“L’universo narrativo di Helena Janeczek tra impegno e invenzione. Storia, memoria e tempo presente” di Maria Pia De Paulis, Adelia Lucattini e Ketty Zanforlini

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Prof.ssa Maria Pia De Paulis, Lei è autrice con Adelia Lucattini e Ketty Zanforlini del libro L’universo narrativo di Helena Janeczek tra impegno e invenzione. Storia, memoria e tempo presente edito da Franco Cesati: quale rilevanza assume, nel panorama della letteratura italiana contemporanea, l’opera di Helena Janeczek?
L’universo narrativo di Helena Janeczek tra impegno e invenzione. Storia, memoria e tempo presente, Maria Pia De Paulis, Adelia Lucattini, Ketty ZanforliniMaria Pia De Paulis: Il nostro interesse per questa scrittrice è nato proprio in virtù dei suoi molteplici interessi, delle problematiche affrontate e delle forme originali che la impongono quale personalità di spicco nella letteratura italiana degli anni Duemila. Helena Janeczek è un’autrice attiva, aperta a una sperimentazione narrativa estranea alla gratuità postmoderna. Articola infatti riflessione sulla letteratura e sui grandi eventi del presente, lavora nel mondo dell’editoria, influendo così sugli orientamenti della creazione letteraria, interviene costantemente nel dibattito d’idee su blog, quotidiani e riviste. Sul piano della scrittura personale ha dato spazio alla poesia e al saggio, alla narrativa e alla riflessione storica. In queste ultime ha raggiunto un livello di riflessione e di formalizzazione importante: spazia infatti dalla narrazione delle esperienze personali, in quanto figlia di una comunità vittima dello sterminio nazista, al trattamento dei grandi problemi dell’Italia e del mondo, dalla questione della memoria personale e collettiva all’eredità postmemoriale, quindi all’impegno delle generazioni più giovani. Passato e presente interagiscono in modo strutturale nella sua opera.

Ketty Zanforlini: Come ho cercato di dimostrare, Helena Janeczek adotta una scrittura di non fiction e una riflessione sul ruolo dello scrittore che sono fondamentali per lo svolgimento del dibattito a cui si è assistito dall’inizio degli anni duemila in Italia in ambito letterario e intellettuale. Questo dibattito si è forse ora un po’ affievolito, ma è stato molto vivace nella prima decade del ventunesimo secolo. Janeczek incarna quell’istanza di rinnovamento portata avanti, tra gli altri, dai contributori al blog Nazione Indiana. Si è inserita in quelle discussioni che hanno acceso i riflettori sulla questione dell’esperienza e della partecipazione civile e politica degli scrittori. Questioni rilevate, tra gli altri, per fare solo alcuni nomi, da Antonio Scurati, Andrea Cortellessa, Daniele Giglioli o, ancora, Goffredo Fofi. Con le nostre tre analisi abbiamo cercato di dare ai lettori un quadro dei contributi di Helena Janeczek, tra memoria e partecipazione, tra scrittura fattuale e finzionale.

In che modo, nell’opera della Janeczek, l’autobiografia si iscrive in una dimensione romanzesca più ampia e epica della storia novecentesca?
Maria Pia De Paulis: l’articolazione fra autobiografia e narrazione è intrinseca ad ogni atto di scrittura, finzionale, storica o saggistica. Non si può scrivere se non dal punto di vista che contiene la storia del soggetto enunciante. Nelle Rondini di Montecassino si legge: “Non si può immaginare nulla di vero senza trovare un appiglio in ciò che si ha dentro” (Guanda, 2010, p. 146). Scrivere dalla focale della soggettività è una forma di implicazione etica dell’Io e di affermazione della propria esistenza nel mondo col quale interagisce dialetticamente. Il destino individuale si realizza nel destino della collettività e agisce su di esso. L’autobiografia, intesa anche come presenza coscienziale e memoriale, è una costante ricorrente delle scritture tanto finzionali quanto storiche nel Novecento e si afferma come cifra peculiare della narrativa, ma anche della scrittura della Storia, in questi primi venti anni del nostro secolo. Essa fa dell’individuo una istanza ragionante sul passato e sul divenire di esso. La scrittura storica o neo-storica di Helena Janeczek porta questa problematica che diventa espressione non di narcisismo autoriale, ma di ricerca identitaria e di impegno. Questo non può affermarsi se non attraverso lo studio e poi la mise en récit di fatti del passato traumatico (la Seconda guerra mondiale e lo sterminio degli ebrei) per meglio capire il presente. Ma tale traiettoria, che individuo retrospettivamente, forse non era ancora chiara nel farsi progressivo dell’opera di Helena Janeczek. La sua prima opera, Lezioni di tenebra (1997), voleva raccontare la relazione tesa, contraddittoria, tra madre e figlia, nella loro vita distante fra Monaco di Baviera e Milano nel nostro tempo presente. Testo ibrido, esso ha dato il là ad una scrittura di sé e della Storia tramite lo scandaglio sulla personalità della madre, sopravvissuta ad Auschwitz, e sulla famiglia Janeczek, con prima sullo sfondo e poi in primissimo piano l’esperienza della Shoah. Nelle Rondini di Montecassino (2010), la scrittrice sembra recuperare le strutture del romanzo storico: gli elementi tratteggiati da Manzoni e poi da Lukacs vi sono, integrati in uno sfondo largo, dalla dimensione mitica, in quanto i deportati ebrei polacchi rivivono un’odissea tragica fra la Polonia e il Gulag sovietico, fino alla Terra promessa e infine fino in Italia, dove integrati nella Seconda Armata del generale Wladislaw Anders, vengono a combattere a Montecassino per strappare ai tedeschi l’abbazia benedettina. La dimensione epica, la Storia vista dal basso e ricostruita da memorie laterali imprimono a questo romanzo un respiro largo, dove il reale storico si intreccia con l’invenzione di una verità solo testuale.

Quali personaggi storici rivivono, oltre alla famiglia e alla comunità ebraica, nei romanzi della Janeczek?
Ketty Zanforlini: È interessante notare come Helena Janeczek si focalizzi meno su grandi personalità storiche che su casi minori, direi (col)laterali anche nella scrittura “a caldo” di racconti. La scrittrice dà uno statuto di rilievo a quelle figure che non solo hanno scarsissime probabilità di entrare nella Storia ma che sono anche spesso tralasciate dai media. Si vedano, per citare due esempi, i racconti Intervista col contabile morto e un suo collega vivo e, Dal carcere di Bakau, in cui dà (letteralmente) voce a, rispettivamente, un contabile della Parmalat suicidatosi in seguito allo scandalo Tanzi e a un immigrato rumeno accusato dello stupro di una minorenne. Non siamo però, secondo me, di fronte a quello che Daniele Giglioli ha definito, per altri scrittori italiani contemporanei, la difesa di uno “Stato di minorità”. Nella prosa di Janeczek non si riscontrano segni di simpatia, ma empatia.

Maria Pia De Paulis: La domanda mi porta a concentrarmi sul romanzo Le Rondini di Montecassino. Nel primo libro, infatti, l’autrice metteva al centro della narrazione sua madre e suo padre, e più latamente la sua famiglia sterminata ad Auschwitz. Nel secondo romanzo, fa rivivere la Storia della Seconda guerra mondiale, ma da una prospettiva ipocalittica, cioè dal basso, quella di uomini e donne vittime della politica dominante dei vincitori. È una scelta di campo che contesta il punto di vista ufficiale della Storia. Così, nel rispetto del romanzo storico, la scrittrice tratteggia il contesto generale degli anni di guerra, con una scrittura narrativa ma dal forte impianto saggistico, tesse le grandi linee della politica e degli eventi di quegli anni: emergono allora Stalin, Hitler, ma di sfuggita, poiché l’obiettivo si concentra sugli eroi-contro, coloro che, venendo da orizzonti distanti, si sono battuti contro il nazismo e il comunismo staliniano: troviamo allora il generale Wladislaw Anders, ebreo polacco che raccoglie, dopo la sua liberazione dal gulag siberiano, un esercito di uomini che combattono a Montecassino; tra questi Gustav Herling, ufficiale ebreo polacco prigioniero nel gulag, combattente a Montecassino e futuro autore di Un mondo a parte sulla sua esperienza siberiana. Troviamo uomini e donne realmente vissuti, anonimi cittadini che tuttavia hanno fanno la Storia dell’Europa. Occupano allora un grande posto Irka, la cugina della madre di Helena, testimone dell’esperienza concentrazionaria del gulag; Samuel Steinwurzel, anch’egli ebreo polacco sopravvissuto ai due traumi del gulag e della battaglia di Montecassino. I personaggi storici sono quindi il fulcro della verità del romanzo, ma acquistano una dimensione letteraria per lo spessore testuale che la scrittrice attribuisce loro.

Adelia Lucattini: In Cibo (2002) troviamo un’interessante ricostruzione dell’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York che viene descritto attraverso la storia di alcune vittime rimaste intrappolate nel World Trade Center. Helena Janeczek descrive le vite di queste persone che altrimenti sarebbero rimaste anonime, ad esempio i dipendenti di “Windows on the World” lo chef hawaiano di origine cinese, il sous-chef pâtissier Norberto Hernandes specificando che “di queste persone sarebbero rimaste soltanto delle immagini sorridenti e sbiadite nei muri di New York”; esse invece prendono vita e rimangono nella storia grazie al racconto che l’autrice fa di loro. Così come si occupa delle vittime della “sindrome della mucca pazza”. Dal micro al macro, con la descrizione delle loro vite e nominandoli, attribuisce un’identità precisa a questi personaggi trasformandoli in persone in carne e ossa. Questa descrizione permette un’identificazione del lettore con loro, gli avvenimenti così non appaiono più lontani e distanti ma diventano improvvisamente vicini. Il lettore può quindi fare una lettura dall’interno degli avvenimenti. In La ragazza con la Leica (2017) oltre ai tre personaggi principali, la Janeczek cita ad esempio lo psicoanalista “René Spitz, chiamato in qualità di allievo di Sigmund Freud a occupare la cattedra di psicoanalisi” di cui Gerda Taro era stata segretaria prima di diventare fotografa. Attraverso i personaggi la scrittrice ci offre uno spaccato della vita quotidiana e culturale della Parigi degli anni prima della Seconda guerra mondiale, mostrando che le persone andavano dall’analista. Poi vi sono gli amici d’infanzia di Gerda Taro e personaggi ricordati per le loro attività umanitarie, in difesa della libertà contro il nazifascismo come Pablo Neruda che “nella sua facoltà di console speciale per l’immigrazione decanterà il viaggio sulla Winnipeg, da lui organizzato per far evacuare dai campi francesi i duemila esiliati spagnoli”.

In che modo la Janeczek oltrepassa i limiti della ricostruzione storiografica per giungere a una verità testuale composita?
Ketty Zanforlini: è una domanda che trovo azzeccata perché mette in luce che uno degli obiettivi della prosa di Janeczek è quello di comunicare una verità non monolitica. L’impianto narrativo delle storie scritte da Helena Janeczek risulta sempre molto complesso. Nella sua prosa, è un continuo incrociarsi di punti di vista dall’alto e dal basso, prossimi e periferici, elementi fattuali e finzionali, del presente e del passato. È questa complessità di incrocio di diversi livelli che fa risaltare il carattere composito della verità. Inoltre, la scrittura dei romanzi si nutre di quella di più breve misura e viceversa. Si vedano a questo proposito, tra gli scritti apparsi su quotidiani e sul blog Nazione Indiana, Cassino, Chiara e Cimiteri e Bentornato a casa, Fred Stein pubblicati rispettivamente, in concomitanza con Le rondini di Montecassino e a monte di La ragazza con la Leica. Anche questo disvelamento dell’attività della scrittura, nel suo farsi, è interessante e contribuisce a dare un carattere non monolitico alla narrazione. Il lettore può seguire l’attività di ricostruzione storiografica e di costruzione del testo, che Helena Janeczek quindi non nasconde affatto ma mette in rilievo. Un po’ come in Le rondini di Montecassino quando l’autrice interviene, squarciando il continuum narrativo, per dirci come ha ricostruito la vicenda del giovane maori e in quali condizioni l’ha scritta.

Maria Pia De Paulis: Una volta di più, il romanzo Le rondini di Montecassino rappresenta meglio la complessità della scrittura storica di Helena Janeczek. Le premesse erano in nuce in Lezioni di tenebra. La narrazione letteraria e artistica riposa per definizione sulla destrutturazione del cronotopo della realtà. La scrittrice porta alle estreme conseguenze questa destrutturazione e ricostruzione letteraria del vissuto, e l’intreccio che ne ricava ha un senso, oltreché letterario, soprattutto etico. Infatti, il lettore deve seguire, vigile, tale operazione e nella ricomposizione mentale opera inevitabilmente una scelta etica. Il romanzo si costruisce intorno a un fascio di storie e memorie distanti tra loro che l’architettura romanzesca mette in dialogo perché tutte sono tasselli di un mosaico storico e di esperienze umane che vengono a costruire la memoria collettiva della Seconda guerra mondiale. La struttura narrativa è l’asse portante del racconto, la metaforizzazione/simbolizzazione della battaglia di Montecassino fa sì che essa sia il “gorgo”, “l’imbuto” dal quale tutti veniamo, scrive Helena Janeczek. Cioè la nostra memoria comune si fonda sulla lotta al nazifascismo ed è la ricompensa della libertà riconquistata a Montecassino e in altri luoghi di battaglie e sbarchi. Vediamo a mano a mano emergere da un passato insospettato le storie di un soldato maori sopravvissuto alla battaglia, poi quelle di ebrei deportati nel gulag sovietico, poi quelle di tanti uomini ignorati che solo la letteratura fa rivivere. Il tutto converge nel capitolo finale dove la sovrapposizione tra Samuel Steinwurzel e la figura del padre di Helena Janeczek permette di intuire l’input affettivo che l’autrice pone all’origine della sua creazione letteraria.

Adelia Lucattini: Pur descrivendo alcuni personaggi storici realmente vissuti in tutti i suoi romanzi, Helena Janeczek ne fa una ricostruzione dall’interno nutrita non soltanto di studi in archivio e di un’approfondita analisi storiografica, ma soprattutto li interpreta da un punto di vista psicologico. I livelli narrativi sono molti, ma in tutti i romanzi è possibile cogliere come anche le riflessioni generali s’incarnino nei personaggi. Ad esempio il romanzo La ragazza con Leica è arricchito da fotografie di Gerda Taro e Robert Capa. La stessa autrice s’immerge nelle fotografie descrivendo l’emozione che immagina il suo autore abbia provato nel momento in cui la scattava. Una lente che abbiamo utilizzato per comprendere le molteplici intersezioni tra i vari livelli (storico, letterario, psicologico, ecc.) è di analizzare la ricostruzione che la scrittrice fa delle vicende di due generazioni procedendo al contrario nella lettura degli avvenimenti. Ovvero, una volta completata la lettura di tutti e quattro i romanzi in ordine di scrittura, abbiamo seguito a ritroso il percorso che l’autrice compie nei quattro romanzi, da La ragazza con la Leica attraverso Le rondini di Montecassino e Cibo fino a Lezioni di tenebra, soffermandoci sia sul flusso delle assonanze linguistiche che sulle vicende di alcuni personaggi che ritornano seppure temporalmente sfalsate. Questo tipo di lettura attenta sia ai particolari linguistici e alla poliglossia che l’autrice utilizza mirabilmente, che al tratteggio psicologico dei personaggi, permette di completare il quadro generale e restituisce così una visione d’insieme composita, articolata, armonica, affascinante.

Come si sviluppa, in Helena Janeczek, l’attenzione per il presente e la riflessione sul proprio tempo?
Ketty Zanforlini: Oltre che con la partecipazione in prima persona a dibattiti di tenore intellettuale e civile, si sviluppa, come ho scritto, principalmente su due binari. Da un lato con le frequenti incursioni nel presente narrativo nelle opere di ampio respiro, anche quando queste sono incentrate sul periodo della Seconda guerra mondiale. Ricordiamo i personaggi dei due giovani maturandi o del giovane maori in Le rondini di Montecassino. Dall’altro lato, la continua, frequente scrittura “breve”, di racconti e di articoli editorialistici affronta di petto temi di attualità, che testimoniano un vivo interesse da parte della scrittrice per gli sviluppi geopolitici e per i problemi civili più recenti. Per citare, molto brevemente, solo alcuni esempi: la questione della nazionalità (Natural Born Italian), dello sviluppo della comunità islamica a Gallarate (Umma di Gallarate), ma anche della mafia al Nord (Pochi gradi di separazione). Helena Janeczek è una voce interessante da ascoltare rispetto a tali questioni proprio perché ha la tendenza a proporre un punto di vista, come detto sopra, composito. L’attenzione al presente, coniugandosi a quella rivolta al passato, ha il primo duplice effetto di far scaturire una prosa che cerca di sopperire alla miopia della cronaca e alla presbiopia della Storia.

Maria Pia De Paulis: Difficile e non pertinente riscontrare nell’opera di Helena Janeczek una sola linea scrittoria e un solo argomento narrativo. Tante traiettorie si intrecciano per dire non solo la complessità della Storia, con i suoi traumi personali e collettivi, e del presente, ma la loro strutturale interazione. Helena Janeczek mette in scena la Storia dalla prospettiva del suo tempo, poiché la Storia è coscienza nel presente. Questa dialettica è sempre centrale nelle sue opere e filtra nelle diverse scene di Lezioni di tenebra: quella della banalizzazione della Shoah in un programma televisivo che costituisce l’incipit del primo libro. Qui affronta anche il problema dell’umiliazione che gli immigrati vivono agli sportelli dell’amministrazione italiana. Nel romanzo Le rondini di Montecassino due linee narrative si intrecciano: quella della storia della battaglia e quella di due giovani che nel sessantesimo anniversario della battaglia vanno a visitare il cimitero polacco alle falde di Montecassino, scoprendo come anche da morti quei soldati e tanti altri dell’impero inglese sono accantonati in un angolo. La memoria si nutre di sguardo critico, di racconti trasmessi da nonno a nipote, di generazione in generazione. E lo sguardo di questi giovani messi in scena da Helena Janeczek dice il suo assillo memoriale e la necessità della coscienza intergenerazionale relativa alla Storia del Novecento.

Adelia Lucattini: Attribuendo un significato ad accadimenti terribili e a esperienze drammatiche che hanno coinvolto la sua famiglia e un’intera generazione, l’autrice li strappa alla rimozione e all’oblio. Attraverso questa operazione di recupero della memoria e di attribuzione di un senso agli avvenimenti siano essi del secolo scorso o attuali, li riporta alla luce e apre su di essi una riflessione, gettando così le basi affinché non si ripetano. Il collegamento con il tempo presente è dato dalla narrazione attraverso la quale Helena Janeczek consegna eventi e vissuti terribili, purificati da quel dolore che li renderebbe “non commestibili” e indigeribili. Questi contenuti divenuti accettabili e fruibili per il lettore attuale, favoriscono al tempo stesso una trasformazione individuale e un’elaborazione collettiva delle esperienze traumatiche narrate. In Cibo e La ragazza con la Leica la descrizione dei disturbi alimentari sono il casus per poter affrontare problemi che riguardano il nutrimento del corpo e della mente. Può così affrontare il tema delle privazioni e della fame durante la guerra e nei campi di concentramento e di sterminio, ma il cibo è anche utilizzato come metafora del cibo per la mente. Per fare ciò l’autrice usa le parole in modo specifico e originale: alcune sono scelte con assoluta cura grazie anche alle capacità linguistiche che la contraddistinguono poiché poliglotta e che sceglie facendone uno strumento della propria produzione letteraria. Queste “parole scelte”, nel senso psicoanalitico del temine e grazie alla forte cifra inconscia, divengono azioni performative. Fanno sì che il dolore transgenerazionale non resti incistato, rimosso o negato, ma possa attivare un reale processo di trasformazione nel presente poiché arrivano dirette al lettore, parlano al suo inconscio e lo rendono a sua volta testimone e portavoce delle vicende narrate.

Maria Pia De Paulis è Professore ordinario di Letteratura italiana all’Università Sorbonne Nouvelle dove codirige il Centre Interdisciplinaire de Recherceh sur la Culture des Echanges (CIRCE). Autrice e curatrice di volumi e saggi su molti autori della letteratura contemporanea, lavora sulla Grande Guerra, sulla scrittura dei traumi storici del Novecento, sulla letteratura di genere poliziesco e sulla narrativa ipercontemporanea.

Adelia Lucattini è psichiatra e psicoanalista. Psicoanalista Ordinario e analista esperta di bambini e adolescenti della Società Psicoanalitica Italiana. Psychoanalyst Full Member and child analyst dell’International Psychoanalytic Association. Dirigente psichiatra nel Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 1. Attualmente iscritta al Dottorato di Italianistica all’Università Sorbonne Nouvelle, sta preparando una tesi sugli aspetti psicoanalitici e linguistici del trauma in Luce d’Eramo. Ha numerose pubblicazioni, articoli su riviste di psichiatria, psicoanalisi e contributi in libri di psicoanalisi e ricerca letteraria.

Ketty Zanforlini è docente d’italiano nelle scuole superiori e dottoranda in Italianistica all’Università Sorbonne Nouvelle (Parigi). Prepara una tesi sulla scrittura di Roberto Saviano. Ha pubblicato saggi sulla narrativa italiana ipercontemporanea, il racconto-inchiesta, la transmedialità.

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BIBLIOGRAFIA CRITICA
– Antonello Pierpaolo, Dimenticare Pasolini. Intellettuali e impegno nell’Italia contemporanea, Milano-Udine, Mimesis, 2012.
– Antonello Pierpaolo, Mussnug Florian (a cura di), Postmodern Impegno. Ethics and Commitment in Contemporary Italian Culture, Oxford, Peter Lang, 2009.
– Giglioli Daniele, Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millenio, Macerata, Quodlibet, 2011.
– Giglioli Daniele, Stato di minorità, Roma, Laterza, 2015.
– Fofi Goffredo (a cura di), Il racconto onesto. 60 scrittori, 60 risposte, Roma, Contrasto, 2015.
– Scurati Antonio, Letteratura dell’inesperienza. Il romanzo della Dopostoria, in Le parole e le cose, 21 giugno, 2017, www.leparoleelecose.it/?p=28081.

OPERE DI HELENA JANECZEK
Lezioni di tenebra, Milano, Mondadori, 1997. Poi riedito da Guanda Editore (Parma) prima nel 2011 poi nel 2018.
Cibo, Milano, Mondadori, 2002. Poi riedito da Guanda Editore (Parma) nel 2019.
Bloody Cow, Milano, Il Saggiatore, 2002.
Le Rondini di Montecassino, Parma, Guanda Editore, 2010.
La ragazza con la Leica, Parma, Guanda Editore, 2017.

RACCONTI E SCRITTI CITATI (in ordine cronologico)
Intervista col contabile morto e un suo collega vivo, in Nazione Indiana, 9 febbraio 2004.
Umma di Gallarate, in Nuovi Argomenti, n. 32, ottobre-dicembre 2005, pp. 47-63.
Caccia di guardie e ladri in terra padana, in Nuovi Argomenti, n. 33, gennaio-marzo 2006, pp. 98-107.
Dal carcere di Bacau, in Nuovi Argomenti, n. 38, aprile-giugno 2007, pp. 71-89.
Cassino, Chiara e Cimiteri, in Nazione Indiana, 12 maggio 2010 (letto a Officina Italia e pubblicato in «Il Riformista», 7 maggio 2010).
Bentornato a casa, Fred Stein, in Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2013, https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-08/bentornato-casa-fred-stein-084744.shtml?uuid=ABdK7gi.
Natural Born Italian, in Nazione Indiana, 8 agosto 2017 (originariamente apparso sulla rivista Focus in, diretta da Patrizia Molteni, in un dossier curato da Francesco Forlani).
Pochi gradi di separazione. Un racconto per Paolo Borsellino, in Balzano Marco, Biondillo Gianni (a cura di), L’agenda ritrovata. Sette racconti per Paolo Borsellino, Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 15-40.

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