La biblioteca ritrovata. La prima biblioteca di Vittorio Alfieri, Christian Del VentoProf. Christian Del Vento, Lei è autore del libro La biblioteca ritrovata. La prima biblioteca di Vittorio Alfieri pubblicato dalle Edizioni dell’Orso. Il volume nasce dal lavoro di ricostituzione del catalogo della biblioteca di Vittorio Alfieri: quali vicende hanno subito i volumi appartenuti allo scrittore astigiano?
Tra i grandi scrittori che rifondano la tradizione letteraria italiana tra fine Settecento e primo Ottocento Alfieri ci ha lasciato, assieme a Manzoni, l’archivio letterario forse più ricco e completo: infatti, non solo è possibile ricostruire la genesi e le diverse fasi redazionali di quasi tutte le sue opere fino alla princeps e oltre, ma si dispone anche di un altro prezioso documento, i libri delle sue biblioteche. Lo scrittore, infatti, fu il proprietario di due collezioni librarie, che riflettono periodi differenti della creazione letteraria alfieriana. Si tratta di un caso assolutamente eccezionale, poiché spesso le biblioteche di scrittori riflettono soprattutto gli ultimi anni di vita di chi le possedette. Le vicende particolari della biografia alfieriana, che interseca la Rivoluzione francese, ci hanno trasmesso invece due collezioni librarie. La prima, raccolta nel corso di quasi venticinque anni, accompagnò il lavoro di redazione delle sue opere maggiori e fu lasciata da Alfieri a Parigi quando, nell’agosto del 1792, abbandonò precipitosamente la capitale francese. La seconda, invece, fu costituita da Alfieri dopo il 1793, a partire dai pochi libri che aveva portato con sé. Questa seconda biblioteca – e con essa i pochi libri della prima che vi confluirono – è a disposizione degli studiosi fin dal 1825, quando fu donata dal pittore François-Xavier Fabre, erede della contessa d’Albany, alla sua città natale di Montpellier; della ricchissima biblioteca che Vittorio Alfieri aveva raccolto a Parigi poco, invece, si sapeva finora: la mancanza di un catalogo completo, la sua dispersione in diverse biblioteche parigine e della provincia francese e l’alienazione di una parte dei libri, che nel migliore dei casi presero la strada del mercato antiquario, infatti, hanno impedito a lungo di ricostruire il contenuto di quella raccolta e di tracciarne il profilo. Essa, tuttavia, ha sempre suscitato l’interesse degli specialisti; per più di una ragione. Innanzitutto, la sua costituzione prima, e i tentativi di ottenere la sua restituzione poi, occupano una parte rilevante dell’autobiografia dell’autore: la seconda parte della Vita, l’autobiografia di Alfieri, si apre sotto il segno della biblioteca perduta e il dramma di quella perdita si intreccia agli ultimi anni di vita dello scrittore. Inoltre, fu il serbatoio principale cui lo scrittore attinse durante l’ideazione e la stesura dei suoi massimi capolavori. Infine, mancavamo informazioni, se non parziali e lacunose, sulla sua composizione e sulle sue dimensioni, che gli studiosi hanno sempre ipotizzato superiori a quelle che si potevano desumere dai documenti in nostro possesso.

Grazie al ritrovamento dell’inventario del sequestro, che ho fatto nel 2000 presso le Archives Nationales di Parigi, e degli inventari redatti dalle singole biblioteche che avevano attinto a quella straordinaria collezione di libri, è cominciata una complessa caccia al tesoro per ritrovare il maggior numero dei quasi 3800 volumi che costituivano la prima biblioteca di Alfieri. Oggi, dopo anni di ricerche nelle biblioteche parigine e francesi, ma anche italiane, inglesi, statunitensi, etc., anche grazie all’aiuto di alcuni giovani collaboratori (Carlo Alberto Girotto, che collabora con me all’edizione del catalogo della biblioteca per l’edizione nazionale delle opere; Monica Zanardo, che è responsabile con me del progetto Digital Alfieri; Lucia Bachelet, Anna Mario ed Enrico Ricceri) è stato possibile identificare circa il 46% dei volumi appartenuti allo scrittore, tra cui un numero ragguardevole di classici italiani e latini, e una parte dei libri in lingua inglese. Se si considerano le condizioni in cui avvenne la dispersione delle biblioteche private durante la rivoluzione, utilizzate talvolta addirittura per fabbricare cartucce durante la guerra della Seconda Coalizione (1799-1800), si tratta di una percentuale molto elevata. Agli occhi dei bibliotecari francesi, infatti, la biblioteca di Alfieri aveva un valore inestimabile, dovuto non solo alla presenza di alcune rarissime edizioni, ma anche al suo profilo: il 71% dei volumi era costituito da edizioni in lingua italiana, greca, latina e inglese, spesso rare – queste ultime in maniera particolare – nella Francia rivoluzionaria.

Qual era la topografia dello spazio letterario entro cui si mosse lo scrittore negli anni della sua formazione e in quelli in cui videro la luce le sue opere più importanti?
La distribuzione dei libri della prima biblioteca secondo la lingua ci offre alcuni elementi di riflessione: l’italiano è la lingua predominante (54,9%), seguita dal francese (27,4%), dal latino (11,9%), dall’inglese (2,8%) e dal greco (1,3%). Questa ripartizione conferma l’immagine di sé che Alfieri volle offrire nella Vita: quella di un autore italiano, che guardava essenzialmente alla tradizione classica italiana, latina e greca (la quantità di volumi in lingua greca è ancora, a questa altezza, ridotta, poiché lo scrittore non padroneggiava ancora sufficientemente questa lingua). Alfieri, tuttavia, era anche un uomo del Settecento, che fu il secolo della prima “globalizzazione”, segnato dalla predominanza del francese come lingua di cultura e di scambio; e il dato più nuovo che emerge dalla ricostruzione della biblioteca è proprio la presenza massiccia di edizioni in lingua francese. Sembra, cioè, di trovarsi di fronte alla biblioteca di due lettori differenti. Questa impressione è confermata dalla distribuzione delle materie secondo la lingua delle edizioni: il 61% delle edizioni in lingua italiana è costituito da opere letterarie, seguite, molto da lontano, da quelle di argomento storico (9,6%), artistico (5,4%), filosofico (3,9%), scientifico (3,2%) e politico (1,8%). Le cose sono un po’ diverse per le edizioni in lingua francese, dove le «Belles Lettres» rappresentano solo il 34,1%, mentre la storia corrisponde al 23,1%, seguita dalla filosofia (7,3%) e dalla letteratura artistica (7%), dalla politica (5,7%) e dalle scienze (4,4%). Il francese è la lingua delle scienze umane e delle scienze. È qui che sono state fatte le scoperte più interessanti in merito allo spazio letterario entro cui Alfieri si muove: lo scrittore si mostra un divoratore della letteratura dei Lumi, anche i più radicali, ma anche di una vasta letteratura di divulgazione scientifica, di libri di geografia e di storia, e quelli dedicati alla scienza della politica. Questa dimensione conferma la profonda embricazione di Alfieri nel suo secolo e la partecipazione attiva ai dibattiti culturali e agli eventi del suo tempo, ma è anche il riflesso della formazione del giovane Alfieri, destinato, fino al celebre “scandalo di Londra” (1771), alla carriera di diplomatico et di grand commis dello stato sabaudo. Certo, si tratta di dati che vanno soppesati con molta prudenza, perché i libri di Alfieri affiancavano sugli scaffali dell’Hôtel Thellusson (l’ultima, sfarzosa, dimora parigina di Alfieri) quelli della contessa d’Albany, che fu la sua musa per più di venticinque anni. Molte edizioni, soprattutto le traduzioni dal latino, i romanzi e le numerose “bibliothèques bleues”, ma anche molti volumi di arte, appartennero sicuramente alla compagna di Alfieri, che fu una grande lettrice e un’artista non spregevole.

Che rapporto ebbe Alfieri con i suoi libri?
Alfieri attribuiva ai propri libri un valore straordinario. Essi avevano innanzitutto un valore strumentale, pratico: erano un oggetto di studio, su cui forgiare la propria lingua e a cui ispirarsi – in un rapporto, secondo i casi, di emulazione o di dissimilazione – per la redazione delle proprie opere. Anche per questo nel 1788, una volta stabilitosi a Parigi, Alfieri aveva voluto riunire la propria biblioteca facendosi mandare i volumi restati a Roma, quando aveva lasciato la città, nel 1783. Accanto a questo valore ‘utilitaristico’, molti libri avevano per Alfieri anche un valore affettivo e simbolico: come alcuni volumi che gli erano stati regalati dalla sua compagna, o, in particolare, come alcuni testi donatigli dai suoi amici (basti pensare all’esemplare delle opere di Machiavelli nell’edizione della «Testina» regalatogli all’Aia nel 1768 dall’amico José Vazquez Da Cunha, da cui Alfieri non si separerà mai). Sono oggetti che diventano rappresentativi di alcuni momenti di svolta, poi rievocati nella narrazione autobiografica: oltre alla formazione letteraria, infatti, i libri accompagnano l’educazione emotiva e sentimentale di Alfieri, veri e propri “compagni di viaggio”, che lo consolano nei momenti più difficili. Infine, i libri diventano, per Alfieri, il documento tangibile della sua vocazione letteraria, della scelta, tenacemente perseguita, di farsi scrittore: sono le armi con cui affronta la battaglia della «conversione» linguistica e letteraria, e la tavolozza che egli decide di utilizzare per tratteggiare il proprio autoritratto: e anche per questo si premurò di circoscrivere, in seno alla sua collezione libraria, i testi che dovevano costituire la sua biblioteca d’autore.

Si tratta, chiaramente, di un profondo rapporto d’amore di Alfieri con i propri libri: per essi non badava a spese (procurandosi edizioni magari rare o preziose, o dotandoli di legature personalizzate, spesso costose). Persino in un momento drammatico e concitato come la fuga da Parigi, si premurò di salvare alcune edizioni e di lasciare disposizioni per il futuro trasloco di quelle rimaste. Possiamo dunque immaginare quanto sia stato per lui drammatico realizzare di aver perduto per sempre la sua prima biblioteca, che rappresentava le fasi della formazione della sua identità (di uomo e di scrittore).

Per lo studioso, dunque, le biblioteche di Alfieri, proprio per la profonda embricatura con il suo archivio letterario, per la loro ricchezza e per l’estensione dell’arco cronologico che coprono, costituiscono un osservatorio privilegiato per esplorare in profondità quattro aspetti legati allo studio delle biblioteche d’autore: innanzitutto, il rapporto tra lettura e scrittura, ovvero il ruolo che svolge la biblioteca nella genesi letteraria; in secondo luogo, le pratiche di lettura e gli insegnamenti che se ne possono trarre per studiare il metodo di lavoro dello scrittore; quindi, lo statuto testuale delle annotazioni; infine, la volontà dello scrittore di mettersi in scena o, almeno, la sua coscienza viva che la biblioteca avrebbe contribuito a definire l’immagine di sé che voleva consegnare alla posterità.

Il rapporto di Alfieri con i suoi libri, dunque, si articola su più livelli. Uno è quello materiale che interroga la maniera in cui si realizza l’incontro tra «il mondo del testo» e «il mondo del lettore». I lettori, infatti, non sono mai davanti a testi astratti, ideali, distaccati da ogni materialità; essi maneggiano o percepiscono oggetti e forme le cui strutture e le cui modalità governano la lettura e l’ascolto. Interrogare la biblioteca di Alfieri significa capire come lo scrittore utilizzò, lesse e studiò i suoi libri. Si tratta di una dimensione fondamentale, come hanno mostrato gli studi pionieristici di Roger Chartier sulla lettura. I libri della biblioteca di Alfieri e un certo numero di testimonianze attestano la moltiplicazione delle pratiche di lettura che caratterizza il XVIII secolo (la lettura estensiva che affianca quella intensiva; la lettura silenziosa quella a voce alta; la pratica dell’annotazione marginale quella dell’estrazione). I libri di Alfieri ci conducono anche e soprattutto nell’officina dello scrittore: le biblioteche, infatti, costituiscono il contesto materiale in cui le opere letterarie prendono forma, poiché il processo di creazione ha origine a contatto con, e talora in seno a, i testi degli altri. In un certo numero di casi, i margini dei libri sono addirittura il luogo fisico dove si materializza la creazione letteraria, diventano essi stessi manoscritti, ma di un genere particolare, perché congiungono due spazi eterogenei: quello pubblico del testo edito e quello privato dell’officina dello scrittore. Le biblioteche degli scrittori sono dunque un osservatorio privilegiato per comprendere la genesi del processo di scrittura.

Le postille, verbali o non verbali, sono spesso lo specchio di questo incontro (a questo punto ho dedicato nel libro un intero capitolo), e ci spingono a interrogarci su un aspetto specifico, il loro statuto: come ha mostrato recentemente per Voltaire Gillian Pink, anche Alfieri sembra non di rado annotare i propri libri pensando a un lettore futuro. Si tratta di un elemento che concorre a mostrare che Alfieri ha organizzato con lucida coscienza, e non senza un alto livello di intenzionalità, l’integralità del proprio archivio (manoscritti e biblioteca), consapevole del ruolo che essi avrebbero svolto presso i posteri nella definizione della sua personalità di autore. I manoscritti e la biblioteca partecipano cioè, assieme all’autobiografia, alla costruzione di un personaggio, l’‘autore’, intenzionalmente offerto ai lettori come filtro privilegiato (e autorizzato) per una ricezione postuma della sua opera: l’‘autore’ protagonista della Vita si erge a unico garante del contesto storico, dell’unità e della coerenza (in altri termini: dell’autenticità) delle opere composte dallo ‘scrittore’ Alfieri. Non è un caso, dunque, se Alfieri costruisce la sua immagine di scrittore nella Vita, e delimita lo spazio letterario entro cui agisce attraverso il catalogo della sua biblioteca d’autore.

In che modo i libri letti o anche soltanto acquisiti dall’Afieri ci permettono di approfondire l’identità e la fisionomia culturale del loro possessore?
Come dicevo, la biblioteca rappresenta lo spazio virtuale in cui lo scrittore intesse il suo dialogo a distanza con gli autori del passato, essa conserva l’impronta dell’orizzonte culturale entro il quale agisce e offre la testimonianza tangibile delle sue pratiche di lettura, attestate dalle tracce materiali che ha lasciato sui volumi che ha posseduto, letto, annotato, e della loro interazione con le sue pratiche di scrittura. La sua fisionomia complessiva documenta gli interessi di studio, gli orizzonti disciplinari e gli orientamenti bibliofili che hanno caratterizzato la personalità del suo possessore. Quando ci si sposta sul terreno, scivoloso, rappresentato da quel tipo particolare di possessori che sono gli scrittori, questa indagine richiede qualche cautela metodologica, nel caso di Alfieri in maniera particolare. Nella Vita, infatti, lo ‘scrittore’ Alfieri ci ha lasciato un percorso di letture attraverso cui si delinea progressivamente l’‘autore’ Alfieri, l’eroe protagonista dell’autobiografia. Questo percorso di letture trova un riscontro nell’unico, parziale, catalogo della sua biblioteca che ci ha lasciato (che registra appena un migliaio di volumi), redatto a Roma nel 1783 dal suo segretario, Giovanni Viviani. Alfieri lo portò sempre con sé aggiornandolo, fino all’estate del 1792, con i nuovi acquisti, ma sempre in maniera molto selettiva. Cosa significa? All’interno della sua biblioteca, che contava, lo abbiamo visto, poco meno di 4000 volumi, che rispecchiavano precisi e costanti interessi di ricerca e di passione erudita e culturale, Alfieri isola accuratamente un nucleo relativamente ristretto di classici italiani, latini e greci, con caratteristiche molto precise tali, appunto, da testimoniare la sua unicità e la sua singolarità di autore. Alfieri è cosciente dei profondi mutamenti che investono il ruolo degli scrittori nel suo tempo, tanto da consacrare lo statuto nuovo dello scrittore moderno in quello che è forse il primo trattato di sociologia della letteratura, Del principe e delle lettere (1789), cui si ispirerà anche Mme de Staël per il suo De la littérature (1800). La figura dell’autore si ritrova ormai al centro del sistema letterario e, a tal fine, gli scrittori mettono in atto varie strategie. Così, nella Vita, Alfieri costruisce la sua immagine pubblica di autore, mentre nel ristretto catalogo che ci ha lasciato delimita lo spazio letterario entro cui agisce, ovvero la sua biblioteca d’autore. Il mio libro, dunque, esplora per la prima volta la biblioteca di Alfieri nella sua interezza, con l’identificazione quasi integrale delle opere che vi figuravano e con il ritrovamento di una parte consistente degli esemplari posseduti, contribuendo a far rivivere concretamente la personalità di colui che la raccolse e la studiò per tutta la vita e mettendo in luce tutti gli interessi dell’uomo Alfieri, che sono quelli di un lettore della fine del Settecento. Al tempo stesso, però, la presenta mettendola in prospettiva con quella che, probabilmente per la prima volta nella storia della letteratura italiana moderna, è una biblioteca d’autore.