“L’ombra della Sindone” di Edoardo Crisafulli

L'ombra della Sindone, Edoardo CrisafulliRoma, 1° aprile 2017. In un appartamento della Città del Vaticano, padre Quirico Malatesta viene trovato morto, seduto su una poltrona nella sua camera da letto con la testa avvolta in un sacchetto di plastica trasparente, le braccia aperte e i palmi rivolti verso l’alto. Si apre così L’ombra della Sindone (Vallecchi, 2025), il nuovo thriller di Edoardo Crisafulli, un’indagine serrata che esplora i segreti più nascosti della Chiesa e il sottile confine tra fede, verità e mistero.

Il caso viene archiviato in fretta. A confessare l’omicidio è Christian Santos Lozanes, il giovane assistente di padre Malatesta di origini filippine, il cui movente sembrerebbe essere il furto di una somma di denaro e di un cellulare che gli costerà l’arresto. Lo stesso giorno del ritrovamento del corpo di padre Malatesta, il giovane viene portato nel carcere di Regina Coeli. Tutto sembrerebbe risolversi per il meglio ma è proprio questa rapidità nel voler chiudere e dimenticare l’accaduto a renderlo ancora più sospetto.

A seguire la vicenda è la trentasettenne Veronica Pozzi, giornalista romana di cronaca nera per Lo Scandalo, dove lavora insieme al collega Marione, romagnolo trapiantato a Roma. Il loro rapporto è uno degli assi portanti del romanzo. Nonostante le divergenze tra i due – Marione è un uomo sui cinquant’anni con un’esperienza decennale nel settore ma che ha fatto le «scuole basse» – i due collaborano con serietà, cercando di dare il massimo nel proprio lavoro. Lei è metodica, riflessiva, spesso tormentata dall’eticità della professione che svolge mentre lui è più istintivo, politicamente scorretto, diretto e ironico, con una visione più disincantata del mestiere. Le loro discussioni sulla fede, sugli scandali della Chiesa, sull’omosessualità, sul modo stesso di raccontare una notizia non sono semplici scambi di battute, ma momenti di frizione che fanno avanzare l’indagine e chiariscono progressivamente le posizioni dei personaggi.

Accanto a loro si staglia la figura del direttore de Lo Scandalo. È un uomo con le rughe, i capelli bianchi e le dita ingiallite, che mette decisamente troppo dopobarba ed è talmente magro da avere solamente la pelle a coprirgli le ossa. Ma è soprattutto un personaggio che incarna un’idea cinica e predatoria del giornalismo. Per lui la verità non è un valore, ma un ostacolo. Quello che conta è colpire i lettori con lo scandalo, farli indignare. Il suo motto, «Siate come i cani da tartufo che sniffano e scavano buche, se rovinate le aiuole dei giardini… amen!», riassume perfettamente il suo punto di vista. Per Veronica non è facile confrontarsi con il direttore tanto che il loro rapporto è segnato da ambiguità, pressioni e contraddizioni continue, oltre ad introdurre una riflessione (non del tutto marginale) sul potere, sul sessismo e sulla precarietà morale del lavoro giornalistico.

Veronica Pozzi è il personaggio più complesso e meglio costruito del romanzo. Separata dal marito Roberto e madre dell’adolescente Emanuela, la giornalista vive cercando di conciliare il lavoro con la vita privata. Sua figlia le rimprovera spesso di essere poco presente, mentre Veronica fatica a spiegare la natura del proprio mestiere senza esporre sua figlia alla brutalità del mondo che racconta ogni giorno nei suoi articoli. Ma nel corso delle indagini, Veronica finisce per coinvolgere sempre di più sua figlia. È la stessa Emanuela a chiederle di essere resa partecipe, di entrare almeno in parte nel lavoro della madre, ascoltando e offrendo a sua volta una propria lettura dei fatti.

Veronica crede ancora in un’idea “classica” di giornalismo tanto che si richiama esplicitamente a modelli come Indro Montanelli e Oriana Fallaci, rivendicando il «dovere inderogabile di accertare la verità sostanziale dei fatti». Una posizione che il romanzo presenta come sempre più anacronistica ma, comunque, come l’unica strada da perseguire realmente.

All’interno del romanzo viene dedicato ampio spazio ai pensieri di Veronica: quando lavora, quando vorrebbe dire ciò che pensa ma non può, quando mette in dubbio le proprie conoscenze e intuizioni. Questa interiorità accompagna l’azione, ne rallenta i tempi e la arricchisce di dubbi e riflessioni costanti.

Al centro del mistero c’è padre Quirico Malatesta, un sindonologo e intellettuale ma soprattutto una figura scomoda. Studioso del Sacro Sudario, Malatesta aveva costruito la propria notorietà attaccando la datazione al radiocarbonio del 1988 e accusando la Chiesa di aver accettato troppo facilmente un verdetto scientifico imbarazzante. Sul suo blog, Sulle orme del Figlio dell’uomo, poi censurato, sosteneva posizioni polemiche, spesso radicali e antisemite. Nei suoi scritti, ampiamente riportati nel romanzo, la Sindone non è solo una reliquia: è una frattura, una linea di faglia tra fede e autenticità. «Le reliquie verosimili sono tutte colpevoli di frode, finché non se ne dimostri l’onestà», afferma Malatesta, ribaltando l’onere della prova e mettendo la Chiesa di fronte alle proprie contraddizioni.

Uno degli elementi più interessanti de L’ombra della Sindone è proprio la capacità dell’autore di scrivere e inserire gli articoli, le interviste e le dichiarazioni pubbliche attribuite a padre Malatesta. Il risultato è una ricostruzione completa di una parte di documentazione che contribuisce a produrre un forte senso di realtà del mondo narrativo creato.

Ma l’omicidio di padre Malatesta non è che l’inizio del terrore che scuote la capitale. Nei giorni successivi, altri tragici eventi sorprendono la città, rivelando l’esistenza di chi vuole impedire che la verità venga finalmente a galla. Veronica e Marione proseguono le loro indagini, mentre la polizia non intende collaborare pienamente. Da questo momento, la tensione cresce, il ritmo si fa sempre più concitato e i colpi di scena si susseguono, mantenendo il lettore incollato fino all’ultima pagina.

La scelta del tipo di linguaggio impiegato è un altro elemento che contribuisce in modo decisivo alla riuscita del romanzo. Crisafulli fa un uso consapevole dei dialetti: il romanesco di Veronica e il romagnolo di Marione non sono semplici coloriture, ma strumenti di caratterizzazione sociale e professionale. Il linguaggio cambia a seconda dei luoghi e restituisce un ritratto credibile della città. I pregiudizi, gli stereotipi, le inflessioni regionali aiutano a definire i personaggi, a chiarire cosa credono e come guardano il mondo.

L’ombra della Sindone è un romanzo che interroga il confine tra informazione e manipolazione della notizia, tra ciò che è verificabile e ciò che viene fatto passare per vero. La vicenda della Sindone, con il suo carico di fede, autorità e controversie scientifiche, diventa il terreno ideale per mettere in scena questo slittamento continuo. L’autore costruisce così un’opera capace di tenere il lettore in costante tensione tra fede, potere e informazione, trasformando l’incertezza e l’ambiguità in un motore narrativo potente e irresistibile.

Giorgia Carta

Edoardo Crisafulli (Rimini, 1964) è un addetto culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dal 2001. Attualmente è direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Almaty e addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia in Astana. Prima dell’esperienza kazaka ha diretto gli Istituti Italiani di Cultura di Haifa, di Damasco, di Beirut e di Kiev. È stato anche addetto culturale all’Ambasciata d’Italia a Tokyo e direttore della scuola di lingua e cultura italiana dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. In precedenza ha insegnato lingua e cultura italiana presso università straniere (University College Dublin, King Abdul Aziz di Gedda, Manchester University). Ha studiato Lingue e Letterature Straniere a Urbino, Linguistica a Birmingham e italianistica/teoria della traduzione a Dublino, dove ha conseguito un dottorato di ricerca (University College Dublin, N.U.I.). Collabora con “Mondoperaio” e “La Giustizia”. Ha pubblicato vari saggi accademici e cinque libri su argomenti disparati (Dante in traduzione inglese, sociolinguistica, storia politica italiana, dialogo interreligioso, reportage dall’Ucraina). Nel 2016 ha esordito nella narrativa con la raccolta di racconti brevi La Kamikaze e altri racconti del passaggio (Rubbettino). L’ultimo suo libro è 33 ore. Diario di viaggio dall’Ucraina in guerra (Vallecchi, 2022). Nello stesso anno ha ricevuto il premio Elsa Morante, sezione “Culture europee”.