La biblioteca scomparsa, Luciano CanforaIl professor Luciano Canfora, uno dei massimi conoscitori del mondo classico, è autore del saggio La biblioteca scomparsa, edito da Sellerio, in cui narra la storia della Biblioteca di Alessandria.

Prof. Canfora, cosa fece grande Alessandria d’Egitto?
Innanzitutto il fatto di chiamarsi dal nome di Alessandro, che creò questa città – poi nacquero tante altre Alessandrie ma quella fu la prima; i Tolomei, che sostenevano di avere anche la tomba di Alessandro, di custodirne il cadavere, pretendevano, e per un certo tempo ebbero la forza di imporre questa idea, di essere i veri continuatori del grande sovrano e poi Alessandria è strategica per il luogo in cui si trova nel Mediterraneo, un posto tale che ha consentito a lungo ai Tolomei di dominare la politica estera, e anche gli aspetti militari di essa, a partire dalla loro grande capitale. Un terzo elemento è lo sviluppo demografico enorme: era sicuramente una delle più grandi metropoli del Mediterraneo; un quarto tema è la cultura, cioè il fatto che i sovrani d’Egitto abbiano ritenuto che una gigantesca biblioteca, un gigantesco museo, una concentrazione di forze intellettuali dentro queste strutture contribuissero alla regalità. Tutti questi fattori ne hanno fatto, fino al tempo di Cleopatra e di Ottaviano, una capitale mondiale.

Chi erano gli abitanti di Alessandria? Si poté mai definire una città egiziana?
Sì e no, nel senso che i greci, macedoni, sono subentrati come occupanti – un po’ come gli inglesi in India – e la civiltà egizia era antichissima: Platone più volte nel Crizia, nel Timeo prende in giro gli ateniesi, giovanissimi, che non si rendono conto che il passato storico è molto più lungo di quello che loro credano; per imparare questo vanno in Egitto e scoprono che la storia è cominciata millenni prima che non quella ateniese, la ‘civiltà madre’, potremmo dire, su cui l’occupazione, prima persiana, poi macedone, ha sovrapposto altri strati culturali.

Come convissero? Non bene, nel senso che il predominio greco-macedone sulla popolazione egizia è stato un predominio di tipo coloniale, fondato sulla forza delle armi, sul fatto che i macedoni erano dei guerrieri imbattibili e quindi la possibilità di ribellione dell’elemento indigeno era modesta. Quando i romani misero piede in Egitto, misero in contrasto le comunità, quella egizia indigena sottostante e quella greca che nel frattempo si andava assottigliando molto. Le ribellioni, per cui Alessandra ogni tanto esplode e caccia un sovrano, sono anche ribellioni dell’elemento indigeno contro questi sovrani greci sempre meno carismatici, sempre meno capaci di egemonia e via via l’elemento indigeno riprese fiato; del resto, non si spiegherebbe altrimenti il fenomeno per cui, con la conquista araba nel 640 dopo Cristo, la grecità si rivela essere uno strato sottilissimo e dopo un po’ scompare del tutto e c’è una sorta di continuità dell’elemento indigeno preesistente e dell’elemento arabo subentrato.

C’era anche una vasta comunità ebraica ad Alessandria che fu dal primo momento protetta da Alessandro: dice Strabone che Alessandro fece accampare gli ebrei, installarsi, diciamo così, ai margini del palazzo reale, che era un segno di protezione molto forte. L’ellenismo, il fenomeno che noi chiamiamo ellenismo, cioè mescolanza tra elemento greco ed elemento non greco – la parola si trova nel Nuovo Testamento: gli ellenisti, gli ellenistai, sono gli ebrei che parlano greco – e sono tanti, tant’è vero che ad Alessandria hanno i loro teatri, i loro traduttori. La presenza ebraica era fortissima, ormai connotante; la diaspora verso Alessandria si è potenziata nel momento in cui Alessandria è diventata una metropoli, una capitale culturale, e questo molto a lungo. I migliori dotti del tempo vengono attratti ad Alessandria perché insegnino e soprattutto perché studino. Si diceva scherzosamente, da parte di poeti satirici, che quella era una ‘gabbia per uccelli pregiati’ – il Museo con la sua Biblioteca – perché effettivamente questi signori che hanno illustrato i vari rami del sapere, operando nel Museo, un tantino prigionieri erano: erano talmente cari ai sovrani, in particolare Tolomeo II e Tolomeo III Evergete, che hanno subito una dolce violenza da parte loro. Quando Aristarco ho pensato di andarsene, fu riportato ad Alessandria – Aristarco, il grammatico – ma lì ha insegnato anche Euclide – Euclide era stato alla scuola di Platone – quindi la tradizione, la traslazione di questa scienza, filosofia, da Atene ad Alessandria non è un fatto solo simbolico, è un fatto reale: le persone fisiche che hanno portato lì la scienza più avanzata del tempo

Questi studiosi non erano dunque veramente liberi, dovevano comunque compiacere i sovrani.
Compiacere forse è una parola troppo aspra, diciamo così, però la Biblioteca con tutte le sue strutture – il Museo è la più importante di esse, le cellette dove vivevano i vari dotti anche – apparteneva alla reggia: non era cioè una struttura per il pubblico; la reggia è un edificio in crescita – questo Strabone lo descrive molto bene – finché diventa grande quanto un quartiere: questo quartiere si chiamava Bruchion. All’interno di questa struttura ci sono la Biblioteca, il Museo, i dotti e tantissime altre attività collaterali. Dunque l’idea di possesso che hanno questi sovrani rispetto alle persone che hanno attratto lì e che hanno contatti con tutto il mondo – ci sono le lettere ad Archimede che stava a Siracusa e scriveva agli scienziati di Alessandria, quindi non era un isolazionismo culturale, tutt’altro. I Tolomei, Tolomeo II in particolare, si sono incaricati anche di una incombenza non trascurabile, cioè creare una biblioteca ‘popolare’, per il pubblico, che stava dentro il tempio di Serapide, la biblioteca figlia, per l’appunto: il Serapeo era ancora il tempio dove si teneva in vita il culto di Serapide, l’equivalente di Zeus ma dentro quella struttura sacrale c’era questa biblioteca aperta al pubblico. Abbiamo qualche voce di visitatori: c’è stato un pubblico di frequentatori che possiamo immaginare letterati, curiosi, letterati stranieri e quindi niente di inverosimile nell’immaginarla funzionante come noi vediamo funzionare le nostre biblioteche moderne.

Ovviamente non c’erano i libri, c’erano i rotoli, i papiri: quanti erano?
C’erano i libri: erano i rotoli. Liber in latino vuol dire un libro a forma di rotolo: noi chiamiamo i libri volumi e volumen vuol dire ‘rotolo’ perché volumen viene da volvo, che vuol dire ‘arrotolato su se stesso’. Il caso dei numeri è sempre un caso disperato: per esempio, quando si parla dei morti nelle battaglie, sono cifre che noi prendiamo per buone in mancanza di meglio. Ci colpisce che erano sempre cifre tonde e questo ci rende un po’ sospettosi e quindi anche i numeri dei rotoli di papiro ci lasciano un po’ perplessi perché ci sembrano esagerati, ci sembrano spropositati: si parla di 250 mila, di 500 mila, di 700.000. Io confesso che tendo a pensare che siano molto vicine alla realtà le cifre alte perché si tratta di un computo, di un calcolo, che non riguarda le opere, riguarda le singole parti di ciascuna opera quando, come era la norma, quest’opera era divisa in più libri e ogni libro era un rotolo; dopodiché, se noi pensiamo che abbiamo mille circa autori noti storici greci, e sono quelli di cui abbiamo notizia: abbiamo notizie letterarie che ci permettono di sapere quanti rotoli scrisse ciascuno di loro e si potrebbe arrivare rapidissimamente a cifre tipo 40.000/50.000 rotoli a partire dai nomi dei soli storici che ci sono noti in assenza dei tantissimi che non ci sono affatto noti. Moltiplichiamolo per tutti i generi letterari, per un’epoca molto più lunga e vede ben che si sale moltissimo. Aggiungiamo le traduzioni, perché loro hanno messo in essere una grande campagna di traduzioni da altre lingue.

Ogni libro veniva tradotto in greco?
Questo, almeno, era il sogno dei Tolomei, che si potesse concentrare lì la totalità dei libri del mondo, tutti i libri del mondo: è un sogno straordinario che loro attuarono in parte ma molto si impegnarono per attuarlo; per esempio, con quel meccanismo di fermare nel porto di Alessandria tutte le navi che approdavano, far ricopiare i libri che eventualmente fossero presenti in quelle navi e poi consentire alle navi di ripartire. Esempio interessante, Omero: i soli due poemi Iliade e Odissea sono 48 libri. Loro avevano gli “Omeri delle navi” – così si chiamavano -: cioè tutti gli esemplari omerici che avevano potuto far ricopiare dalle navi che erano approdate via via nel porto in quanto erano convinti che ci fossero edizioni cittadine con peculiarità specifiche – magari per patriottismo una città infilava un verso in cui si parlasse di quella città dentro un canto omerico – e allora l’idea era: comunque raccogliamo tutto questo materiale. Se già per un autore la moltiplicazione degli esemplari avviene in questo modo, figuriamoci per tutti gli altri, ecco perché io credo che fosse davvero una struttura enorme.

Come mai le navi avevano libri a bordo?
Intanto perché il commercio avveniva essenzialmente per nave: andare per terra significava impiegare un tempo infinito esponendosi a rischi – brigantaggio, ecc. – quindi la via più comoda per spostarsi era andare per mare per cui nelle navi si trovava di tutto.

La biblioteca di Alessandria copiava questi libri e restituiva alla nave la copia, non l’originale..
Maliziosamente Galeno racconta questo a proposito di Tolomeo III; aggiungiamo però che nella mentalità corrente antica la copia è più pregevole perché nuova, rispetto a quello che per noi sarebbe il contrario, cioè l’originale pregevolissimo, la copia pazienza.

Alessandria quindi produceva anche libri e li esportava in altre città.
Sì, certamente. Dione Cassio, quando parla di Alessandria al tempo di Cesare, ci fa capire che se c’erano depositi di rotoli librari al porto, quella era materia di esportazione. Non si può spiegare diversamente: grano e libri insieme non coabitano se non in funzione di un commercio marittimo molto sviluppato da parte di una città importantissima in tutto il Mediterraneo com’era Alessandria. Queste copie venivano fatte lì dentro, all’interno della Biblioteca? In ultima analisi, sì, perché i modelli stavano lì dentro e può essere benissimo, anche se non è documentato, che questa fosse una delle attività collaterali del grande centro bibliotecario.

Alla base dello sviluppo e della ricchezza di volumi della biblioteca di Alessandria c’era forse anche il fatto che l’Egitto fosse un grande produttore di papiro?
Sì, certamente. Il papiro è una pianta si coltiva intensivamente in Egitto e l’Egitto ha da sempre esportato la carta di papiro. Anche la Sicilia in realtà: una notizia molto nota, consolidata, anche da Plinio il Vecchio, grande scienziato, è che Pergamo avrebbe, in quanto vittima di un embargo egiziano sul commercio del papiro, dato l’avvio all’uso della pergamena, cioè della pelle di animale, come materiale scrittorio. In realtà questo esisteva da molto prima di Pergamo, nel mondo arcaico quasi certamente: i libri erano dei rotoli fatti con pelli di animali. L’Egitto ogni tanto poteva anche trovarsi nella condizione di non esportare: c’è una lettera di un filosofo allievo di Platone che si chiamava Speusippo, in cui egli dice: “mi fermo qui perché avendo il re di Persia riconquistato l’Egitto il papiro non arriva più”, quindi si è interrotta l’esportazione, il commercio del papiro. Non sarei però così schematico nel compartimentare perché il papiro comunque circolava, l’Egitto aveva tutto interesse ad esportarlo, se gli faceva comodo esportarlo. Boicottare la nascita della biblioteca di Pergamo non dandogli il papiro non è un’operazione credibile e forse è una leggenda. A Roma, molto presto, la forma materiale del libro cambia quindi, per esempio, il codex cioè il fatto di dare all’oggetto libro la forma grosso modo che noi abbiamo – fascicoli ripiegati e messi insieme uniti – a Roma nasce molto prima di quanto invece non si diffonda nell’oriente ellenizzato dove il rotolo rimane la forma tradizionale. I primi libri su pergamena sono rotoli, non sono ancora codici necessariamente.

Come fu distrutta la biblioteca di Alessandria?
Come è facile dirlo, col fuoco, perché lo strumento tipico – o acqua o fuoco sono gli strumenti con cui finiscono le biblioteche nell’antichità – la domanda è quando, semmai: siamo sicuri che la guerra alessandrina combattuta da Cesare, per un suo errore tattico – di farsi imbottigliare nel palazzo reale quando ha inseguito Pompeo dopo Farsalo, nel 48 avanti Cristo – abbia comportato la distruzione della biblioteca? Nessuna fonte antica lo dice: c’è una frase, un rigo, di Plutarco, secondo cui ‘danneggiò la biblioteca’ l’incendio che Cesare dovette provocare per liberarsi dall’assedio ma non incendio il palazzo dove lui era – perché sarebbe stato un suicida -: incendiò le navi che stavano alla fonda nel porto, a strapiombo sul quale c’era il palazzo reale. Questo incendio, provocato con la pece incandescente gettata sulle navi di legno, si estese agli edifici del porto e man mano al resto dei quartieri popolari, dei quartieri più fragili, in quanto fatti di case di legno presumibilmente: questo fu il grande incendio di Alessandria. Se noi mettiamo insieme i dati che conosciamo: 1. il fatto che nessuna fonte parli di distruzione della biblioteca; 2. che l’incendio certamente ci fu e investì il porto; 3. che al porto c’erano depositi di libri in attesa presumibilmente di essere esportati e che vennero in quell’occasione distrutti; 4. che Seneca, quando cita Tito Livio, e parla di 40 mila rotoli andati in fumo in quella circostanza dice anche che erano libri di particolare pregio, e destinati evidentemente alla esportazione, non quelli che stavano dentro il palazzo reale, cioè dentro gli scaffali della biblioteca alessandrina. In questi termini la vicenda dell’incendio cesariano diventa più comprensibile e si spiega anche il fatto che poco dopo viaggiatori come Strabone, più tardi i copisti mandati da Domiziano a copiare i libri alessandrini per rinforzare le biblioteche di Roma, se vanno ad Alessandria a copiar libri, vuol dire che la biblioteca esiste. Però, a un certo punto, la biblioteca scompare: è la guerra di Aureliano e Zenobia che distrugge il quartiere del Bruchion, fa scomparire il palazzo reale e fa scomparire la biblioteca, la grande Biblioteca. Siamo nel 270 dopo Cristo: la secessione dell’Oriente sotto Zenobia è un pericolo tale per l’impero romano che si può anche comprendere che Aureliano abbia scelto di combattere Zenobia sul suo terreno, nel cuore del suo regno, cioè ad Alessandria, impegnando una partita distruttiva in cui, come si suol dire, non si fanno prigionieri, si toglie al nemico ogni possibilità di ripresa. Questo è avvenuto in quel periodo terribile che è la fine del III secolo. Dopo, il mondo cambia: c’è Costantino, l’impero cristiano, tutta un’altra storia, in cui libri cominciano a rarefarsi, fra l’altro; si riducono le strutture, le biblioteche dei ginnasi, tutto diventa l’antefatto del medioevo. Alessandria muore allora però ha una seconda vita col Serapeo: quello che un tempo era residuale rispetto alla grande biblioteca diventa il grande centro, nella tarda antichità, intorno al quale si prosegue l’insegnamento della matematica e della filosofia platonica.

Che eredita ci ha lasciato Alessandria d’Egitto?
Alessandria d’Egitto ha una vita lunghissima, ben oltre quella antica perché ancora alla fine dell’ottocento e nel novecento era la città cosmopolita per eccellenza, poliglotta e multinazionale; era l’eredità remota, a distanza di tempi lunghissimi, attraverso disastri, di quel modello antico. Quindi per noi, nonostante le distruzioni intervenute nel tempo, Alessandria rappresenta il sogno della biblioteca universale e il cosmopolitismo militante, cioè il fatto che tante razze, tante culture possono convivere. Non succede tanto spesso.

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