L'ultimo tabù. Il terrorismo tra discorso, politica e paura, Valentina BartolucciProf.ssa Valentina Bartolucci, Lei è autrice del libro L’ultimo tabù. Il terrorismo tra discorso, politica e paura edito da Mondadori Università: in che modo il terrorismo può essere considerato un tabù?
Gli eventi dell’11 settembre 2001 sono stati talmente drammatici da lasciare attoniti e senza parole milioni di spettatori in tutto il mondo, che videro ciò che stava accadendo in diretta. Quell’iniziale vuoto di parole, tipico delle situazioni di crisi, è stato ben presto riempito da una valanga di discorsi, immagini e simboli che ruotano intorno alle parole “terrore”, “terrorismo”, “islam” e “fondamentalismo”. Quel giorno, tali parole sono entrate violentemente nelle vite di tutti noi per non lasciarci più. Ha (ri)preso così vita, con una velocità inaudita, un discorso che riflette pericolose semplificazioni, come per esempio quella per cui “musulmano”, “islamista” e “arabo” sono di fatto sinonimi o per cui tutti i “terroristi” sono musulmani, e che ha finito per ingigantire timori vecchi di secoli. In quel frangente, così come negli anni a venire, mantenere un punto di vista critico si è rivelato difficile in quanto poteva facilmente essere interpretato come mancanza di patriottismo o, peggio ancora, sostegno ai “terroristi”. Quasi due decenni dopo, è ancora difficile “parlare” di “terrorismo” in maniera critica. Il “terrorismo” infatti è invariabilmente “descritto” come un atto contro la razionalità, contro l’umanità stessa. Chi compie azioni terroristiche è dunque, forzatamente, non umano, una non-persona, incarnazione del Male Assoluto. Ed ecco che il “terrorismo” si svela per quello che è: un tabù dal potere straordinario che fa sì che non solo sia difficile parlarne e scriverne al di fuori dei confini prestabiliti (vale a dire demonizzandolo) ma è rischioso persino pensarlo in maniera critica, pena il rischio di sentirsi complici.

Cosa fa sì che non si possa trattare di terrorismo se non demonizzandolo?
Proprio perché il “terrorismo” viene invariabilmente rappresentato come la più alta espressione del Male, non si prova a capirlo, semplicemente si condanna. Perciò, sebbene il discorso sul “terrorismo” sia pieno di assunti infondati e pregiudizi culturali, se ne fa uso in modo acritico, senza riflessione alcuna. Raramente ci si ferma a pensare all’agenda politica sottesa all’uso della parola “terrorismo” o sulle implicazioni che possono derivare dal rappresentare un evento in quanto tale o qualcuno come “terrorista”. E questo è grave dal momento che definire qualcuno “terrorista” o un evento “terrorismo” non è un atto neutrale, al contrario è il risultato di una scelta deliberata che porta con sé tutta una serie di conseguenze.

E quali conseguenze produce questa sua demonizzazione?
Il discorso sul “terrorismo”, riprodotto e propagato dagli organi di stampa, dai centri di ricerca e le istituzioni accademiche e dai salotti televisivi, ha fatto sì che la strategia di contro-terrorismo dominante a livello globale venisse implementata in un clima di sostanziale legittimità. Si è tradotto, negli apparati legislativi e nelle politiche pubbliche degli Stati, in uno Stato di emergenza permanente, nell’adozione di misure straordinarie, quali la guerra, o di disposizioni extra-giudiziarie, come Guantánamo, che a loro volta necessitano di un largo consenso, ottenibile grazie a una comunicazione efficace. Inoltre, il discorso sul “terrorismo” è stato (e continua a essere) utilizzato per scopi opportunistici da parte di vari governi di tutto il mondo per delegittimare nemici, dissidenti politici, partiti politici avversi o, più in generale, individui “scomodi”, con conseguenze nefaste, quali limitazioni di libertà civili e personali, abusi e prevaricazioni, fino a vere e proprie persecuzioni. Esso ha avuto e continua ad avere un impatto sulla vita pubblica e privata di individui e gruppi, condizionando pesantemente la vita di tutti noi.

Cosa rivela l’analisi critica del discorso sul terrorismo degli ultimi tre Presidenti americani?
L’analisi critica del discorso sul “terrorismo” degli ultimi tre Presidenti americani presenta sostanziali elementi di continuità. Tali discorsi, nonostante differiscano sostanzialmente dal punto di vista retorico, si caratterizzano per la presenza delle stesse narrazioni centrali e assunti sottostanti. Tutti e tre i Presidenti accettano e riproducono la narrazione di un’America sotto attacco e ribadiscono la necessità di una guerra al terrorismo che si prevede lunga e faticosa ma che è, al contempo, giusta e necessaria. Riproducono inoltre l’assunto secondo il quale il “terrorismo” è un fenomeno nuovo che necessita di nuovi approcci e nuovi strumenti per combatterlo. Tutti e tre i Presidenti delegittimano i terroristi enfatizzando il carattere barbaro, immorale e apolitico della loro violenza. I terroristi vengono rappresentati come degli agenti del male, delle belve assetate di sangue, dei barbari senza cuore mossi dall’unica volontà di disseminare morte e distruzione.

Quale uso strumentale della lotta al terrorismo è stato fatto dai governanti di tutto il mondo?
Vari governi intorno al mondo hanno utilizzato strumentalmente il “terrorismo” per colpire individui e gruppi “di disturbo” che poco o nulla avevano a che fare con atti terroristici in senso stretto. È perciò accaduto che individui e gruppi sospetti, anche se non coinvolti in atti violenti, come oppositori politici o ribelli, sono stati rubricati come (potenziali) terroristi, con tutte le conseguenze del caso. Questo discorso è stato anche utilizzato per promuovere agende di politica interna, come espansioni territoriali o all’approvazione di leggi controverse. Ha inoltre portato a forme crescenti di razzismo verso i musulmani, per via del costante accostamento tra “terrorismo” e “islamismo” e tra “terrorismo” e “islam”. Più in generale, il discorso sul terrorismo a un’erosione della moralità pubblica tale che, per il modo in cui sono rappresentati i “terroristi”, qualsiasi azione repressiva viene accettata e tollerata, perfino la tortura.

Quali forme ha assunto tale fenomeno nel nostro Paese?
Il contesto italiano si distingue per l’assenza di attentati terroristici recenti. Questo tuttavia non lo rende immune dalla psicosi attentati. L’episodio più eclatante è forse quello avvenuto il 3 giugno 2017 in piazza San Carlo a Torino, durante la proiezione della finale della Champions League tra Juventus e Real Madrid. In quell’occasione il panico causato da un gruppetto di rapinatori è risultato in un morto e oltre 1500 feriti che hanno preso a correre in preda al panico, convinti di essere nel bel mezzo di un attentato. La pericolosità dell’arabo/migrante/musulmano è inoltre molto presente nel dibattito pubblico ed è stato sfruttato da esponenti politici, che a volte lo hanno alimentato ad arte per limitare diritti o esercitare un maggiore controllo sui cittadini. È, tuttavia, attorno alla costruzione di luoghi di culto musulmani e ai simboli riconducibili all’islam che si catalizzano oggi le maggiori tensioni.

Valentina Bartolucci è ricercatrice aggregata presso il Centro Interdisciplinare di Ateneo “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa, presso il quale tiene anche il corso di “Sociologia del Conflitto e della Pace”. Ha pubblicato numerosi lavori sul terrorismo e sulla comunicazione politica in tempi di crisi. Per Mondadori Università ha pubblicato anche Capire il Conflitto, Costruire la Pace (con G. Gallo).

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