“L’Occidente e il nemico permanente” di Elena Basile

L'Occidente e il nemico permanente, Elena BasileL’Occidente e il nemico permanente
di Elena Basile
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«Questo libro si propone di esaminare i due conflitti in corso alla frontiera orientale dell’Europa e in Medio Oriente per argomentare come entrambi siano frutto di una visione patologica del mondo dell’Occidente che, braccato dal declino che esso stesso ha creato, porta avanti disegni imperialistici ed espansionistici, focalizzandosi sulla supremazia militare e relegando in un angolo diplomazia e mediazione.

Con riferimento al conflitto in Ucraina, attingendo a una cospicua letteratura storica, di politologi statunitensi, francesi, svizzeri e italiani, da Mearsheimer a Abelow, da Kissinger a Jacques Baud, da Sacks a Minolfi, si passano in rassegna le tappe che hanno realizzato a partire dal 1997 una strategia coerente statunitense in grado di raggiungere obiettivi geostrategici a netto vantaggio di Washington e contro l’Europa. Si riporta l’escalation che dopo Piazza Maidan a Kiev provoca l’aggressione russa all’Ucraina. Si analizzano le percezioni di Mosca e la possibile azione diplomatica che avrebbe potuto da entrambe le parti, Nato e Russia, evitare il conflitto, i lutti, la distruzione di un Paese e di una generazione di ucraini.

Di fronte alle responsabilità dell’aggressore tattico, la Russia, quelle dell’aggressore strategico, la Nato, sono schiaccianti.

Il conflitto “Unprovoked and Unjustified”, come vergognosamente recita il linguaggio consolidato della diplomazia americana e brussellese, diviene, nella storia raccontata onestamente da illustri politologi, la conclusione inevitabile di un confronto previsto da Kissinger nel 2014.

I falchi democratici hanno voluto questo conflitto, con la complicità delle asservite classi dirigenti ucraine, a spese del popolo ucraino, per saggiare la resilienza del regime di Putin a una guerra economica e militare per procura da parte della Nato.

Il bottino ricavato da Washington è illustrato ed è indipendente dal successo maggiore o minore della strategia temeraria, a rischio conflitto nucleare, prescelta. I danni economici, politici e culturali per l’Europa sono anch’essi evidenti.

Forse tra poco, come in Afghanistan, Iraq, Siria e Libia, i neo­conservatori statunitensi diranno «ops ci siamo sbagliati» e lasceranno l’Ucraina e l’Europa a compensare perdite e distruzione da un lato, recessione e sconfitta politica dall’altro.

Il conflitto israelo-palestinese che attraversa un secolo e più di storia è raccontato con inevitabili schematismi, in grado tuttavia di analizzare le responsabilità condivise tra Occidente e Urss, poi Russia, Israele e Hamas, Autorità Palestinese e Paesi arabi, chiarendo come il ruolo dell’Onu si sia affievolito nel tempo e come l’internazionalizzazione della questione palestinese, già dal 1948, non sia riuscita a impostare con equità il problema della pace e dei due Stati.

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L’asimmetria tra il potere della comunità ebraica e quello dei palestinesi si aggrava negli anni. La Nakba priva i palestinesi di una classe dirigente. Il massimalismo e la lotta armata sono facilitati dalla proletarizzazione dei palestinesi che riscattano la loro condizione con l’esperienza liberatrice e perdente della lotta armata. L’involuzione della politica statunitense, il paradosso di uno Stato sponsor economico e militare, inghiottito politicamente dallo Stato dipendente e sponsorizzato, sono illustrati così come il passaggio in Israele dalla sinistra laburista e dal giusto approccio basato sullo scambio di pace contro i territori, alla destra messianica israeliana che considera la Cisgiordania e Gerusalemme Est non terre occupate ma liberate, in base a presupposti di carattere religioso e poco fondati.

Il potere della lobby di Israele che, come afferma Mearsheimer, non è una lobby ebraica e non parla a nome della comunità ebraica, viene illustrato senza falsi tabù né pregiudizi propagandistici.

Sono enumerati gli ostacoli alla soluzione del conflitto e i pilastri del dover essere: approccio olistico in grado di affrontare tutti i problemi nel rispetto delle risoluzioni Onu in una conferenza di pace che non escluda i diversi interlocutori.

Il terrorismo viene distrutto soltanto col negoziato politico.

Sobillare Riad contro Teheran, Israele contro Hezbollah, cercare accordi cosmetici di cooperazione tra Israele e i Paesi arabi moderati a spese del popolo palestinese (gli accordi di Abramo) non appaiono strumenti idonei alla stabilizzazione della regione.

La mediazione anche con Hamas che deve, come l’Olp, rinunciare alla violenza armata e riconoscere Israele in cambio dell’accettazione della sua soggettività, il dialogo con Russia, Cina e Iran, sono essenziali alla ricomposizione degli interessi in gioco al fine di una proposta equilibrata di pace.

Purtroppo la violenza ricorrente tra i due fronti fino all’atroce reazione criminale di Israele a Gaza, in risposta all’attacco barbarico di Hamas del 7 ottobre, obbedisce alle logiche delle forze che dal conflitto traggono ogni vantaggio. Le affinità tra la guerra in Ucraina e quella in Medio Oriente spaventano, in quanto in esse emerge il disegno occidentale violento ed espansionistico.

Non a caso la narrativa dello spazio politico mediatico appare seguire lo stesso copione, in un panorama di un grigiore uniforme come mai nel passato. La terza parte è dedicata ai «cani da guardia», famosa espressione utilizzata da Paul Nizan nel 1932 per descrivere il giornalismo e gli intellettuali dei suoi tempi, cantori del potere borghese. L’involuzione dei media, la loro concentrazione e conformismo, sono descritte facendo riferimento a classici come quelli di Guy Debord e Noam Chomsky. Si tenta di illustrare come mai, sebbene la propaganda sia sempre esistita, attualmente vi siano fattori particolarmente inquietanti sull’involuzione autoritaria delle democrazie, a cominciare dalla graduale e costante eliminazione della libertà di pensiero associata alla delegittimazione del dissenso e dall’esautoramento del ruolo dei Parlamenti.

Cito anche l’esperienza personale, i due linciaggi mediatici subiti, dopo essere stata indicata alla pubblica disapprovazione da parte del sindacato corporativo dei diplomatici.

La parte finale è dedicata agli equilibri geostrategici, alla resistenza, con l’utilizzo della sola arma militare, dell’Occidente alle mutazioni in corso che rendono evidente il delinearsi di un mondo multipolare. Il fallimento della strategia liberale che credeva di poter inglobare, in virtù della globalizzazione, le potenze del surplus, come Cina e Russia, nell’universo atlantico, procedendo alla loro desovranizzazione, ha portato all’arroccamento dell’Occidente.

I princìpi sbandierati all’inizio degli anni Novanta e Duemila sono ora rinnegati senza pudore. Si difende il vecchio protezionismo anteponendo, come del resto ha dovuto fare Mosca a cominciare dal 2014 con l’annessione della Crimea, la strategia politica alle logiche del capitale.

Si esaminano le tendenze della governance economica, della spirale impazzita del debito nell’economia finanziaria guidata da algoritmi nel mondo del cloud. Viene analizzato l’inevitabile riflesso che queste dinamiche hanno sull’universo geostrategico, sulle politiche delle classi dirigenti neoliberiste e falsamente liberali, al servizio delle oligarchie al potere.»

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