentimenti e le azioni di rimozione di quanti, per varie ragioni, non si riconoscono nei valori e nei significati che esprime questa tipologia di bene culturale, influisce soprattutto sulla formazione delle giovani generazioni, costrette a subire l’ideologia imperante dell’hic et nunc e a vivere in un presente sempre meno sensibile alla centralità della storia e soprattutto alla memoria storica del lavoro.

In che modo è possibile favorire una più consapevole sensibilità verso il valore testimoniale di questo patrimonio culturale?
É necessario innanzitutto chiarire in maniera più puntuale il significato di adaptive reuse e distinguere tra loro le diverse modalità di riuso di una fabbrica e più in generale dei resti materiali di un’attività produttiva di interesse storico: tutte, in teoria, possono essere legittime per le potenziali ricadute che offrono sul piano economico e sociale, ma non tutte sono generate da una consapevole volontà di trasmettere con trasparenza conoscenze e saperi alle future generazioni.

Un corretto programma di tutela e di conservazione di un bene archeologico-industriale deve rispondere innanzitutto ad un principio di sostenibilità culturale. Salvaguardia e tutela in questo caso rispondono ad un progetto storiografico che non si può limitare a restituire alle future generazioni la storia della creatività umana, delle innovazioni tecnologiche, dei primati imprenditoriali, delle conquiste territoriali, sociali e culturali. Affinché il recupero del passato industriale non si traduca in un progetto di mistificazione e di omologazione globale della memoria del lavoro, il progetto di recupero di una fabbrica deve restituire anche la storia dei conflitti sociali, degli errori tecnici e progettuali, dei drammi ambientali, delle crisi economiche, dei fallimenti politici e culturali.

In quest’ottica, la tutela e la salvaguardia di un manufatto di archeologia industriale o di un intero paesaggio della produzione può diventare un’opportunità per trasformare luoghi e cose in cantieri permanenti di valori, nei quali una parte significativa della società contemporanea può riconoscersi, legittimando consapevolmente principi e ideali del proprio presente, ma può anche prenderne le distanze, modificandoli o rinnovandoli del tutto.

Roberto Parisi è professore associato di Storia dell’architettura presso l’Università degli Studi del Molise. Coordinatore del Comitato Scientifico Nazionale “Patrimonio Industriale” di Icomos Italia e socio fondatore di RESpro – Rete di storici per i paesaggi della produzione, è co-direttore della rivista «OS. Opificio della Storia».

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