Prof.ssa Chiara Faggiolani, Lei è autrice del libro La bibliometria edito da Carocci. La bibliometria è una disciplina recente: di cosa si occupa?
La bibliometria, Chiara FaggiolaniNel nostro paese l’argomento è diventato un tema caldo solo negli ultimi anni e la causa è stata ovviamente l’attenzione crescente verso gli esercizi di valutazione del sistema universitario e della ricerca. La bibliometria in realtà ha origini antiche e la sua storia è tutt’altro che recente. Tra l’altro l’ambito in cui nasce non è quello della valutazione della ricerca ma quello bibliografico-biblioteconomico. Sbaglia chi considera la bibliometria soltanto un insieme di strumenti finalizzati alla valutazione della ricerca. Mi rendo conto che è un equivoco nel quale si può cadere facilmente sulla scia del caldo dibattito in corso rispetto alla metodologia migliore per valutare le pubblicazioni scientifiche. Questa declinazione della bibliometria è stata però successiva ad un primo sviluppo della disciplina nei primi decenni del secolo scorso, quando la sua applicazione risultava essere particolarmente efficace nell’analisi dell’obsolescenza, dello sviluppo e della crescita (qualitativa e quantitativa) delle collezioni bibliografiche. La bibliometria ha una interessante estensione temporale ma anche spaziale, dove per spazio intendo ovviamente lo “spazio disciplinare”. Si tratta di un tema fortemente interdisciplinare, la cui origine è riconducibile agli studi bibliografici ma che nel tempo è stato arricchito dai contributi provenienti dai settori più diversi. Approfondita in ambito sociologico, bibliografico-biblioteconomico e tecnico-scientifico – i chimici hanno avuto un ruolo non secondario nella sua storia – le sue tecniche possono essere utilizzate per rispondere a diversi obiettivi: quantificare la crescita di una disciplina scientifica e della sua letteratura, costruire mappe delle aree di ricerca, delle tematiche più ricorrenti, di quelle attive e di quelle che si stanno sviluppando, valutare la produttività e l’impatto (ma non la qualità, attenzione) della ricerca di uno studioso, di una istituzione e di una nazione, approfondire la storia della scienza e degli scienziati, studiare l’obsolescenza della letteratura scientifica e potrei andare ancora avanti.

Si parla molto di attendibilità delle notizie sul web: esiste un modo per determinare scientificamente la qualità e autorevolezza dei contenuti web?
Viviamo in un periodo di notevoli e rapide trasformazioni nel mondo dell’editoria, delle tecnologie dell’informazione e dell’apprendimento. Quello dell’attendibilità delle notizie sul web è un tema molto delicato che ha a che vedere anche con la formazione e l’educazione all’uso del Web, ancora molto superficiale se non assente. Nell’era di Google e Amazon, la sensazione diffusa è che si possa accedere alle informazioni con molta più facilità e velocità di prima. Attenzione però: questo non significa che la conoscenza sia accessibile a tutti. Non tutti sanno riconoscere l’attendibilità delle fonti, la maggior parte non si pone proprio il problema.
In questa partita le biblioteche possono giocare un ruolo fondamentale perché non danno accesso solo all’informazione ma soprattutto offrono la possibilità di conquistare le abilità e le conoscenze necessarie per riconoscere l’informazione e saperla valutare. Sto facendo riferimento ovviamente al tema dell’information literacy.

In un mondo in cui il web è strumento pervasivo d’informazione, le riviste scientifiche hanno ancora senso?
In generale sarei portata a rispondere che all’interno dell’accademia sì, le riviste scientifiche hanno ancora un senso. È necessario però ampliare un po’ lo sguardo e andare in profondità. Ogni disciplina scientifica è caratterizzata da un suo specifico modello di diffusione dei risultati della ricerca caratterizzato da un diverso utilizzo delle pubblicazioni scientifiche, da tempistiche di diffusione dei risultati della ricerca molto diversi, da forme di collaborazione e comportamenti citazionali profondamente differenti. Nelle scienze umane e sociali il libro ha un ruolo ancora fondamentale: la monografia è ancora il principale strumento di disseminazione dei risultati della ricerca anche se le cose via via stanno cambiando. In altre discipline, nelle cosiddette scienze dure, non è così: l’articolo su rivista è ancora la star delle pubblicazioni scientifiche. In questo scenario la diffusione del movimento Open Access sta profondamente cambiando le cose. Da oltre un decennio si assiste all’aumento delle istituzioni che si stanno dotando di repository istituzionali e/o disciplinari con l’obiettivo di disseminare i risultati della ricerca in una modalità open. Anche gli editori stanno entrando nel mercato delle riviste ad accesso aperto.

Nel futuro la ricerca sarà ancora valutata attraverso le pubblicazioni scientifiche o ritiene che si evolveranno altri strumenti?
Come dicevo, siamo in un periodo di profonda trasformazione caratterizzato da un radicale mutamento dei modi di produzione della conoscenza e di accesso ad essa. Rispetto alla valutazione, la questione preliminare da affrontare a mio avviso non è però quella metodologica ma quella dell’oggetto della stessa e del contesto in cui si sviluppa. È da più di venti anni che si parla di Scienza Mode 2, espressione introdotta da Michael Gibbons e altri nel volume The new production of knowledge: the dynamics of science and research in contemporary societies. Il vecchio paradigma della ricerca scientifica, detto Mode 1, caratterizzato da una ben determinata tassonomia di discipline, sta lasciando spazio ad un nuovo modo di produrre conoscenza, dalla natura interattiva e transdisciplinare, tarato sulla complessità dei problemi emergenti che alla scienza si richiede di risolvere. Il Mode 2 è caratterizzato da una crescente trasgressione dei confini tra ricerca scientifica e sviluppo tecnologico e soprattutto da una commistione significativa tra settori disciplinari diversi: le discipline si fondono e si intersecano, i luoghi della ricerca non sono più soltanto quelli istituzionali. Le grandi scoperte possono avvenire (e avvengono) nei modi più imprevisti.
In tutto questo, come dicevo non possiamo dimenticare il ruolo fondamentale del movimento Open Access e l’obbligo che tutti noi abbiamo di diffondere il più possibile i risultati delle nostre ricerche finanziate con fondi pubblici. Dobbiamo aprire alla società i risultati della ricerca, fare in modo che si diffonda un senso crescente di fiducia.

Per quanto riguarda la sua domanda sugli strumenti di valutazione della ricerca, la risposta è: sì, si stanno sviluppando nuovi strumenti. L’attenzione oggi è sempre più puntata sulle Altmetrics, ovvero metriche alternative a quelle tradizionali. Queste si basano sulla enorme quantità di dati a disposizione (big data) prodotti dagli utenti, i cosiddetti user generated content: basti pensare ai canali social generalisti, come Facebook o Twitter, o verticali, come Academia.edu o Researchgate, attraverso i quali si diffonde la ricerca scientifica oggi. La visibilità sul web gioca a favore dell’impatto scientifico. Per adesso si tratta però di strumenti che possono essere solo affiancati a quelli più tradizionali, certo non sostituiti. Sicuramente la necessità è quella di sviluppare strumenti capaci di rispettare la natura delle discipline e il naturale sviluppo della scienza. Bisogna essere capaci di tenere sempre alta l’attenzione sul rapporto tra scienza e società e ricordare che la valutazione della ricerca non è un fine ma un mezzo per aiutare la ricerca a crescere qualitativamente e a migliorare.