“L’utilità del senso comune” di Anna Maria Lorusso

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L'utilità del senso comune, Anna Maria LorussoProf.ssa Anna Maria Lorusso, Lei è autrice del libro L’utilità del senso comune, edito dal Mulino: che ruolo assumono, nella società contemporanea, il senso comune e il suo parente stretto, il buon senso?
Sono arrivata a questo libro proprio su sollecitazione della quotidianità.

Da una parte infatti vedevo sempre più spesso appelli al buon senso (a volta anche in modo programmatico; Salvini ad esempio ha avuto fra i suoi slogan “La rivoluzione del buon senso”), dall’altra mi sembrava che il senso comune fosse tradito ripetutamente, e senza allarmi: i terrapiattisti, il Covid da curare con i gargarismi a base di sale, Trump che continuava a dire che non era vero che le elezioni le avesse vinte Biden… Era come se, è tuttora come se, mentre si fa appello a una comune, scontata, capacità di giudizio (il buon senso), non si cogliesse l’erosione parallela di criteri di giudizio condivisi, che non sono alla base di un consenso generalizzato e ideologico (viva le differenze e le divergenze!) ma sono alla base del sentirsi parte di una stessa società.

Una comunità è definita da un insieme di valori, gerarchie, istituzioni, principi, memorie, che riconosce e assume come condivisi; è questo insieme che chiamiamo “senso comune”. Se questo insieme si sgretola, cede, se iniziamo a metterlo in discussione, allora non c’è più un senso comune, si attraversa una fase di crisi sociale e culturale, entrano in discussione acquisizioni che prima erano ritenute scontate (pensiamo a come è entrato in crisi il senso comune con la guerra in Ucraina: è sacrosanto il diritto alla sovranità sul territorio del proprio Paese o è sacrosanto il pacifismo a oltranza? Non lo sappiamo più). Questi periodi di crisi del senso comune esistono, capitano, ma sono periodi problematici, critici, come quello attuale forse. Quindi inutile appellarsi al buon senso: se non ristabiliamo un senso comune, ovvero una misura condivisa, il buon senso sarà difficile a trovarsi. Il senso comune, insomma, diventa un’urgenza.

E in tutto questo una grande responsabilità ce l’hanno i media, che spesso, troppo spesso, per sensazionalismo, inseguimento dello scoop, drammatizzazione, polemizzazione, hanno esasperato i conflitti, hanno forzato la misura di quello che io definisco nel mio libro la misura del dicibile, del visibile, dell’udibile, hanno messo sullo stesso piano soggetti dall’autorevolezza molto diversa. Da questo punto di vista, forse è ora di riconoscere che l’illusione di democrazia che internet ha svenduto (uno spazio in cui tutti possono parlare allo stesso titolo) si è trasformata in una pratica di anarchia fortemente erosiva.

Quale evoluzione ne ha caratterizzato la funzione epistemica?
Nel pensiero filosofico non abbiamo uno sviluppo lineare delle teorie del senso comune. Nella storia occidentale continuano a intrecciarsi teorie che lo riconducono a una dimensione individuale e sensibile (interpretando il senso comune anzitutto come un tipo di senso, di dimensione percettiva) con teorie che lo riportano alla socialità e al linguaggio (per cui il senso comune è quello che si esprime nelle pratiche del nostro linguaggio ordinario), con teorie che lo legano più a una radice morale ed estetica (penso soprattutto al ruolo del senso comune nella Critica del Giudizio di Kant). Non potrei dire che oggi sia prevalente un modello sull’altro. Questi diversi approcci continuano ad abitare la riflessione, la attraversano lungo i secoli magari in modo carsico e poi riemergono. La linea aristotelico-percettiva (di senso comune come koiné aisthesis) e quella più ciceroniana-sociale di senso comune come communis consensus, insieme a quella di ispirazione più morale che da Shaftesbury arriva fino a Gadamer, insieme a quella che lega il senso comune al giudizio estetico kantiano, continuano a riemergere. In un modo però sempre abbastanza resistenziale, perché – devo dire – la mia percezione dominante è stata quella di un generale disinteresse per il senso comune, sapere degradato, “folklore della filosofia” come anche Gramsci lo ha definito.

Per me, viceversa, è stato importante mettere in evidenza sia la funzione epistemica del senso comune (il senso comune è essenziale per la gestione della conoscenza, e per la condivisione e comunicazione della conoscenza) sia la sua funzione per così dire sociale. Con “sociale” non voglio intendere tanto la dipendenza del senso comune da un gruppo socio-culturale specifico (per cui il senso comune degli Italiani degli anni 2000 è diverso da quello degli Italiani del 1800 ed è diverso da quello dei Polinesiani oggi), che pure c’è. Quanto il ruolo che il senso comune assume nel creare la percezione di una condivisione. E qui torno a Kant. Nella sua terza Critica, Kant si interroga sul giudizio estetico, che presenta una forma di paradossalità: esige un accordo (dobbiamo concordare sul fatto che qualcosa è bello) che da un lato ha valore oggettivo, ma dall’altro non è determinato da principi concettuali. Si muove dunque tra soggettività e universalità, andando a definire una normatività regolativa che deve giustificare un accordo spontaneo.

Ecco, il senso comune è ciò che sta tra soggettività e universalità e ciò che può far pretendere all’accordo spontaneo. Credo che questo aspetto sia molto importante, anche pensando all’oggi. Il senso comune ci aiuta nella conoscenza, facilitandone i processi, ma ci aiuta anche a sentirci membri di una collettività e a immaginare comunità di sentire.

Quali componenti assumono maggiore importanza nell’analisi semiotica di tale facoltà?
Poiché il senso comune ci serve a interpretare il reale, e a facilitare, con i suoi modelli, la nostra interpretazione del reale, esso rappresenta un problema squisitamente semiotico. Per me, infatti, sulla scorta della lezione di Umberto Eco, la semiotica è anzitutto la disciplina che si occupa dell’interpretazione, non come pratica specifica, ma come modalità co-essenziale allo stare al mondo: la nostra vita altro non è che una catena di interpretazioni, presa a sua volta in una rete di interpretazioni.

Guardare al senso comune dal punto di vista semiotico, dunque, può farci riflettere su come intervengano le sue schematizzazioni (in forma lessicale, in forma narrativa, in forma visiva etc..) a orientare le nostre interpretazioni e come esse entrino in una catena di negoziazioni, adattamenti, traduzioni reciproche.

D’altra parte, includere il senso comune nella riflessione semiotica è utile per indagare più da vicino quel livello intermedio – tra singoli atti discorsivi personali e grandi e astratti sistemi segnici – che regola il nostro stare il mondo: un livello in cui le ripetizioni, le regolarizzazioni, le normalizzazioni finiscono spesso per farsi norme: un gesto ripetuto diventa normale e poi forse “fa testo”, si fa norma (seppur non scritta).

Dunque: la semiotica deve prestare attenzione al senso comune, e gli studi sul senso comune devono prestare attenzione alla semiotica.

Di quale utilità può dunque essere, nello scenario attuale, il senso comune?
Il titolo del libro evidentemente dice esplicitamente che io rivendico l’utilità del senso comune, e lo rivendico per varie ragioni.

Anzitutto perché cognitivamente abbiamo bisogno di partire da qualcosa che possa essere assunto come fuori discussione. Non si tratta di dogmi (non si tratta cioè di verità fuori discussione per sempre, verità eterne) ma di assunzioni che rappresentano, entro certe epoche, delle basi di partenza, dei principi di convergenza.

Soprattutto però abbiamo bisogno del senso comune per realizzare una forma di sintonizzazione, una sintonizzazione che è anzitutto sociale. Il senso comune è ciò che definisce il senso della misura, il senso di adeguatezza alle circostanze, ai discorsi, agli interlocutori… Esso crea una sorta di piattaforma di congruenza, del soggetto al sociale, al mondo condiviso in cui egli si trova.

Così facendo, funziona anche da regolatore passionale: contro gli eccessi, contro le dismisure, contro le insufficienze… Penso a passioni come la vergogna, la paura, l’indignazione (per questo al Festivalfilosofia di Modena parlerò dello sdegno), che si basano su una regolazione spontanea e condivisa sulla base di alcuni criteri: quei criteri non sono soggettivi, non sono imposti, non sono scritti da qualche parte, ma di solito – dai membri di un certo gruppo sociale – sono molto chiaramente avvertiti. Ci si sente membri di una stessa comunità anche perché si avverte di condividere questo patrimonio non scritto, e credo che questo senso di comunità oggi sia cruciale: un orizzonte che abbiamo perso.

Anna Maria Lorusso è Professore Associato di Filosofia e Teoria dei Linguaggi, Coordinatore del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione e Direttore del Master in Editoria cartacea e digitale presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni: Semiotica della cultura (2010) e Postverità (2018), entrambi con Laterza, e La filosofia di Umberto Eco (a cura di; La nave di Teseo, 2021).

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