Dott.ssa Elena Montaguti, Lei è autrice del libro La “buona morte”. Analisi del profilo storico e ruolo delle cure palliative nell’accompagnamento di fine vita edito da Mimesis: innanzitutto, quando compare per la prima volta e con quale significato il termine “eutanasia”?
La “buona morte”. Analisi del profilo storico e ruolo delle cure palliative nell’accompagnamento di fine vita, Elena MontagutiIl termine eutanasia compare per la prima volta in un passo del poeta Cratino, ritenuto il principale rappresentante della Commedia attica antica insieme ad Aristofane, che cita la forma avverbiale euthanatos traducibile con “buona morte” nel senso di morte “facile”.
La stessa forma avverbiale si ritrova anche nel poeta Menandro, principale rappresentante della Commedia attica nuova, che intende la buona morte come quella “prematura”, cioè la morte scelta in modo pienamente libero dal soggetto.

Il termine euthanasia assume una connotazione diversa negli storici, come si vede in Polibio nella quale si configura come “morte valorosa” in battaglia che incarna il topos letterario proprio dell’epica omerica, nella quale il guerriero doveva rispondere all’ideale della kalokagathia cioè possedere sia una connotazione fisica (corpo vigoroso e solido) che morale (coraggio).

La buona morte viene dunque intesa, agli albori, come morte scelta liberamente dal soggetto, morte valorosa in battaglia o morte ottenuta per aver onorato un proprio familiare, come nel caso della vicenda dei gemelli Cleobi e Bitone tramandataci dallo storico Erodoto.

Come si è evoluto storicamente il concetto di “morte buona”?
Il concetto di buona morte ha subìto varie trasformazioni nel corso dei secoli: da morte verificatasi sul campo di battaglia o al termine di una brillante carriera circondati dalla gloria e da una forte e numerosa discendenza del mondo greco alla morte scelta dall’imperatore Nerone che si suicida con l’aiuto del suo segretario Epafrodito nel mondo romano.

La riflessione sulla buona morte si accompagna, nelle correnti filosofiche degli Epicurei e degli Stoici, a quella relativa all’imperturbabilità dal dolore morale: i primi parlano di atarassia in riferimento all’imperturbabilità del saggio di fronte alle passioni e ai desideri, i secondi di apatia quale liberazione dalle passioni che permette di intraprendere un nuovo percorso, condotto sotto il segno della razionalità.

Con il Cristianesimo la buona morte cessa di essere un’espressione di valore e virtù in questa vita per identificarsi con la resurrezione in una vita ultraterrena raggiungibile solo attraverso l’obbedienza e il rispetto dei dettami cristiani nella vita terrena.

Cos’è oggi la “buona morte”?
Oggi la buona morte può essere intesa come “la morte non sofferta” che, grazie al controllo del dolore garantito dalle cure palliative, risulta essere la morte il più possibile buona e dignitosa per la persona affetta da patologia ingravescente e incurabile.

Quale ruolo svolgono le moderne cure palliative nell’assicurare una “buona morte”?
Le cure palliative sono incentrate sul concetto del caring “prendersi cura” piuttosto che del curing “curare” come l’etimologia della parola suggerisce: palliativo deriva dal latino palliare “coprire con il pallio, il mantello” ad indicare il profondo senso di accudimento e protezione che le stesse offrono.
La rete delle cure palliative prevede un’ampia varietà di ambiti: assistenza domiciliare, assistenza in strutture ospedaliere e day hospital e assistenza in strutture residenziali dedicate quali hospice.

Quest’ultimo termine è spesso impiegato con una connotazione negativa per indicare un luogo senza ritorno al quale si accede in fase avanzata o avanzatissima di malattia.
In realtà, il ricovero in hospice risulta necessario quando, a causa della complessità della gestione del paziente (complessità clinica, psicologica, gestionale e organizzativa), mancano transitoriamente o definitivamente le condizioni per l’assistenza dello stesso a domicilio. Gravità clinica del paziente e ridotta aspettativa di vita, spesso non superiore ai sei mesi, non costituiscono pertanto il requisito prioritario per l’accesso in tale struttura.

Per la loro componente fortemente umana e relazionale, le cure palliative contribuiscono a rendere il paziente consapevole della propria malattia e dell’evolversi della stessa trasmettendo, più che la prognosi nei numeri e nei tempi, quel senso del limite che, anche se non accettato del tutto, può migliorare la qualità di vita dell’assistito.

La buona cura si configura nella medicina palliativa come una presa in carico totale del paziente incentrata soprattutto sul rispetto dell’autonomia, della dignità e sulla valutazione della qualità di vita dello stesso.

Quali problemi solleva il ricorso alle cure palliative e come ne è regolamentato l’accesso?
Le cure palliative offrono assistenza medica, spirituale e psicologica sia al paziente affetto da malattia terminale che alla famiglia dello stesso.
L’espressione “To cure if possible, always to care” costituisce il principio fondamentale che muove i professionisti sanitari di questo settore, i quali, oltre ad alleviare il dolore fisico, dimostrano il proprio esserci anche solo con una silenziosa presenza nelle situazioni in cui è difficile trovare parole di consolazione e conforto per la persona morente e i suoi familiari. Per essere efficaci e non ridursi a sola terapia del dolore, tali cure devono essere iniziate nel momento in cui la malattia diventa metastatica e inguaribile e inserite pertanto in un percorso di pianificazione delle cure così da creare quell’alleanza medico-paziente che consente a quest’ultimo di affidarsi al professionista sanitario ed essere “condotto per mano” nel percorso di fine vita.

Tale necessità è ostacolata dall’infondata diffidenza nei confronti delle cure palliative, identificate erroneamente con l’eutanasia.
La differenza sostanziale tra pratica eutanasica e cure palliative risulta essere la finalità: le cure palliative offrono un’assistenza specialistica a tutto tondo volta a togliere in primo luogo il dolore di cui il paziente è affetto.
Esso si configura come “fisico” derivato dall’aggravarsi della malattia, “psicologico” ed “emozionale” quale ansia per la separazione dai propri cari e per l’incertezza circa il proprio futuro, “sociale” dettato da un maggior interesse verso sé stesso con un’angoscia sempre più crescente di essere diventato gravoso per gli altri e “spirituale” che porta la persona affetta da malattia a porsi interrogativi sul perché della malattia stessa e sul senso della vita e della morte.
L’eutanasia si configura invece come la richiesta che un soggetto fa ad un terzo (il medico) per farsi aiutare a morire ritenendo la propria vita non più degna di essere vissuta.
Mentre l’eutanasia è un percorso che si conclude con la cessazione di una vita non più accettabile, le cure palliative hanno come obiettivo primario quello di alleviare il dolore che mai corrisponde al fatto di porre fine alla vita, anche nel caso della sedazione palliativa profonda.

Elena Montaguti, laureata magistrale in Filologia e tradizione classica all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, nel 2019 ha concluso il dottorato di ricerca in Medicina Clinica e Sperimentale e Medical Humanities all’Università degli Studi dell’Insubria di Varese. Ha compiuto diverse esperienze di studio all’estero, in particolare in Germania (Heidelberg e Monaco di Baviera) e in Svizzera (Basilea). Ha collaborato e collabora tuttora con un’Università svizzera in Ticino. Il libro La buona morte: analisi del profilo storico e ruolo delle cure palliative nell’accompagnamento di fine vita è la tesi di dottorato svolta presso l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese.

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