“La biblioteca di notte” di Alberto Manguel

La biblioteca di notte, Alberto ManguelLa biblioteca di notte
di Alberto Manguel
traduzione di Giovanna Baglieri
Archinto

«Il punto di partenza è una domanda.

Esulando dal campo della teologia e della letteratura fantastica, pochi possono mettere in dubbio che le caratteristiche principali del nostro universo siano il vuoto di significato e la mancanza di un fine riconoscibile. Eppure, con sconcertante ottimismo, raccogliamo senza sosta ogni brandello di informazione che ci capiti sottomano in rotoli, libri e microchip, tra gli scaffali delle biblioteche, siano esse materiali, virtuali o di altra natura ancora, nel patetico tentativo di dare al mondo una parvenza di senso e di ordine, perfettamente consapevoli, per quanto ci piaccia credere il contrario, che i nostri sforzi sono destinati a fallire miseramente.

Ma allora perché lo facciamo? Pur sapendo fin dal principio che questa domanda con ogni probabilità sarebbe rimasta inevasa, la ricerca mi sembrava di per sé degna di essere intrapresa. Questo libro è la storia della mia ricerca.

Meno interessato alla nitida successione di date e di nomi rispetto al nostro infinito sforzo di raccogliere, ho iniziato quest’impresa parecchi anni or sono, non per compilare un’ennesima storia delle biblioteche né per aggiungere un altro tomo alla già paurosamente sterminata raccolta di biblioteconomia, ma semplicemente per dare conto del mio stupore. «Di certo dovremmo trarre commozione e ispirazione dal fatto», scriveva Robert Louis Stevenson più di un secolo fa, «che la nostra razza non cessa di affaticarsi in un campo dal quale il successo è bandito».

Le biblioteche, la mia e quelle condivise con un pubblico più vasto di lettori, mi sono sempre apparse luoghi di piacevole follia, e per quanto ricordi, sono sempre stato sedotto dalla loro logica labirintica, da cui trapela che è la ragione (se non l’arte) a governare una cacofonica sistemazione di libri. Provo il piacere dell’avventura nel perdermi tra le scaffalature stipate, superstiziosamente fiducioso che ogni gerarchia stabilita di lettere e di numeri mi condurrà un giorno a una destinazione promessa. I libri sono stati a lungo strumenti delle arti divinatorie. «Una grande biblioteca», rifletteva Northrop Frye in uno dei suoi numerosi taccuini, «ha davvero il dono delle lingue e la grande forza della comunicazione telepatica.»

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La biblioteca di notte
  • Manguel, Alberto (Autore)

Stregato da questa piacevole illusione, ho trascorso mezzo secolo a raccogliere libri. Con immensa generosità, i miei libri non mi hanno mai chiesto nulla, e mi hanno offerto in cambio ogni genere di illuminazione. Scrisse Petrarca a un amico: «Bibliotheca nostra, tuis in manibus relicta, non illiterata quidem illa, quamvis illiterati hominis». Come quelli di Petrarca, anche i miei libri sanno infinitamente più di me, e sono loro grato che sopportino addirittura la mia presenza. Talvolta mi sembra di abusare di questo privilegio.

L’amore per le biblioteche, come la maggior parte degli amori, va imparato. Non c’è nessuno che, mettendo piede per la prima volta in una stanza fatta di libri, sappia istintivamente come comportarsi, che cosa aspettarsi, che cosa sia promesso, che cosa sia permesso. Si può essere sopraffatti dal terrore – di fronte all’accumulo di libri o alla sua vastità, davanti al silenzio, al beffardo monito di quanto non si sa, alla sorveglianza — e parte di quel senso di sopraffazione può persistere, anche quando rituali e convenzioni siano stati appresi, quando la geografia sia stata tracciata su una mappa e i nativi si siano rivelati pacifici.

Avventatamente, da giovane, quando i miei amici sognavano di compiere gesta eroiche nei regni dell’ingegneria e della legge, della finanza e della politica interna, io sognavo di diventare un bibliotecario. L’indolenza e una passione irrefrenabile per i viaggi hanno deciso altrimenti. E ora, avendo raggiunto l’età di cinquantasei anni (che, come ricorda Dostoevskij nell’Idiota è «l’età in cui si può giustamente dire che inizi la vita vera»), sono tornato a quel mio primo ideale e, anche se non posso propriamente definirmi un bibliotecario, vivo tra scaffali che continuano a moltiplicarsi e i cui limiti iniziano a sfumare e a coincidere con la casa stessa. Avrei dovuto intitolare questo libro Viaggio intorno alla mia camera. Ma, ahimè, il noto Xavier de Maistre mi ha preceduto, più di due secoli or sono.»

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