Prof.ssa Lisa Roscioni, Lei è autrice del libro La badessa di Castro. Storia di uno scandalo edito dal Mulino: di quale scandalo fu protagonista la badessa di Castro?
La badessa di Castro. Storia di uno scandalo, Lisa RoscioniÈ una storia che potrebbe ricordare quella celeberrima della monaca di Monza. Siamo a fine Cinquecento Elena, degli Orsini di Pitigliano, è la badessa di un convento di Castro, la capitale dell’omonimo ducato farnesiano al confine tra lo Stato pontificio e il Granducato, e ha una relazione clandestina con il suo vescovo Francesco Cittadini, dalla quale nasce un bambino. Non appena si diffonde la notizia, scoppia lo scandalo e i due vengono arrestati. I Farnese, signori del luogo nonché cugini della badessa, tentano in tutti i modi di mettere a tacere lo scandalo e in parte ci riescono. La storia riemerge un secolo dopo quando Castro viene distrutta, con i picconi, mattone su mattone, per ordine di Innocenzo X Phampili che si impadronisce del ducato che viene inglobato nello Stato pontificio. Cominciano così a circolare una serie di cronache anonime tratte dal processo originale e il cui obiettivo è screditare i Farnese mostrando come fosse stato giusto demolire Castro, ricetto di banditi e luogo di perdizione. Ed è in una di queste cronache che nel 1833 si imbatte Stendhal durante uno dei suoi soggiorni a Roma. Ne rimane affascinato la rielabora in uno dei suoi più celebri racconti, l’Abbesse de Castro, inventandosi un passato per Elena e soprattutto cambiando il finale. Mentre nella cronaca la badessa finisce i suoi giorni murata vita in un convento, nel racconto di Stendhal Elena si uccide sopraffatta dalla vergogna piantandosi una daga nel cuore. In questo senso la storia differisce da quella di Manzoni perché Virginia de Leyva, la monaca di Monza, si sottomise invece al percorso di espiazione previsto per lei.

Quali evidenze ha rivelato l’esame degli atti originali del processo da Lei condotto?
Il processo, ed altri documenti ad esso correlati, raccontano in effetti un’altra storia non soltanto rispetto a Stendhal ma anche rispetto alla cronaca seicentesca a cui lo scrittore francese si è ispirato. In verità, interrogati gli imputati e ascoltati tutti i testimoni, il giudice e con esso il pontefice Gregorio XIII si ritrovarono molto incerti sul da farsi. La piena confessione della badessa e il ritrovamento del bambino contrapposti all’ostinazione del vescovo nel respingere ogni addebito spinsero le famiglie coinvolte a trovare una soluzione transattiva, fenomeno non infrequente all’epoca che in questo caso si rendeva quanto mai necessario visto il rango dei due accusati. Fu quindi proposta una “pace” tra le due famiglie, gli Orsini e i Cittadini, secondo la quale la badessa avrebbe dovuto lasciare il convento e sposare il fratello de vescovo. Il papa era disposto a concedere la dispensa, ma morte improvvisa della badessa, secondo alcuni di malinconia e di crepacuore, secondo altri avvelenata dai fratellastri che si opponevano al suo matrimonio con una famiglia di rango inferiore rispetto agli Orsini, concluse bruscamente l’affare e pose fine allo scandalo.

La vicenda della badessa di Castro riporta l’attenzione sul tema delle monacazioni forzate.
Non sappiamo con quale stato d’animo Elena entrò in convento a dodici anni, ma è probabile che come moltissime altre fanciulle della sua epoca vi fosse entrata per obbligo, alla mercé di strategie familiari a cui era quasi impossibile opporsi. In questo quadro è possibile che la sua relazione col vescovo possa essere interpretata come tentativo di fuga da un destino predeterminato, ma le carte tacciono su questo punto. Certo è che siamo negli anni immediatamente successivi al Concilio di Trento che aveva affrontato il tema delle monacazioni forzate stigmatizzandole e al tempo stesso ribadendo la necessità della clausura. In realtà come il caso di Castro dimostra, la clausura continuò ad essere violata e le monacazioni continuarono ad essere uno strumento di strategie familiari e politiche che avevano poco a che fare con la vocazione e con la povertà come valori fondanti ribaditi dal Concilio.

Quali vicende ha subito il manoscritto del racconto della vicenda?
L’idea del libro è nata proprio dal ritrovamento del manoscritto originale del processo, celebrato a Roma tra il 1573 e il 1574 presso il tribunale dell’Auditor Camerae, uno dei tribunali che aveva competenza in materia dei reati compiuti dagli ecclesiastici. In questo caso si trattava di sacrilegio e di “stuprum” che all’epoca voleva dire rapporto illecito con una donna spostata o “zitella”, anche se consenziente. Il manoscritto fu sottratto dall’archivio del tribunale probabilmente nell’Ottocento all’epoca in cui Stendhal trovò la cronaca e compose il suo conto. Finì nel mercato antiquario e venne a far parte della collezione di un noto bibliofilo, matematico, nonché falsario e ladro Guglielmo Libri, di origine fiorentina, esule a Parigi negli anni Trenta dell’Ottocento e poi fuggito a Londra. Nel 1859, per il tramite della nota casa d’asta Sotheby, vendette il manoscritto alla British Library all’epoca diretta da un altro italiano patriota, Antonio Panizzi. Nel descriverlo in catalogo, Libri affermò che dal processo era stato tratto il racconto di Stendhal. Stendhal in effetti nel suo racconto affermava di aver visto il processo originale, ma i critici hanno sempre pensato che si trattasse della classica menzogna dello scrittore sul “manoscritto ritrovato”. È probabile che il manoscritto sia affiorato dopo la pubblicazione del racconto e non prima e tuttavia da una serie di indizi è possibile ipotizzare che Stendhal ne abbia avuto notizia o che comunque si sia ispirato ad altri documenti oltre che alla cronaca fatta copiare e conservata tra le sue carte. Il manoscritto di trova ancora oggi alla British Library ed è lì che l’ho trovato, sepolto da centocinquant’anni sotto mentite spoglie, fatto passare per processo dell’Inquisizione per venderlo meglio.