L’Unione economica e monetaria. Come e perché l’Europa è arrivata fin qui e quali sono le prospettive, Angelo PortaProf. Angelo Porta, Lei è autore del libro L’Unione economica e monetaria. Come e perché l’Europa è arrivata fin qui e quali sono le prospettive pubblicato da Università Bocconi Editore: quale valore riveste, per la vita e l’identità dell’Unione europea, l’Unione economica e monetaria?
L’Unione economica e monetaria ha preso avvio il 1° gennaio 1999 con l’adozione dell’euro come moneta unica da parte di dieci paesi, passati gradualmente agli attuali diciannove. Tra gli economisti vi è sempre stato un ampio dibattito sui vantaggi e sui costi delle unioni monetarie. In un’unione monetaria le autorità dei singoli paesi che vi partecipano perdono la possibilità di utilizzare lo strumento del cambio per aggiustare fluttuazioni economiche che colpiscono in modo esogeno le loro economie. Un altro costo significativo è dato dall’impossibilità per le banche centrali nazionali di condurre una politica monetaria autonoma a sostegno delle loro economie. A fronte di tali costi vi sono numerosi vantaggi in termini di maggiore efficienza e di miglior funzionamento dei mercati delle economie che fanno parte dell’unione, nonché il grande beneficio connesso all’eliminazione dei costi di transazione legati al cambio delle valute nazionali che cessano di esistere nel contesto della moneta unica. Negli anni recenti molti esponenti di posizioni “sovraniste” hanno posto l’accento sui costi dell’unione monetaria europea ma hanno trascurato il fatto che nel mondo sempre più globalizzato in cui noi oggi viviamo l’unità dell’Europa è di vitale importanza. Un singolo paese “sovrano” (e, in quanto tale, dotato di una propria moneta) potrebbe forse recuperare qualche margine di autonomia e allentare qualche vincolo di breve periodo ma sarebbe destinato a perdere nella competizione con le economie di grandi dimensioni che dominano oggi i mercati mondiali. Il mantenimento di un’Unione europea e di un’Unione economica e monetaria ben funzionanti rappresenta una sfida non facile in questo momento storico. È una sfida che è opportuno e necessario affrontare con tutti gli strumenti a disposizione.

Quale percorso storico ci ha condotti sino all’Unione economica e monetaria?
Se si trascurano alcuni tentativi di unificazione monetaria – come l’Unione monetaria latina che fu costituita nella seconda metà dell’Ottocento e non ebbe successo – il percorso che avrebbe condotto all’Unione economica e monetaria iniziò nel 1957 quando il Trattato di Roma portò alla costituzione della Comunità economica europea. La prima ipotesi di un’unione monetaria europea era contenuta nel “Piano Werner” del 1970 che non venne realizzato nel clima di disordine internazionale che si manifestò dopo il crollo del sistema di “Bretton Woods”. L’Europa cercò tuttavia di creare forme di collaborazione in ambito monetario attraverso il “Serpente monetario europeo” istituito nel 1972 e il “Sistema monetario europeo” che entrò in vigore nel 1979. Il progetto che avrebbe portato alla creazione dell’Unione monetaria europea prese avvio nel 1989 con la presentazione del “Piano Delors” nel quale venivano distinte tre diverse fasi di azione dirette a portare all’introduzione della moneta unica il 1° gennaio 1999. Senza entrare nei dettagli, ricordiamo solo che il “Piano Delors” individuò alcuni parametri che avrebbero dovuto essere rispettati dai paesi che ambivano ad entrare nella moneta unica. Il piano portò inoltre alla creazione di una nuova istituzione, denominata Banca centrale europea (BCE), alla quale sarebbe stata assegnata la responsabilità di condurre la politica monetaria dell’eurozona.

Come è strutturata l’Unione economica e monetaria?
La BCE è un’istituzione, indipendente dal potere politico, alla quale è affidato il compito di condurre la politica monetaria per l’intera area dell’euro. Essa è guidata da un Presidente, il cui mandato dura otto anni. Le decisioni sono prese da un organo collegiale denominato Consiglio direttivo del quale fanno parte anche i governatori delle banche centrali dei diciannove paesi dell’eurozona. Lo Statuto assegna alla BCE l’obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi per raggiungere il quale la banca centrale controlla la liquidità di tutta l’area che utilizza l’euro come moneta comune. Prima della crisi finanziaria il controllo era esercitato soprattutto attraverso le operazioni di rifinanziamento (distinte fra operazioni principali e operazioni a più lungo termine) e le operazioni su iniziativa delle controparti (di deposito, oppure di rifinanziamento).

Come si è orientata la politica della Banca centrale europea dopo la crisi finanziaria?
La BCE, istituita nel 1998 poco prima dell’avvio dell’Unione monetaria, è un’istituzione relativamente giovane (basti pensare che la Bank of England ha iniziato la sua attività nel lontano 1694). Nei poco più di vent’anni in cui la BCE ha operato ha dovuto fronteggiare due gravi crisi finanziarie: quella innescata dai cosiddetti mutui subprime iniziata dopo il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008 e la successiva crisi dei debiti sovrani del 2010-2011. In entrambi i casi la BCE ha messo in campo un’ampia serie di misure utilizzando tutti i margini di flessibilità consentiti dallo Statuto che ne regola l’attività. Particolarmente rilevanti sono stati gli interventi assunti nel corso della Presidenza di Mario Draghi iniziata nel novembre 2011. Ci limitiamo a ricordare due importanti iniziative. In primo luogo, l’annuncio della BCE della sua disponibilità ad intraprendere le cosiddette OMT (Ouright Monetary Transactions) dato in un discorso, ormai passato alla storia, nel quale nel luglio 2012 il Presidente Draghi affermò risolutamente che l’istituto di Francoforte sarebbe intervenuto “whatever it takes” (cioè facendo tutto quello che era in suo potere) per difendere l’euro. Una seconda serie di iniziative venne presa nel giugno 2014 in una situazione in cui il tasso di inflazione relativo all’area dell’euro si collocava da alcuni mesi su valori negativi. Per scongiurare l’avvitarsi di un processo di deflazione, la BCE intervenne con una serie di provvedimenti fortemente espansivi, fra i quali hanno assunto particolare importanza l’avvio di una politica di tassi di interesse negativi, il potenziamento dei programmi di acquisto di titoli pubblici e privati e un ricorso sempre più ampio alla cosiddetta forward guidance attraverso la quale la banca centrale fornisce al mercato indicazioni sulle politiche che intende perseguire in futuro.

Qual è stata la reazione dell’Unione europea alla crisi finanziaria?
Dopo la crisi dei debiti sovrani l’Unione europea è intervenuta per cercare di modificare il contesto istituzionale dell’eurozona in modo da rendere i mercati finanziari meno fragili e contribuire, per questa via, alla gestione della crisi finanziaria. Una prima serie di misure ha riguardato il sostegno finanziario ai paesi in crisi con l’istituzione del “Meccanismo europeo di stabilità” (MES), noto anche come “Fondo salva-Stati”. È stata intrapresa un’azione diretta a rafforzare i vincoli di finanza pubblica dei paesi che partecipano all’UEM con una complessa serie di provvedimenti che rientrano nel cosiddetto “Fiscal Compact”. E ’stata infine creata l’”Unione bancaria” nell’ambito della quale operano il “Meccanismo di vigilanza unico” (MVU) e il “Meccanismo di risoluzione unico” (MRU). Questi provvedimenti sono stati presi quando la crisi dei debiti sovrani era nella fase più acuta e in molti casi hanno visto una stretta collaborazione fra l’Unione europea e la BCE

Quali sono stati i principali problemi lasciati aperti dalla Commissione europea che a fine 2019 ha terminato il suo mandato?
I provvedimenti appena ricordati si sono configurati come misure di emergenza che non hanno ancora assunto una formulazione definitiva e che richiedono pertanto interventi da parte della Commissione che si è insediata a fine 2019. Il sostegno finanziario ai paesi in crisi dovrebbe realizzarsi attraverso il varo definitivo del Meccanismo europeo di stabilità (MES) che sembra ancora lontano a giudicare dal recente dibattito che su questo tema ha visto molti paesi europei su posizioni che non sono allineate. Anche riguardo allo schema fin qui utilizzato dalla Commissione per valutare i vincoli di finanza pubblica in molti paesi partecipanti all’UEM si sta diffondendo l’opinione che esso si troppo macchinoso e si stanno avanzando proposte di schemi dotati di una maggiore flessibilità. Va infine detto che l’Unione bancaria è incompleta sotto vari aspetti ma soprattutto perché non sono state prese decisioni in merito all’istituzione di un sistema europeo di assicurazione dei depositi bancari: il tema è al centro di un negoziato che appare molto complesso, avendo alcuni Stati membri richiesto che l’approvazione del sistema di assicurazione sia subordinato alla previa approvazione di misure di riduzione del rischio che si applichino in modo uniforme a tutti i paesi che fanno parte dell’Unione bancaria.

Quale futuro per la politica monetaria europea?
Dopo l’avvio delle politiche intraprese nel giugno 2014, la BCE dichiarò la sua intenzione di ridurre gradualmente lo stimolo espansivo e di terminare i programmi di acquisto titoli a fine 2018. Il peggiorare del quadro congiunturale ha indotto invece dopo l’estate 2019 all’adozione di una serie di una serie di misure fortemente espansive, soprattutto per quanto riguarda i programmi di acquisto titoli previsti per i prossimi anni. Queste misure sono state l’ultimo atto della Presidenza di Mario Draghi, che ha lasciato in eredità a Christine Lagarde una politica fortemente espansiva. Le prime uscite pubbliche del nuovo Presidente hanno confermato, in un quadro macroeconomico che si sta aggravando per effetto del diffondersi del coronavirus, che non vi saranno a breve sostanziali modifiche negli indirizzi della politica monetaria che continuerà ad essere estremamente accomodante. Perché la politica monetaria possa essere gestita con minori difficoltà sono necessari gli interventi dell’Unione europea di cui abbiamo appena parlato. La nuova Commissione europea, che si è ufficialmente insediata a fine 2019, ha ribadito l’assoluta necessità di intervenire su queste materie. È auspicabile che gli interventi si realizzino e, possibilmente, nel più breve tempo possibile. Va infine sottolineato che la politica monetaria non può da sola risolvere i problemi dell’area dell’euro in assenza di politiche strutturali che contribuiscano in modo più decisivo a incrementare il potenziale di crescita a più lungo termine, a sostenere la domanda aggregata nella fase attuale e a ridurne la volatilità. In presenza dell’attuale fase depressiva, i governi europei che dispongono di margini per interventi di bilancio dovrebbero agire in maniera efficace e tempestiva perseguendo politiche fiscali espansive. Vi è infine l’esigenza che vengano messe allo studio misure di coordinamento delle politiche economiche dei vari paesi europei più incisive di quelle condotte finora.

Angelo Porta è attualmente Senior Professor presso il Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi e Senior Fellow del Centro BAFFI CAREFIN della stessa Università. Fin dal 1970 ha concentrato la sua attività didattica e di ricerca sull’economia monetaria e la macroeconomia. È stato docente in varie università italiane ed estere e, in particolare, Professore ordinario di Economia monetaria nell’Università Bocconi dal 1992 all’ottobre 2019. Presso tale università è stato dal 1990 al 2007 Direttore del Centro di Economia monetaria e finanziaria intitolato a Paolo Baffi, di cui è divenuto poi Presidente dal 2008 al 2014. Nel corso della sua lunga carriera si è occupato di vari temi e ha prestato particolare attenzione alla storia monetaria e all’integrazione monetaria europea.

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