La carezza. Una storia perfetta, Elena LoewenthalGaleotto è il libro, o meglio, il Codice, nel nuovo libro di Elena Loewenthal, La carezza. Una storia perfetta, edito da La nave di Teseo. Si tratta del Codex Purpureus Rossanensis, vero protagonista del romanzo della scrittrice torinese. È grazie ad esso, infatti, che si consuma la passione tra Lea e Pietro.

Lea Levi è ancora una ricercatrice quando giunge a Rossano, nella Calabria ionica, per partecipare ad un convegno che ha per oggetto il salto du même au même nella critica testuale biblica. La sua relazione “L’onciale greca del Codex Purpureus come pietra di paragone”. Pietro Pontani un docente universitario perennemente in ritardo: «Tesi di laurea, consigli di facoltà, burocrazia a pioggia: dura la vita del docente universitario.»

Quello conservato nella cittadina calabrese è «il codice più bello del mondo, con le miniature più belle del mondo ma soprattutto vergato nella grafia onciale greca imperiale più bella del mondo […]. Purpureo di nome e di fatto, con la pergamena intinta nel rosso riservato ai codici imperiali e quei tratti di inchiostro così nitidi, senza la minima sbavatura, frutto di una sapienza e una devozione da amanuense cui nessuna macchina mai arriverà.»

La citazione in esergo («È la storia che avrei voluto vivere, invece di scriverla») ci proietta subito in un universo nel quale i contorni tra finzione e realtà si fanno sfumati. E l’acribia filologica che accompagna il racconto a renderlo ancora più plausibile, offrendo pennellate di erudizione mai gratuite ma sempre avvolte di poesia: «Il salto du même au même è la corruttela perfetta: tace e dice, chiude e apre il testo, stabilisce un’intoccabile simmetria fra quel che c’è e quel che manca.» Pare di sentirle, le confessioni più recondite dei forzati del testo scientifico: «Chissà quanti di noi studiosi e docenti abituati a quattro lettori hanno un romanzo nel cassetto e non lo dicono a nessuno…»

Tra i due studiosi la passione si accende d’emblée, come un’epifania, un’agnizione: «Ti va di passare la notte con me?». E la ricercatrice rispose.

E quando, dopo vent’anni, Lea e Pietro finalmente si reincontrano, lo stupore si fa esistenziale: «Ma davvero siamo qui, sul confine fra il prima e un dopo? A scavalcare l’interminabile spazio bianco degli anni trascorsi, coprire la lacuna per ritrovarci allo stesso punto di prima come se non fosse successo nulla, come se tutto non fosse finito allora […] O forse non era mai finita, forse tutto era rimasto solo sospeso dentro uno spazio bianco, anzi buio. Una trascurabile lacuna fra due parole uguali, du même au même. Forse la parentesi stava fuori dalla loro storia, non dentro.»

Il Sud fa da sfondo alla loro relazione a intermittenza, città come Napoli, Matera, dove si consuma l’«intimità clandestina» di Pietro e Lea: «c’è qualcosa dello stare con Pietro che sente solo al Sud, dove c’è il sole, dove il cielo è trasparente così». Il Sud, con le sue consuetudini, come l’uso del Voi come forma di cortesia: «Del Sud mi piace anche questo darti del voi. Fa sentire importanti, ma anche piccoli. È come una moltiplicazione del bene. Cortesia al plurale.»

«Il salto du même au même è la corruttela perfetta, in ogni testo. Perfetta perché necessaria. Ogni testo in fondo è un salto du même au même. Ogni testo altro non è se non un ripetere sempre la stessa parola, fra gli spazi bianchi, anzi neri dell’assenza. Del mistero. Saltare una parola, una riga, un capitolo che sta fra due parole eguali, correre così nel tempo e nello spazio lasciando in mezzo un vuoto, un’assenza. Ritrovarsi al punto di partenza, anzi di arrivo. Che cosa c’è di più perfetto?»

E il salto tra loro due, nella relazione a distanza che si intesse dopo quel primo, fugace incontro, è quello «fra desiderio e desiderio, sempre lo stesso desiderio […] In mezzo, è lacuna, perdersi, mancanza, non esserci l’uno per l’altro.» Una relazione fatta di «scampoli di presente tutti per loro».

Cos’è in fondo l’amore se non la tensione a colmare «quella distanza incommensurabile che sta fra chi entra e chi accoglie, chi possiede e chi è posseduto»?

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