“La bellezza complice. Cosmesi come forma del mondo” di Giuliano Zanchi

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Don Giuliano Zanchi, Lei è autore del libro La bellezza complice. Cosmesi come forma del mondo edito da Vita e Pensiero: quale importanza ha acquisito nella società odierna la bellezza?
La bellezza complice. Cosmesi come forma del mondo, Giuliano ZanchiSicuramente un primato sociale di indiscutibile evidenza. Nell’impostare questo saggio sono partito proprio da questa constatazione. Il nostro mondo non è mai stato così bello. Non esiste epoca, quanto la nostra, in cui la cura della forma sia stata una preoccupazione tanto estesa e fondamentale, talmente importante da essere applicata a tutto, al cibo, ai vestiti, alle abitazioni, agli oggetti, alle immagini, e naturalmente ai corpi. Per usare una formula si potrebbe dire che siamo in un’epoca di «estetizzazione della realtà». Accanto a questo fenomeno ne agisce un altro ben più studiato e ormai accolto nel vivo nel nostro senso comune. Si tratta di quello che è stato chiamato «disincanto del mondo». Esso riguarda il congedo della nostra cultura dalle evidenze metafisiche che un tempo innervavano l’esperienza che gli esseri umani avevano di sé stessi e del mondo, quindi da una visione religiosa della vita, delle narrazioni che la veicolavano e delle istituzioni che la trasformavano in pratiche condivise. La nostra è la prima civiltà nella storia che tenta di edificarsi sulla rinuncia a dei riferimenti trascendenti. Nel senso della trascendenza religiosa. Siamo i primi che provano a fare senza di Dio, che si dice morto per sempre. Siamo all’estinzione di valori pressoché millenari e all’esordio di nuovi paradigmi radicalmente immanenti, in cui anche il vecchio umanesimo antropocentrico sta lasciando il posto a nuove visioni dell’uomo. Siamo agli albori di un postumanesimo che comincia a tradursi in realtà. Ecco, «estetizzazione della realtà» e «disincanto del mondo». Mi sono chiesto se tra questi due fenomeni, così caratteristici dell’epoca in cui ci troviamo a vivere, ci fosse una sorta di rapporto. E mi sono risposto di sì. Per argomentare questa che fino a prova contraria resta un’impressione sono passato attraverso Nietzsche e la sua indiscussa centralità nei processi di trasformazione culturale che hanno riguardato almeno gli ultimi due secoli. In particolare, mi sono servito di una delle sue frasi nemmeno troppo citate, eppure così adeguata a sintetizzare quell’intreccio fra estetizzazione della realtà e disincanto del mondo da cui sono partito. La frase, che viene da Frammenti postumi del 1888, dice più o meno così: «La verità è brutta, abbiamo l’arte per non perire a causa della verità». Partendo da questa frase e seguendo il corso della sua influenza nella storia della nostra cultura ho provato a chiarire in che modo la vita estetica si pone oggi come una sorta di farmaco per un mondo sostanzialmente deprivato dei suoi incanti trascendenti.

Quale funzione svolge nel nostro inconscio culturale?
Prima ancora che nel nostro inconscio la bellezza agisce come aperta funzione sociale. La tesi del libro sta proprio nel sostenere che una civiltà del disincanto pone poi grossi problemi di gestione del senso e dell’identità nella misura in cui senza veri riferimenti trascendenti e condivisi il compito dei singoli di trovare ragioni alla propria vita e consistenza al proprio sé diventa un’impresa sostanzialmente impossibile. A quali moventi si può riferire l’individuo postmoderno per poter considerare la propria piccola vita qualcosa di più di una escrescenza organica venuta dalla casualità dei processi materici e destinata nel nulla del loro continuo rimescolarsi? Archiviate le vecchie narrazioni, religiose e filosofiche, a quale «senso» potersi riferire per conferire alla vita di ciascuno la necessaria consistenza che essa richiede per essere affrontata senza cedere alla tentazione di porvi fine in anticipo? Nel libro cito la tagliente battuta di un western all’italiana che si intitola Il mio nome è Nessuno, con Terence Hill e Henry Fonda, che come tutti questi film fa parlare certi sudici pistoleri come filosofi cinici dell’epoca di Socrate; la battuta dice così: «L’unico modo per allungare la vita è cercare di non accorciarla». Ecco, di altre vite non si parla, come rendere consistente almeno questa? A questa domanda risponde da più di un secolo la frase di Nietzsche: «abbiamo l’arte per non perire a causa della verità». Avendo solo una vita per giunta insensata, cerchiamo di renderla un’opera d’arte. La dimensione estetica è perciò quella che nelle prassi della nostra vita sociale consente a tutti noi di conferire alla nostra vita un senso e un carattere proprio nel senso della sua modellazione a piacere. Anche quello che abbiamo sempre chiamato «senso» nasce come frutto della costruzione umana. Visto che un senso non c’è, facciamocelo da noi, e già che ci siamo, facciamocelo bello. Lo strapotere immaginifico che oggi possiede la dimensione estetica nella nostra società globale, agiata, secolare, tecnicizzata, agnostica, sostituisce l’aura fondativa che un tempo era quella delle metafisiche e delle vie religiose.

Sia sant’Agostino che san Tommaso d’Aquino parlano di «bellezza» e «splendore» della verità: che relazione esiste, nella società contemporanea, tra le due?
Agostino e Tommaso sono protagonisti eminenti di quella tradizione cristiana che della bellezza faceva un cammino per arrivare a Dio e che si articolava in almeno due sentieri: la bellezza come armonia e la bellezza come splendore. Interpretate teologicamente, quelle due vie non erano concetti astratti, ma alla loro base erano esperienze della coscienza. Agli uomini succede di trovarsi di fronte a dei fenomeni che toccano la loro coscienza quasi come una rivelazione e che fanno sorgere il sentimento del sacro. Questi temi, che la filosofia di Kant ha provveduto a razionalizzare e in certo modo anche a ridurre, sono passati già dal secolo scorso alla ricerca della fenomenologia, che continua a rendere conto del fatto che esiste una esperienza della bellezza che non si riduce a una costruzione dell’uomo, ma che lo sorprende rivelandolo a sé stesso. Un tema come questo, collocato nei discorsi trattati nel mio libro, significa che anche in questa civiltà dell’immagine artificiale, del prodotto cosmetico e del design applicato a tutto, non smettiamo di fare quelle esperienze in cui la bellezza sembra venire da «altrove». Non smettiamo, per esempio, di lasciarci incantare da un tramonto, di definire «bella» una buona azione, di rimanere trasognati davanti alla luna piena benché sappiamo ormai perfettamente della sua natura di deserto satellite in perenne rotazione attorno alla terra. Quella della bellezza continua a essere una «esperienza» che si attiva in noi aldilà di noi. Ma non abbiamo più le categorie, il linguaggio, i codici per argomentarla ancora come testimonianza di qualcosa che riguarda la trascendenza. Usare le vecchie parole della tradizione metafisica e cristiana può avere un ottimo valore speculativo ma pretendere di renderle operative nel nostro tempo è come stringere della sabbia nel pugno di una mano: più tenti di trattenerle, più le senti mancare. Esistono molte esperienze tipiche della specificità umana della coscienza di quel vivente chiamato uomo che nei codici operativi e linguistici della nostra attuale ecumene culturale non hanno più le parole necessarie per avere la loro giusta evidenza. Forse verrà anche il tempo in cui verrà trovato un nuovo vocabolario per rendere a esse la giusta testimonianza.

Quale funzione assume dunque la cosmesi?
«Cosmesi» in questo libro non è soltanto la materia dei parrucchieri e dei centri estetici. Ho dato a questo termine il valore ampio di costruzione estetica artificiale di cui i singoli umani e l’umanità nel suo insieme si serve oggi per «creare» il mondo in cui vive, il senso che vi attribuisce, i valori che lo fanno funzionare. Anche il senso oggi è il prodotto di una bellezza artificiale. Questo lo si capisce osservando con attenzione a molti fenomeni che costituiscono la scena della nostra comune vita sociale. La moda, l’arte, lo spettacolo, la comunicazione, il consumo, lo sport e molte altre dimensioni. Questa credo sia la parte più divertente del libro, perché significa guardare cose per noi ovvie con occhi diversi scoprendovi aspetti inaspettati. Non voglio rovinare la sorpresa. Mi limito a osservare da questa esplorazione si può osservare una cosa che da un po’ di tempo a questa parte diventa sempre più evidente. Si tratta della dimensione religiosa che, indebolita nelle sue forme confessionali, non si è ritirata, ma al contrario ha esteso la sua influenza in maniera addirittura indiscernibile. Il disincanto del mondo non annulla la religione, la riproduce ovunque. Nell’arte, nel capitalismo, nei consumi, persino nella scienza. E la dimensione estetica ha un ruolo anche in questa sopravvivenza occulta del religioso. L’estetica si presenta nel nostro tempo come nuovo domicilio del tema spirituale. Questa è anche la ragione per la quale persino le religioni, prima di tutto quelle confessionali e storiche, sono attraversate da profondi e vistosi processi di estetizzazione.

Giuliano Zanchi, licenziato in Teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, è Direttore scientifico della Fondazione Adriano Bernareggi

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