“L’ordine delle scritture. Il linguaggio documentario del potere nell’Italia tardomedievale” di Isabella Lazzarini

Prof.ssa Isabella Lazzarini, Lei è autrice del libro L’ordine delle scritture. Il linguaggio documentario del potere nell’Italia tardomedievale edito da Viella: quali funzioni svolge, fra Tre e Quattrocento, lo scritto nella costruzione di sistemi documentari, politici e sociali?
L’ordine delle scritture. Il linguaggio documentario del potere nell’Italia tardomedievale, Isabella LazzariniIl volume si occupa del paesaggio documentario dell’Italia tardomedievale. La penisola in questo periodo è ancora costituita da un mosaico di diversi poteri: signorie laiche ed ecclesiastiche e principati incentrati su città di tradizione comunale (dai principati vescovili di Trento al ducato di Milano, dal ducato di Savoia ai marchesati di Monferrato o Mantova), stati cittadini a reggimento repubblicano come Firenze, Genova, Lucca, Venezia (con o senza proiezioni marittime importanti), i regni del Mezzogiorno (la Sicilia aragonese e Napoli angioina, unificati sotto l’autorità di Alfonso V d’Aragona nel 1442), la peculiare monarchia rappresentata dalla Chiesa e dai suoi domini. Accanto a queste formazioni statuali, comunità rurali e montane, signori feudali, centri minori sono legati ai poteri maggiori o soggetti a essi in rapporti di vario genere. Una superiore sovranità imperiale o pontificia copre poi a varia intensità l’intera penisola. Questo periodo – circa due secoli – è traversato da quella che di primo acchito sembra una convulsa serie di conflitti su scala locale, regionale e sovraregionale, ma che – al di là del frenetico susseguirsi degli scontri e delle alleanze – disegna in realtà una serie di linee di frattura che tra la fine del Trecento e i primi decenni del Quattrocento iniziano a divenire peninsulari. Nell’Italia centro-settentrionale gli scontri regionali generati di volta in volta dall’espansionismo milanese, fiorentino, veneziano si sommano nei primi decenni del Quattrocento con l’onda d’urto dell’espansionismo napoletano (sotto Ladislao di Angiò-Durazzo) e poi aragonese, con il rientro del papato in Italia e la fine della lunga stagione conciliare. Con la metà del Quattrocento si giunge alla sistematizzazione indotta dalla pace di Lodi (1454) e dalla successiva Lega Italica (1455) e dai suoi rinnovi sino a fine Quattrocento, allorché l’intero sistema viene di nuovo scosso e profondamente alterato dall’arrivo delle armate francesi di Carlo VIII.

In un contesto simile si assiste a processi diversi di costruzione politica, che includono fenomeni complessi come il controllo di territori più ampi degli antichi distretti comunali nel centro-nord e delle famiglie aristocratiche e città nei regni scossi dai conflitti dinastici nel Mezzogiorno e la ristrutturazione del potere papale a Roma. In generale, si constata un aumento degli strumenti, degli offici, degli uomini con cui vengono gestite funzioni di governo come l’amministrazione territoriale, la giustizia, la diplomazia, la guerra, i benefici ecclesiastici.

Tutto ciò avviene attraverso processi altrettanto complessi di messa a scrittura delle fasi diverse di governo di questi domini compositi. Tale ricorso alla documentazione scritta per governare non è una novità tardomedievale: ne abbiamo prove significative anche per l’età comunale nel centro-nord e nelle grandi cancellerie papali e regie/imperiali di età sveva, con il passaggio da un governo che si esprime attraverso l’emanazione di atti sciolti (per lo più in pergamena) a una scritturazione in registro, in cui delle diverse funzioni di governo (come la giustizia o la gestione dei patrimoni pubblici) si inizia a tenere memoria attraverso volumi in serie, in cui giorno dopo giorno viene annotata l’attività degli officiali preposti a queste funzioni. Tali sviluppi si attuano grazie e in parallelo alla grande crescita del notariato: di un gruppo cioè di professionisti laici delle scritture pubbliche e private a valore e contenuto giuridico.

Con il Trecento e il Quattrocento, tali processi subiscono però una serie di trasformazioni determinate dai fenomeni politici cui abbiamo accennato sopra: conflitti di respiro sempre più peninsulare e costruzione di organismi pubblici al tempo stesso più ampi territorialmente e più strutturati istituzionalmente. La trasformazione del panorama documentario – vale a dire la creazione di nuove forme documentarie o l’adattamento delle forme documentarie esistenti a nuovi bisogni – costruisce, e insieme risponde a questi processi di addensamento del potere pubblico e di costruzione di apparati di governo più capillari e complessi. In questo senso, uno studio del paesaggio delle scritture – del loro ‘ordine’, per quanto tutt’altro che progressivo, coerente, continuo – è una chiave d’un lato per capire la trasformazione del potere politico che lo esprime, dall’altro per cogliere il rapporto sostanziale fra la messa a scrittura di una società e la costruzione di una sua memoria e di una sua identità. L’insieme più o meno coerente delle carte prodotte da un organismo politico infatti ne permette il funzionamento e insieme ne costruisce l’immagine.

Si tratta di processi complessi, resi ancora più difficili da interpretare dalle vicende della conservazione di questi patrimoni di carte (conservazione definita da perdite accidentali come anche da riordini successivi). Ad essi la ricerca recente ha dedicato una attenzione sempre più importante, integrando l’analisi dei fenomeni grafici (paleografia), della struttura formale del documento (diplomatica) e della costruzione di depositi organizzati di documenti (archivistica) con suggestioni derivanti da altre discipline, come l’antropologia culturale, e intrecciando sempre di più un’analisi documentaria così rinnovata con la ricerca storica propriamente detta.

Come si esprime in tale epoca il linguaggio documentario del potere?
L’idea di fondo è che i documenti non vanno letti solo come contenitori di informazioni, ma anche come rivelatori delle logiche del potere che li emana e come costruttori a loro volta di memoria, identità, immagine. In questo senso, gli sviluppi politici cui si accennava sopra – conflitti prolungati, negoziazione diplomatica, ispessimento amministrativo, controllo territoriale – impongono nell’età che il libro prende in considerazione un moltiplicarsi delle scritture e quindi una crescita e una articolazione sempre più complessa degli offici che producono, usano e conservano documentazione. In primo luogo, dunque, le cancellerie, dove professionisti della comunicazione politica e di governo, scritta e orale, di formazione notarile e poi, sempre più, di cultura umanistica, provvedono a redigere, emanare e conservare gli atti che testimoniano la volontà e l’azione dei governi. Poi, tutti gli offici, centrali o periferici, in cui si amministra la giustizia o si gestiscono beni e risorse (dagli offici patrimoniali e fiscali a quelli che si occupano della circolazione delle persone e dei beni).

In questi centri di produzione documentaria, vengono messi in opera due processi cruciali grazie ai quali si può parlare di ‘linguaggio documentario del potere’. Il primo è il momento della produzione documentaria: l’autorità del principe, del governo repubblicano, del sovrano, si esplica attraverso processi di decisione che producono documenti scritti. L’importanza crescente della messa a scrittura di questi processi decisionali impone una creazione di strumenti documentari nuovi o una trasformazione di quelli disponibili: i registri divengono quindi sempre più specializzati (registri di lettere di nomina agli offici, registri di concessioni e di grazie, registri di lettere mandate e ricevute, registri di conti – settimanali, mensili, semestrali, annuali, e via enumerando); determinate forme documentarie – come le lettere – si moltiplicano esponenzialmente; sistemi di rimandi interni fra registri e fra atti sciolti facilitano l’uso dei documenti; compaiono e diventano sempre più analitici e frequenti gli inventari dei complessi archivistici. Il potere politico cioè elabora una modalità scritta di esercizio dell’autorità che diviene parte integrante e sempre più significativa del suo attuarsi.

Il secondo processo di creazione di un linguaggio documentario del potere è poi legato alla forma delle scritture, al linguaggio adottato, allo ‘stile’. I diversi governi (principi e repubbliche, re e papi) e i diversi poteri (le grandi famiglie aristocratiche, i condottieri, le comunità rurali e montane) prendono a usare strumenti documentari spesso simili, ma li adattano alle proprie esigenze secondo ‘stili’ diversi. Gli atti di un duca di Milano – un principe – sono diversi nell’intonazione, intitolatura, stile documentario da quelli di una repubblica come Venezia, che accentua la coralità e la collegialità dei suoi provvedimenti. Nella costruzione di procedure come quelle legate alla nomina degli officiali, se nei principati la scelta è del principe e quindi i documenti che la testimoniano sono le lettere di nomina (che però, inviate ai loro destinatari, sono per lo più perdute) e i registri in cui tali lettere di nomina venivano copiate, nelle repubbliche, in cui il processo di scelta si basa sull’estrazione a sorte fra un certo gruppo di persone selezionate secondo criteri diversi, la produzione documentaria legata a questo momento cruciale della vita pubblica è molto più varia.

Nella definizione e nella diversificazione delle procedure documentarie e delle pratiche di conservazione, scelte culturali come la crescente importanza di personale di formazione umanistica assumono poi un peso crescente, ammantando la costruzione dell’autorità pubblica di sfumature stilistiche e riferimenti ideologici legati all’antichità classica e alla legittimazione che tale rimando poteva fornire.

Quali elementi di novità introducono le corrispondenze diplomatiche?
La pratica diplomatica dell’Italia tardomedievale innova profondamente i modelli dei secoli precedenti: i negoziati diplomatici fra potenze sempre di più passano dalla forma di eventi singoli determinati dalla necessità di stipulare un trattato (dai contenuti più vari) o stringere una alleanza, o concludere una pace, a quella della costruzione e del mantenimento di una rete di rapporti volti a garantire canali comunicativi e informativi continui. Tale sviluppo, provocato dall’infittirsi dei contatti e delle interazioni e dalla necessità di venire regolarmente informati degli eventi politici su di uno scenario sempre più peninsulare, viene modificando la natura dell’ambasciatore, che sempre più entra a far parte per periodi più o meno lunghi della società politica che lo ospita, raccoglie informazioni, costruisce reti personali di fiducia con il principe o le élites presso cui è inviato. La ricaduta documentaria di questa trasformazione è spettacolare, sia dal punto di vista quantitativo, sia da quello qualitativo. Le lettere scritta da ambasciatori formali o agenti informali al potere che li ha mandati crescono esponenzialmente di numero (dovendo rispondere al compito di informare capillarmente di quanto accade «ora per ora», come dicono gli ambasciatori) e mutano di natura, divenendo sempre più ricche e attente non solo agli eventi politici propriamente detti, ma anche a una vasta gamma di fenomeni: rituali pubblici, usi e costumi, moda, arte, prezzi di merci, fatti e aneddoti. La lettera è uno strumento diplomatico di grande duttilità: con il diffondersi di una cultura umanistica nelle cancellerie il gusto per la scrittura e la narrazione e la qualità ‘letteraria’ di questi testi cresce, per giungere, con il Cinquecento, a livelli di grande raffinatezza. Dovendo poi dare conto quotidiano degli sviluppi politici, attraverso le lettere diplomatiche gli ambasciatori elaborano modalità nuove e complesse di analisi delle realtà politica: la capacità di ragionare politicamente, che verrà magnificata e diffusa da un Machiavelli o da un Guicciardini, si sviluppa anche grazie a questo vivacissimo laboratorio.

Quali elementi caratterizzano la pratica epistolare dell’epoca?
Il tardo medioevo in Italia in particolare è un’età di alfabetizzazione (relativamente) diffusa: mercanti e artigiani, capitani militari e ingegneri, principi e uomini di governo, contadini e prelati, suore, artigiane e principesse hanno sempre più ‘la penna in mano’. Una delle forme più diffuse di questa traduzione scritta dei rapporti sociali – e non solo politici – è la lettera, indirizzata da un destinatario preciso a un mittente definito. In latino e sempre più in volgare, le lettere diventano un tramite per alimentare i complessi circuiti relazionali dell’epoca. Si scrive al principe o al governo per ottenere una grazia o una concessione, per raccomandare un figlio, per protestare la propria fedeltà, o, come si diceva sopra, per informare i propri governi degli eventi che si svolgono in una corte straniera, ma si scrive anche all’interno del circuito familiare o dinastico (tra genitori e figli: esemplari i carteggi dei piccoli principi, che scrivono ai genitori per dimostrare al tempo stesso il loro apprendimento della retorica, della grammatica, della storia e per cementare le gerarchie interne alle parentele aristocratiche). Si scrive nel contesto delle grandi reti finanziari e di traffici (si pensi alle migliaia di lettere rimaste della grande compagnia mercantile di Francesco di Marco Datini da Prato), fra maestri e allievi (nell’ambito del diffondersi della pedagogia umanistica), fra intellettuali e umanisti (si pensi a Petrarca e alla riscoperta dell’epistolario ciceroniano), fra prelati. La ricerca più recente sta anche sempre più portando alla luce la scrittura femminile: non solo Caterina da Siena indirizza centinaia di lettere ai potenti del suo tempo, ma anche Margherita, la moglie del mercante Francesco di Marco Datini scrive regolarmente (anche di mano propria) al marito in merito alla gestione della ditta di famiglia; non solo le principesse umaniste del Quattro-Cinquecento come Isabella d’Este, ma anche le signore e le dame del Trecento ricorrono alla scrittura epistolare anche di mano propria.

La pace di Lodi del 1454 segna anche la nascita del trattato di pace: come si giunge a tale modello?
Il discorso in merito alla pace di Lodi è un discorso complesso: questa pace stipulata nell’aprile del 1454 fra Milano e Venezia, allargata nell’agosto dello stesso anno a Firenze, e poi, grazie alla regia di papa Niccolò V, estesa a comprendere il papato e Alfonso V d’Aragona, re d’Aragona, Catalogna, Valenza, Sicilia e Napoli nella Lega Italica del 1455, orchestrata da un gruppo di principi e governi alla ricerca di pace e legittimazione, è entrata a fare parte delle prime grandi edizioni tardo-seicentesche e primo-settecentesche di trattati europei ed è divenuta il trattato simbolo della cosiddetta ‘politica dell’equilibrio’.

Nella percezione erudita e pubblica, la pace di Lodi è dunque divenuta l’antesignana della nascita della diplomazia moderna, basata sull’idea che i rapporti internazionali siano affare di potenze sovrane che puntano al mantenimento o al ristabilirsi dello status quo, e siano gestiti da un personale professionale, tramite rappresentanze diplomatiche permanenti e grazie a un diritto internazionale incarnato in una serie di celebri grandi trattati europei (come, oltre a Lodi, la pace di Cateau-Cambrésis del 1559 o la celeberrima pace di Westphalia del 1648).

In realtà, a ben guardare, la pace di Lodi fu uno dei molti accordi di pace che vennero tentati, stipulati, riscritti, rimessi in discussione in quegli anni: la sua stipulazione venne preceduta, affiancata e seguita da una successione di accordi e patti su scala minore e i vari rinnovi della Lega del 1455 dimostrano come anche il suo carattere ‘universale’ fosse tutto meno che definitivo. D’altro canto però, in un contesto assai diverso – quello dell’Europa delle potenze di fine Seicento e primo Settecento, e ancor più nell’Ottocento dei grandi stati nazionali e della loro spinta coloniale – l’idea di un modello di trattato internazionale fra stati sovrani era essenziale a un discorso egemonico, occidentale e nazionale. Tale modello andava fondato su di una genealogia storica che gli desse legittimità: l’origine di questo modello di trattato venne dunque fatta risalire all’indietro nella storia europea. Il punto di partenza venne individuato nell’Italia del primo Rinascimento (avrebbe potuto essere il trattato che sanciva la fine della guerra dei Cento Anni fra Francia e Inghilterra, ma tale trattato non esiste: quella guerra interminabile finì senza un accordo generale). L’interesse di questa vicenda sta dunque nell’uso che della storia – e dei suoi documenti a posteriori più celebrati – si continua a fare anche molto tempo dopo che gli eventi in questione sono trascorsi: occorre però essere consapevoli che si tratta sovente di un uso strumentale, utile a logiche assai lontane dal tempo di cui si parla.

Isabella Lazzarini insegna Storia Medievale all’Università del Molise. Si occupa di storia sociale delle istituzioni tardomedievali, con un’attenzione particolare all’evoluzione delle pratiche documentarie e delle forme della comunicazione scritta, e alla diplomazia tardo medievale. Tra le sue ultime pubblicazioni: Communication and Conflict. Italian Diplomacy in the Early Renaissance (1350-1520), Oxford 2015 e le curatele The Italian Renaissance State, Cambridge, 2012, con A. Gamberini; Social Mobility in Medieval Italy (1100-1500), con S. Carocci (Roma 2018); A Cultural History of Peace in the Renaissance, Londra 2020.

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