L'ordine di Babele. Le culture tra pluralismo e identità, Sergio BelardinelliProf. Sergio Belardinelli, Lei è autore del libro L’ordine di Babele. Le culture tra pluralismo e identità edito da Rubbettino: quale relazione esiste tra l’identità e il pluralismo culturale?
Esiste una correlazione molto stretta. I due termini si richiamano reciprocamente. Parliamo di identità proprio perché viviamo in un contesto culturale caratterizzato dalla pluralità. Negli anni scorsi, una certa ideologia politicamente corretta ha fatto di tutto per discreditare il tema dell’identità, considerandolo “esclusivo”, ostile alle diversità, generativo di chiusure e di conflitti insanabili. Ma in questo modo noi occidentali abbiamo poco a poco dissolto il senso più profondo della nostra identità, naturalmente orientata all’alterità e alla pluralità, scivolando verso forme di relativismo e di intolleranza che sono soltanto due facce di una stessa medaglia.

Ce ne rendiamo conto oggi, allorché mescoliamo in modo incredibile il problema del terrorismo e quello dell’immigrazione. La disinvolta indifferenza con la quale per anni abbiamo guardato alla diversità culturale sta lasciando il posto alla paura. L’immigrato è soprattutto un pericolo. E l’identità torna a farsi sentire soprattutto come una sorta di vessillo da sbandierare contro gli altri. Il mio libro cerca di mostrare che l’ordine della nostra cultura, l’ordine di Babele, appunto, è basato sulla pluralità e che, proprio grazie alla realistica dimestichezza che l’Europa e l’Occidente hanno acquisito con essa, si è sviluppata un’identità aperta, inclusiva, rispettosa dell’altro, ma anche rispettosa di se stessa e, se necessario, intransigente rispetto a coloro che vorrebbero combatterla.

Su quali basi è possibile il dialogo tra differenti culture?
Credo che alla base di ogni autentico dialogo tra diversi stia un principio antropologico universale, diciamo pure, il riconoscimento dell’altro come un uomo, che al di là di qualsiasi differenza biologica e culturale, è comunque un uomo come me. Come ho cercato di far vedere nel mio libro, è precisamente questo il principio costitutivo dell’identità europea. L’Europa non ha un’identità etnica, né politica, né geografica, bensì antropologica. In virtù della trascendenza che lo costituisce, l’uomo europeo non è riducibile alle condizioni biologiche e culturali della sua esistenza; le trascende tutte, appunto, e, in quanto tale, è sempre aperto alla diversità, sempre pronto a prendere le distanze da sé, per poter dialogare con tutti. Quando non lo fa o quando non si difende rispetto a chi vorrebbe annientarlo, entra non a caso drammaticamente in contraddizione con se stesso. Voglio dire insomma che il tratto particolaristico di ogni cultura è soltanto un lato del discorso. In ogni cultura, infatti, è l’uomo che si esprime; quindi, al di là delle differenze culturali, c’è in ogni cultura anche un tratto comune, universalistico, rappresentato dall’umanità. È soltanto questa umanità che ci consente di cogliere il significato profondo sia dell’identità, sia della diversità delle culture umane, mettendoci nel contempo al riparo da qualsiasi deriva relativista o fondamentalista.

Quale rapporto esiste tra pluralismo, democrazia e verità?
Per molti versi vale per la verità lo stesso discorso che ho fatto sopra per l’identità. Dopo averla discreditata in tutti i modi possibili come un concetto ostile e incompatibile con il pluralismo e la democrazia, oggi ne stiamo riscoprendo l’importanza proprio per un dibattito pubblico che non voglia essere colonizzato dalla menzogna. Ovviamente democrazia e verità appartengono ad ambiti categoriali differenti, nè bisogna dimenticare l’uso dispotico e intollerante che della verità sul piano politico si è fatto in passato. Ma questo non giustifica il disprezzo che le abbiamo riservato negli ultimi anni. Per il fatto di vivere in un contesto socio-culturale contrassegnato dalla presenza di diverse opinioni in ordine a ciò che è vero e giusto e di prendere quindi le nostre decisioni politiche a maggioranza, ci siamo erroneamente convinti che un’opinione valga l’altra; siamo diventati relativisti, con la convinzione che questo fosse il modo migliore per essere tolleranti. Ma questo, come ho scritto nel mio libro, significa soltanto mettere una cattiva filosofia alla base di una pratica eccellente che, alla lunga, potrebbe uscirne gravemente danneggiata. Le nostre decisioni politiche, ad esempio, vengono prese a maggioranza, non perché la verità non esiste, ma semplicemente perché, grazie a una certa idea che abbiamo dell’uomo e della sua incommensurabile dignità, è molto meglio una decisione sbagliata, presa con il consenso della maggioranza, che una decisione giusta imposta con la forza. Altro che relativismo. Il principio di maggioranza rappresenta sicuramente la regola aurea di ogni democrazia, tuttavia non possiamo dimenticare che abbiamo a che fare con un criterio di legittimazione delle decisioni, non con un criterio di validità. Come ha cercato di mostrare, tra gli altri, anche Juergen Habermas, la democrazia intrattiene un rapporto importante con la verità. Sebbene in una democrazia nessuno sia legittimato a governare in nome della verità, è pur vero che soltanto la verità impedisce che in democrazia una decisione valga l’altra. Il gran parlare che facciamo oggi di fake news e la preoccupazione che esse suscitano sono forse la riprova più lampante di quanto sia pericoloso per una democrazia perdere il senso della differenza tra la verità e la menzogna.

Qual è il ruolo della religione in questo processo?
La religione, penso soprattutto alla religione cristiana, in questo processo potrebbe svolgere un ruolo importante per almeno due ordini di motivi: in primo luogo, perché la religione è forse l’unica forma culturale che non ha mai smesso di parlare di verità; in secondo luogo, perché mi pare che anche la religione, almeno quella cristiana, sembra avere sempre più chiara la consapevolezza che oggi si può parlare di verità soltanto in un contesto plurale, dove la dignità dell’uomo viene prima della verità stessa. Lo stesso possiamo dire del rapporto tra religione e identità. Se nei secoli passati la religione ha rappresentato una sorta di elemento di sacralizzazione dell’identità culturale, oggi, grazie soprattutto al primato della persona umana, anche la religione sembra farsi strumento di dialogo tra culture diverse. Come ho cercato di esplicitare nel mio libro, le tematiche della verità, dell’universalità, di un’identità culturale che sia forte, ma anche aperta e inclusiva, rappresentano una sorta di banco di prova per tutte le religioni, specialmente se consideriamo la particolare dimensione che queste tematiche assumono in un mondo sempre più globale, dove la pluralità costituisce l’inevitabile orizzonte all’interno del quale esse possono essere declinate. Anche le religioni sono oggi sfidate a prendere le mosse dalla pluralità. Le loro lingue, quale più quale meno, sono tutte costrette a fare i conti sia con dialetti interni, sia con diversità linguistiche che le differenziano l’una dall’altra. Ma nessuna può pretendere di imporre all’altra i suoi canoni. In fondo è questo l’ordine di Babele.

Quali opportunità offre la pluralità delle lingue al dialogo interculturale?
Nel mio libro cerco di far vedere come proprio la traduzione linguistica costituisca una metafora straordinaria di quello che dovrebbe essere un autentico dialogo interculturale. Pluralità delle lingue e pluralità delle culture si richiamano vicendevolmente. Come è stato sottolineato da Wilhelm von Humboldt, è solo nell’esperienza della diversità e dell’alterità che l’individuo, le diverse culture e le diverse lingue diventano sempre più consapevoli di sé stessi. In questo modo l’altra lingua, mai totalmente altra, diventa il tramite per una migliore comprensione della propria, all’interno di una polarità: quella tra universale e individuale, i cui termini sono sempre strettamente connessi, ma mai completamente sovrapposti, quasi che l’uno, l’universale, possa esprimersi e identificarsi totalmente nell’altro, l’individuale. Detto in altre parole, nessuna lingua nazionale può pretendere di esprimere tutto l’umano o il linguaggio nella sua universalità. Anche per questo nel rapporto tra lingue e culture diverse va sempre messo nel conto uno scarto, diciamo pure, un margine di intraducibilità e di possibili conflitti. Ma ciò non toglie che la traduzione sia possibile, che cioè tutte le lingue possano arricchirsi grazie al nuovo e all’imprevisto che scaturiscono ogni volta dal concreto incontro con l’altro. A spingerci avanti in questi tentativi di comprensione è la fondata certezza di avere a che fare con uomini come me, appartenenti come me alla stessa specie, e quindi, per quanto estranei, mai totalmente estranei, espressione di una estraneità assolutamente intraducibile.

Sergio Belardinelli è Professore ordinario di Sociologia dei processi culturali presso l’Università di Bologna