“L’Ungheria dagli Asburgo a Viktor Orbán” di Stefano Bottoni

Prof. Stefano Bottoni, Lei è autore del libro L’Ungheria dagli Asburgo a Viktor Orbán, edito da Scholé, il cui sottotitolo recita Il passato come prigione: in che modo l’Ungheria è vittima del proprio passato?
L’espressione vittima non è probabilmente adeguata. L’Ungheria e gran parte degli ungheresi di oggi non sono vittime inconsapevoli ma piuttosto prigionieri di una lunga serie di illusioni ed errori politici compiuti dalle classi dirigenti a partire dal tardo Ottocento. Errori le cui conseguenze la società ungherese continua a pagare anche oggi. Qualche esempio che discuto nel volume: la pretesa di costruire nel quadro imperiale asburgico uno Stato nazionale omogeneo ungherese, che cozzava non solo con la politica di equilibrio promossa da Vienna ma soprattutto con l’emergere di progetti nazionali competitivi come quelli serbo, croato, romeno o slovacco; o la convinzione diffusa che lo smembramento territoriale successivo alla Prima guerra mondiale e il trattato di Trianon siano frutto di complotti e macchinazioni esterne.

Il passato diventa una prigione quando viene utilizzato surrettiziamente o in modo arbitrario per definire il ruolo attuale dell’Ungheria, oppure quando viene trasformato nel fondamento di una deresponsabilizzazione collettiva rispetto ai momenti decisivi e tragici della storia nazionale recente, dalla dissoluzione dell’Austria-Ungheria all’alleanza con la Germania nazista e alla deportazione degli ebrei ungheresi.

Che ruolo hanno avuto, nella storia del paese magiaro, i grandi progetti imperiali che hanno segnato l’ultimo secolo?
Dobbiamo distinguere fra impero ed impero, evitando il vicolo cieco nel quale ci si infila quando si cerca di accomunare sotto una stessa definizione fenomeni storici completamente diversi. L’Austria-Ungheria del periodo dualista, fra il 1867 e il 1918, era un impero liberale, largamente pacifico e basato sull’estensione e il crescente rispetto dei diritti di cittadinanza. Con il Compromesso l’Ungheria, ovvero la Transleitania – come veniva chiamata la metà orientale dell’impero – ottenne da Vienna il massimo di autonomia politica e amministrativa che si potesse immaginare, e non solo al tempo, nel quadro di uno Stato unitario. In quei decenni l’Ungheria ridusse significativamente il suo divario economico rispetto all’Austria e alla Boemia, le regioni più sviluppate dell’impero. È impressionante constatare quanto poco questo successo storico sia invece presente nella coscienza collettiva e nella manualistica storica ungherese di oggi. La rivoluzione del 1848 viene presentata in bianco e nero come lo scontro morale fra il movimento patriottico ungherese, presentato come coeso e uniforme, e gli scherani della dittatura asburgica, assetati di sangue ungherese, mentre non vengono neppure menzionate le istanze e le recriminazioni di quella circa metà della popolazione del regno d’Ungheria, che non si dichiarava di madrelingua ungherese. Con questo voglio sottolineare anche a distanza di oltre un secolo l’incapacità diffusa di valutare in modo spassionato l’emancipazione giuridica e sociale e il progresso economico garantiti dal quadro imperiale asburgico. Senza mai concedere totale sovranità all’Ungheria, ne aveva ampliato a dismisura lo spazio di manova, venendo incontro alle istanze indipendentiste dei moti del 1848.

L’integrazione nei due grandi imperi ideologici del Novecento, quello nazionalsocialista fra la fine degli anni Trenta e la metà degli anni Quaranta e quello sovietico fino alle trasformazioni del 1989, rappresenta invece un cinquantennio denso di tragedie, crimini, violenza di massa e vicoli ciechi. Dopo lo shock del trattato di pace di Trianon del 1920, che l’aveva privata di oltre metà del territorio e della popolazione, l’Ungheria si legò alla principale potenza revisionista europea, la Germania. In seguito agli accordi di Monaco del 1938, il successo del revanscismo territoriale hitleriano aprì uno spiraglio anche per i progetti ungheresi che miravano a restaurare l’antica supremazia regionale di Budapest sul bacino danubiano-carpatico. Fu un abbaglio collettivo che investì la classe dirigente – dall’estrema destra alla sinistra – e attraverso la propaganda e l’istruzione pubblica l’intera società. Le prime, sostanzialmente pacifiche revisioni territoriali del 1938-39 illusero gli ungheresi che l’alleanza con Hitler fosse priva di rischi e controindicazioni, mentre la realtà era assai diversa. L’arco politico e la sfera pubblica si spostarono progressivamente a destra, abbracciando a volte anche inconsapevolmente temi e toni del razzismo biologico tedesco. Dal 1941, l’Ungheria si fece coinvolgere prima in Jugoslavia e infine in Unione Sovietica nell’avventura genocida di Hitler nell’Europa orientale e nessuna forza politica o sociale riuscì a bloccare la corsa del paese verso il baratro.

Se nel caso della Germania nazista possiamo parlare di integrazione informale e, soprattutto, più o meno volontaria in quanto sostenuta da buona parte della classe politica nel nome della revisione dei confini, nel caso dell’impero sovietico le cose si complicano. Da un lato, lo spazio di manovra politica si ridusse al minimo per oltre un decennio – dal 1945 alla fine degli anni Cinquanta. Dall’altro, l’integrazione nel cosiddetto blocco sovietico fu un processo estremamente violento ed impopolare, percepito come una violazione della sovranità nazionale. La rivoluzione antisovietica dell’ottobre 1956 rispecchiava proprio il disperato anelito alla libertà. Una libertà declinata sia in senso „politico” che in senso nazional-culturale. I risultati economici dell’integrazione forzata nel sistema economico di tipo sovietico furono nel complesso deludenti: alla fine degli anni Ottanta la forbice fra il reddito pro capite ungherese e quello nella vicina (e neutrale, ma occidentalizzata) Austria era più o meno raddoppiata. Non solo l’Ungheria socialista non era uscita dalla condizione di semiperiferia economica, ma con il crescente indebitamento verso Occidente era entrata, dagli anni Settanta, in una doppia spirale di dipendenza imperiale: da Est in campo politico, militare e di sicurezza, e da Ovest da quello economico e finanziario.

Da ultimo, dobbiamo spendere qualche parola sul più recente progetto imperiale che vede integrata l’Ungheria contemporanea, l’Unione Europea. L’UE è un (post)impero democratico, un impero su invito che non ha mai basato la sua forza di attrazione sulla dimensione militare ma piuttosto su quella economica e sugli elevati standard civili e sociali garantiti (o promessi) ai cittadini dell’Unione. A partire dal 2004, l’Ungheria è parte di una politica europea comune che ha distribuito a Budapest fondi di sviluppo e coesione per un valore di molte decine di miliardi di euro. Mai nessun impero contemporaneo era penetrato nel paese senza lusighe pericolose o tintinnio di sciabole. E mai nessun impero contemporaneo aveva offerto, quasi senza contropartite, una finestra di rilancio economico rimasta aperta per quasi un ventennio. Ma il processo di convergenza procede talmente a rilento da potersi considerare un fallimento, e che l’Ungheria si è fatta scavalcare, dal 2004, da gran parte dei paesi dell’Europa orientale, ed oggi resta il terzo Stato più povero dell’Unione Europea. Ora che per una serie di motivi (dalla crisi pandemica alla guerra russo-ucraina e alle tensioni globali) la finestra di opportunità garantita all’Europa centro-orientale sta per chiudersi nuovamente, occorre constatare che l’Ungheria, insieme a gran parte della ex Jugoslavia, è forse il paese che ha peggio sfruttato le enormi opportunità offerte da quell’impero decentralizzato, politicamente impalpabile che resta l’Unione Europea.

Dopo il 1989, l’instaurazione di un sistema democratico sembrava un processo irreversibile, eppure oggi, alla luce delle politiche illiberali di Viktor Orbán, le iniziali promesse di libertà appaiono tradite: quali le ragioni di questa involuzione?
Non è facile individuare una gerarchia di ragioni chiara e indiscutibile. Il percepito fallimento dell’integrazione nell’Unione Europea, le difficoltà economiche seguite alla crisi globale del 2008 e la crisi di fiducia nell’Occidente liberale come (tutto sommato) migliore dei mondi possibili possono contribuire a spiegare i motivi che hanno portato e portano ancora milioni di ungheresi a credere nella democrazia illiberale, di fatto nel regime autocratico e sempre più autoritario, creato da Viktor Orbán a partire dal 2010. Non bisogna poi dimenticare le straordinarie capacità politiche dello stesso Orbán: una personalità in grado di coagulare e dare forma compiuta al desiderio di rivalsa nazional(ista) nei confronti dell’impero occidentale al quale pure l’Ungheria aveva scelto di appartenere dopo il 1989. Ecco perchè ho scritto, nell’introduzione al libro, che quella ungherese è una storia “imperiale”, post-imperiale e anche anti-imperiale per le potenti spinte identitarie scatenate dalle sfere imperiali succedutesi nel corso dell’ultimo secolo. Affrontando le vicende storiche ungheresi ci avviciniamo a categorie e problemi generali come impero, globalizzazione, decolonizzazione, integrazione e sovranità. Quella che sembra solo la storia di un piccolo Paese diventa allora parte integrante della storia globale del nostro tempo.

Stefano Bottoni è Professore associato presso il Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo dell’Università di Firenze. Esperto di storia dell’Europa orientale contemporanea, ha lavorato a lungo presso l’Accademia Ungherese delle Scienze e partecipato a numerosi progetti internazionali. Le sue pubblicazioni includono le monografie Transilvania rossa. Il comunismo romeno e la questione nazionale (2007), Un altro Novecento. L’Europa orientale dal 1919 (2011), Orbán. Un despota in Europa (2019) e il recentissimo L’Ungheria dagli Asburgo a Viktor Orbán.