“L’omosessualità nella Grecia antica” di Kenneth J. Dover

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L'omosessualità nella Grecia antica, Kenneth J. DoverL’omosessualità nella Grecia antica
di Kenneth J. Dover
Editoriale Jouvence

«L’intento, peraltro modesto e limitato, di questo libro, è di descrivere quei fenomeni propri del comportamento e della sensibilità omosessuale che possiamo riscontrare nell’arte e nella letteratura greca tra l’VIII e il II secolo a. C., e quindi porre le basi per un esame più particolareggiato e specialistico (compito che lascio ad altri studiosi) degli aspetti sessuali nell’arte, nella società e nella morale greca.

 
In un articolo pubblicato settant’anni or sono, Erich Bethe osservava che l’intrusione di un giudizio morale, «il nemico mortale della scienza», aveva viziato lo studio dell’omosessualità greca; e continua a viziarlo. Una combinazione di amore per Atene e di odio per l’omosessualità sta alla base dei giudizi secondo cui i rapporti omosessuali erano «una macchia dorica coltivata da una piccola minoranza ad Atene» (J. A. K. Thompson, il quale ignora le testimonianze delle arti visive) o che essi «erano considerati sconvenienti sia dalla legge che… dall’opinione pubblica» (A. E. Taylor, il quale ignora le implicazioni del testo a cui si riferisce nella sua nota). Una combinazione di amore per la cultura greca in generale e di incapacità o di mancanza di volontà a riconoscere la presenza di differenze comportamentali che in quella cultura ebbero grande importanza, è la causa di affermazioni di questo tipo, per cui l’omosessualità tout court o la «pederastia» sarebbero state vietate per legge nella maggior parte delle città greche (Flacelière, Marrou). Non esiste, che io sappia, un altro argomento negli studi classici in cui cosi facilmente vengono meno le normali capacità dello studioso di notare differenze e tirare conclusioni; e nessun altro in cui è così facile per lo studioso essere tacciato di aver affermato ciò che in realtà non ha detto o accusato di non aver detto ciò che ha affermato più volte. Personalmente sono d’accordo col giudizio di Karlen, secondo cui «alcuni (e cioè professionisti o studiosi di problemi sessuali) sono segretamente omosessuali, e la loro ricerca un’apologia camuffata. Altri ricercatori o clinici, poi, rivelano nella vita privata un odio virulento nei confronti dei devianti sessuali, odio che si guarderebbero bene dal manifestare nei loro scritti o nell’esercizio della loro professione». Quanto a me, non posso ovviamente essere consapevole delle mie pecche nascoste, né sono in grado di spiegare in modo esauriente perché il mio atteggiamento in proposito sia di un certo tipo; ne darò comunque una breve descrizione perché il lettore possa averla presente.

Un uso linguistico ormai assodato mi spinge a parlare di «eterosessuale» e di «omosessuale» come di due concetti antitetici, ma se dovessi seguire la mia personale inclinazione sostituirei il termine «eterosessuale» con «sessuale» e vedrei nel termine «omosessuale» una sottospecie di «quasi-sessuale» (0 di «pseudo-sessuale»; non di «parasessuale»). Chiunque volesse impressionarmi tacciando questa mia propensione di pregiudizio, dovrebbe anzitutto assicurarmi di avere realmente tentato di distinguere pregiudizio da giudizio.

Nessun ragionamento che abbia lo scopo di dimostrare che l’omosessualità in generale è naturale o contro natura, sana o patologica, legale o contro la legge, conforme o contraria al volere di Dio, è in grado di dirmi se ogni particolare atto omosessuale è moralmente giusto o no. Mi giudico fortunato per non provare nessuno shock o disgusto di tipo morale di fronte a qualsiasi atto genitale, sempre che esso sia ben accetto e risulti piacevole a tutti i partecipanti (che si tratti di uno solo, di due, o di più di due). Qualsiasi atto può risultare — ai miei occhi, o agli occhi di qualsiasi altra persona — esteticamente bello o brutto. Qualsiasi atto può essere compiuto con un’intenzione moralmente valida o riprovevole. Qualsiasi atto può avere conseguenze buone o cattive. Nessun atto, per il solo fatto di avere una dimensione sessuale, può essere santificato o condannato.

È possibile che alcuni lettori, soprattutto se hanno già una certa familiarità con l’argomento, rimangano colpiti per la diversa importanza attribuita in questo libro alle fonti: ho infatti trattato con relativa brevità certi personaggi e certi luoghi (Saffo, Socrate, Sparta), mentre mi sono occupato più di quel che avvenga solitamente di graffiti, di terminologia giuridica e di particolari relativi allo stimolo e alla risposta del corpo. Ciò è avvenuto perché il problema che ho cercato di affrontare non è stato quello di dare una risposta a questioni risapute, ma al problema della società greca in generale. È possibile anche che i lettori rimangano stupiti dal fatto che non mi dilunghi in modo esplicito sui rapporti tra uomo e donna. Chiedo a questi lettori di tener presente anzitutto che il libro si occupa di un singolo problema della vita sessuale in Grecia, e in secondo luogo che il mio primo intento è di descrivere ciò che più chiaramente e più agevolmente possiamo osservare, offrendo quelle spiegazioni che ci vengono date dall’esperienza quotidiana (in cui ciò che realmente importa alla gente spesso non coincide con ciò che dovrebbe importare) e cercando (anche se non sempre con successo) di astenermi da speculazioni a livelli più teorici.»

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