L’orso bianco era nero. Storia e leggenda della paroladi Roberto Vecchioni
Piemme
«La stirpe umana da più di un secolo ormai è stata protagonista di una rivoluzione antropologica sottile e strisciante. Assieme al ribaltamento economico dei valori abbiamo assistito al proliferare di cose, produzioni, invenzioni liberatorie, oggetti e mezzi sempre più specifici per sollevarci da impegni, facilitarci il quotidiano, curarci, abbellirci, perfezionarci o almeno crederlo e contemporaneamente è aumentata a dismisura la possibilità quasi per tutti di arrivare a ciò che fino a poco fa era tabù.
Come se si fossero rotti gli argini di quel cerchio in cui i più eran reclusi, ecco che la massificazione, il lavoro, l’istruzione stessa hanno liberato l’umanità da quella prigione di poche necessarie cose e abitudini.
Oggi è una corsa al presente. Nessuno vuole stare dietro agli altri, la propria esistenza va riempita sì dell’essenziale, ma soprattutto dell’effimero, del gratificante illusorio, di tutto ciò che si è desiderato e mai avuto, serva o non serva. L’imperativo di questo scoppio rivoluzionario è l’avere, non più l’«essere» di Fromm.
Alla ricerca forsennata di una finalità almeno momentanea, incerti di quelle durature, è come se corressimo su una monorotaia; il presente del genere umano si coniuga con quattro verbi: possedere, vendere, comprare, consumare. Ci stringiamo attorno al particolare della nostra momentanea soddisfazione, ci appropriamo delle ombre delle statuette del mito di Platone, non vedendo o non capendo le statuette stesse.
Più chiediamo e più si produce, un pozzo senza fondo per alleviare l’ansia del vuoto che ci sentiamo attorno.
Sia ben chiaro che non stiamo parlando di generi necessari o insopprimibili. La fantasia umana corregge a non finire ciò che sembrava perfetto per renderlo ancora più perfetto e invogliare a sostituirlo, come mancasse l’aria senza.
È in questa esigenza ancestrale che trova finalmente possibilità di sfogo un nuovo potere e trova spazi sconfinati per approfittarne.
Riflessione. È nel Dna umano questo febbricitante impulso a sapere, capire, dominare il creato, creare da semidio. È così da sempre, Ulisse ne è un esempio ed era nel destino dell’umanità tendere a tutti i progressi possibili. Ma se è vero che quest’ansia trova sfogo nel codificare il mondo con la scienza e interpretarlo con l’arte, è ancora più evidente che nei singoli domina la gratificazione di sé, personale, individuale, lenitiva, progressiva, mai sazia.
Mi passa per la mente la frase che il divino Prometeo pronuncia nella tragedia di Eschilo: «Ho tolto agli uomini la paura della morte». Chiestogli come, risponde: «Ho immesso nei loro cuori speranze cieche», illusioni cioè che non portano da nessuna parte, ma ti fanno aggrappare alla vita, nascondendoti la fine.
Tutti vogliono tutto, tutti si riempiono di tutto come per blindarsi dalla noia, dalla ripetitività, dall’incertezza del domani.
Un nuovo potere, vi ho detto. Ma qual è?
In questo mondo di accumulo dissennato ma obbligatorio nasce la forma forse meno evidente, più velata, ma certamente più universale di potere. Il potere oggi è di chi sa meglio convincere l’umanità a riempirsi di cose, di chi conosce a fondo le parole che ammaliano e il modo di girarle e rigirarle fino appunto a convincerti: compra, vendi, consuma.
Sì, perché se esistesse un solo prodotto specifico per ogni funzione il problema sarebbe diverso. Ma i modelli culturali su cui operare una scelta sono ormai un’infinità in ogni campo: alimentare, medico, tecnico, locatario. Il liberismo ci propone cento marchi di shampoo e decine di aperitivi, migliaia di modelli d’auto, di paste, biscotti, apparecchi tv, detersivi, tipi di vacanze, letture, cibi surgelati e via così all’infinito.
Come scegliere? Cosa scegliere? Perché non sia mai che io non abbia una di quelle cose.
Ed ecco che arriva il potere. Ovvero gli uomini di potere. Gli uomini di potere, oggi, si chiamano influencer, ma pure e meglio creativi pubblicitari, geni della propaganda.
Metà della nostra giornata è invasa dalla propaganda. Siamo al punto che non girerebbe più il mondo, s’intorcinerebbe la società se venisse a mancare il potere di vendita che è oltretutto il motore finanziario di qualsiasi attività, dalle televisioni alle banche a tutto. Metà della nostra vita. Senza, chiuderebbero negozi, industrie, spettacoli, eventi sportivi, torneremmo a parlare intorno a un camino.
La propaganda tiene in scacco l’avvenire, il progresso, la qualità di vita.
Senza, tutto si fermerebbe come nel regno della Bella addormentata, non avremmo appigli o piani B, questo è l’unico consentito per non regredire; è tragico e necessario come la nostra vita, perché lì di riffa o di raffa siamo andati a cacciarci con un percorso volontario e obbligatorio.»




