Prof. Vittorio Coletti, Lei è autore del libro L’italiano scomparso. Grammatica della lingua che non c’è più edito dal Mulino: cos’è l’italiano scomparso?
L'italiano scomparso. Grammatica della lingua che non c'è più, Vittorio ColettiPer “italiano scomparso” intendo tutti quei materiali e tutte quei procedimenti linguistici che si sono usati in italiano per un certo periodo e oggi non si usano (quasi) più. In gran parte si tratta di parole, forme e costrutti antichi, ma non sempre. Non di rado, infatti, sono scomparsi anche elementi recenti, soprattutto parole recenti (ad esempio chi usa ancora videofonino per nominare uno smartphone?) o hanno assunto un diverso significato parole che ne avevano un altro non molti anni fa (se dico CAF cosa pensate? A un Centro di Assistenza Fiscale, suppongo; ma negli anni Ottanta del secolo scorso si pensava al patto politico tra Craxi, Andreotti e Forlani). Certo, per lo più, l’italiano scomparso è fatto da materiali antichi, in disuso da secoli, ma non necessariamente dai più antichi in assoluto (ad esempio, si è perduto vedemo un po’ più antico di vediamo, ma si è perduto anche vedrebbono un po’ meno antico di vedrebbero).

Il grande magazzino dell’italiano scomparso è fatto da parole perdute, da forme perdute di parole ancora in uso, o da parole in uso oggi ma con significati diversi; ed è fatto da costruzioni e raccordi sintattici abbandonati. È il deposito e la testimonianza del cambiamento linguistico, perché le lingue vive cambiano ininterrottamente, su tempi mediamente lunghi, ma a volte e per certi aspetti anche assai brevi: la grammatica cambia più lentamente, il vocabolario più velocemente.

Il cambiamento è, per molti aspetti, la forma vitale del metabolismo linguistico e una lingua che non cambia più è morta (come il latino). Il cambiamento comporta delle perdite, delle sostituzioni, delle variazioni, a tutti i livelli della lingua (fonetica, morfologia, sintassi, lessico). A volte, le perdite non sono definitive e riappaiono parole o costrutti che si davano per scomparsi, perché la lingua dismette molto materiale ma non sempre lo distrugge completamente. Quando si è usato in politica ribaltone o è circolato sui giornali petaloso si è pensato a dei neologismi, invece quelle parole avevano già circolato e poi erano cadute in dimenticanza.

La lingua di una comunità può scomparire interamente con la scomparsa dei parlanti (il rischio che corrono molti dialetti parlati in centri piccolissimi) o parzialmente, riducendosi a certi settori e ambiti d’uso e perdendone altri (quello che potrebbe succedere all’italiano se non avesse più parole per la scienza, ormai detta e scritta quasi solo in inglese). Ma la scomparsa, se non è invasiva, è segno di vitalità, perché l’innovazione linguistica è fatta tanto da aggiunte quanto da perdite. La lingua di una collettività vive crescendo ma anche un po’ dismettendo cose non più utili. Lo fa anche l’italiano. che è una delle lingue più conservative d’Europa, molto fedele al suo passato. Una lingua che crescesse solo, aggiungendo materiali senza mai perderne, diventerebbe ingestibile (pensiamo se avessimo tre o quattro modi diversi per dire la stessa parola come videro/vidono/videno/vidoro, che pure si sono usati nel tempo) e per questo la sua storia è fatta di selezione e cambiamenti.

Invece, il linguaggio di ognuno di noi, quello individuale, a rigore potrebbe crescere fin che viviamo, senza perdere mai nulla. Sarebbe bellissimo e non ci darebbe alcun problema se ricordassimo tutta la lingua che abbiamo appreso durante la nostra vita. Alcuni ci riescono felicemente. Purtroppo invecchiando o a causa di malattie terribili capita a molti di perderne parte o anche tutta. Quel tasso di scomparsa che è fisiologico a livello della lingua della comunità può essere il campanello d’allarme di una patologia a livello individuale.

Insomma, l’italiano scomparso, per la collettività dei suoi parlanti, è la testimonianza della vita e un segno della vitalità di quello in uso. Questo sino a quando il saldo è attivo o almeno in pareggio. Quando prevalgono le uscite le cose si mettono male. Per ora l’italiano presenta un bilancio discreto, forte anche del suo ricco patrimonio letterario.

Succede infatti che ci siano parole o forme scomparse dall’uso ma conservate a lungo o ancora oggi in ambiti speciali; in italiano è stata la letteratura e soprattutto la poesia a conservare molti materiali dismessi dalla prosa e dagli altri usi (ad esempio fia per sarà o ei per egli o tosco per veleno o calere per importare…). Finita la specificità della lingua poetica la conservazione dell’italiano è affidata solo ai suoi utenti comuni, che, inevitabilmente, ne perdono dei pezzi per strada.

Come e perché le parole scompaiono?
Le parole scompaiono per vari motivi: a) non ci sono più le cose o gli esseri nominati (chi suona più la ribeca e dov’è finita l’anfesibena?). Naturalmente le cose e gli esseri possono sparire ma i loro nomi restare (come le alabarde o i dinosauri), perché li mantiene in vita la cultura; b) i nomi cambiano anche se  le cose restano sostanzialmente le stesse (lapis oggi è ormai matita) e così gli esseri (l’acceggia è beccaccia); la letteratura conserva molti nomi desueti di cose o esseri o concetti tuttora comuni (tema per paura, noverca per matrigna, dumo per cespuglio; c) ci sono altre parole per dire la stessa cosa (carola per danza, guiderdone per premio, ricompensa), specie se etimologicamente molto simili (si veda la serie adornanza, adornatura, adornezza, di cui è rimasto solo adornamento o ammiramento, ammiranza, di cui si è salvata solo ammirazione, o laggiuso che è scomparso dal posto occupato da laggiù); d) hanno cambiato pronuncia (nepote) o solo grafia (tucto), modificando qualcosa nella loro forma (opra per opera); e) spesso le parole perdono dei significati (come pietanza che non vale più pietà o dozzina che non significa più vitto e alloggio, né freddura che non vale più freddo), procedimento simmetricamente opposto a quello per cui ne acquistano di nuovi (schermo, volante…).

Che dire delle forme verbali perdute?
Una sezione dell’italiano in cui ci sono state molte perdite è quella delle forme verbali. E si capisce. I verbi hanno tante forme, per dare conto di modo, tempo, aspetto e persona e i parlanti sono a disagio con quelle meno usate (uno dei problemi col congiuntivo di oggi dipende anche da questo) e tendono a modificare le meno note realizzandole come le più note: “venghi e vada dottore” non li ha inventati Fantozzi, sono antiche, ma oggi sono l’emblema della realizzazione di verbi non molto comuni come quelli in –ire (venire), o irregolari, come andare, allo stesso modo dei verbi più diffusi e regolari, che sono quelli in –are come amare (venghi o vadi rifatti su che lui ami). Anche oggi siamo incerti tra temerono e temettero: in passato le oscillazioni erano molto più numerose e la grammatica le ha potate col tempo. In particolare, i tosco-fiorentini, che l’italiano lo parlavano fin dall’inizio, modificavano spesso la morfologia verbale (a un certo punto dissero sarebbonoinvece di sarebbero, mangiono invece di mangiano, vedano invece di vedono,feciono invece di fecero, avessono invece di avessero ecc.). A volte le loro novità sono state accolte dalla lingua nazionale (ad esempio con “io ero” invece di “io era”), altre no, come negli esempi appena visti e in molti altri.

I cambiamenti nella morfologia riguardano anche quelle parole che più che un significato vero e proprio hanno una funzione. Anche qui si sono registrate parecchie perdite: una tra le più recenti è quella di codesto; in passato il pronome personale di terza persona al plurale faceva anche eglino e elleno, mentre oggi quasi solo loro (o raramente essi/esse); l’articolo el (per il) è uscito o forse non è mai davvero entrato nella norma dell’italiano; non si usa più omoper l’indefinito “uno” o persona per “nessuno”; di conciossiacosaché (congiunzione concessiva) si ridacchia come del tipico cultismo passatista. Molte le novità anche nelle funzioni per cui ella non ha più quella di pronome personale femminile soggetto di terza persona ma solo quella di allocutivo di reverenza e alcuno ha valenza solo negativa al singolare e non anche, come in passato, positiva (= qualcuno).

Come si è evoluta la nostra sintassi?
Non sono stati pochi neppure i cambiamenti nella sintassi, cioè nel modo di disporre le parole nelle frasi e le frasi tra di loro. Oggi diciamo “te lo dico”, “me la prendo” ecc., anticamente l’accusativo precedeva (“lo ti dico”, “la mi prendo”); a lungo il pronome è stato enclitico del verbo (cioè ad esso attaccato) anche in forme che oggi non lo consentono (dicoti, parvemi…) e la sua posizione era regolata da ragioni sintattiche. Alle origini erano meno o diversamente regolati i rapporti tra principali e subordinate e poteva accadere che fossero coordinate tra di loro (paraipotassi), cosa oggi impensabile o che una frase introdotta dalla congiunzione che avesse poi l’infinito. L’ordine delle parole era più libero di oggi (si aveva tanto “non può dire” quanto “dire non può”, tanto “ha mangiato” quanto “mangiato ha”, oggi possibili solo in varietà espressive o regionali) e elementi attualmente contigui potevano stare anche assai distanti tra di loro (ad esempio il dimostrativo poteva essere staccato dal nome corrispondente). Certi verbi si costruivano in modo diverso (si poteva avere “domandare qualcuno” o “persuadere a qualcuno”) da oggi e il futuro del passato si faceva col condizionale semplice (“Partito che fosse, essa rimarrebbe sola col principe”, Promessi Sposi cap. 10) invece che con quello composto.

Per altro sono stati oggi riammessi costrutti antichissimi che la grammatica aveva vietato per secoli, come la dislocazione del complemento prima o dopo la frase che lo riprende con un pronome: “la farò io la giustizia” (Promessi Sposi cap. 7).

Quali cambiamenti sta subendo la testualità?
Se si guardano i materiali e i procedimenti scomparsi singolarmente fanno una certa impressione. Ma non bisogna dimenticare che concretamente essi si danno in testi, principalmente scritti. Quantità e qualità del materiale perduto è diverso a seconda della tipologia dei testi. Più numerose e radicale nei testi in versi sino alla fine dell’Ottocento (in particolare nei libretti d’opera), meno vistose in altri tipi di testo. Ad esempio i testi di tipo argomentativo, filosofico e pratico, sono per costruzione meno lontani dai testi medi di oggi di quanto lo siano stati quelli letterari e soprattutto la prosa d’arte antica e novecentesca. Un testo con ambizioni di eleganza tiene in vita anche oggi costruzioni e opzioni lessicali arcaiche o arcaizzanti. Mentre un testo giornalistico corrente evita di evadere dalla consuetudine ed è in genere sintatticamente più lineare e lessicalmente meno selettivo. Non parliamo di uno parlato (che non userebbe più egli).

In che modo il web sta cambiando la nostra lingua?
La scrittura telematica favorisce grafie e sintassi abbreviate, anche iconiche (il celebre “6 scemo”), e potrebbe, sul lungo periodo, favorire l’ulteriore scomparsa di varietà di forme e sinonimi (“like” può stare per “sono d’accordo, mi piace, certamente, condivido, concordo ecc.”). E certamente non aiuta, per la sua rapidità. a coltivare parole a rischio di estinzione, come ha mostrato quel “muliebre” che un candidato a un telequiz poco tempo fa non sapeva riconoscere quando pur aveva sotto gli occhi tutte le lettere e gli mancava solo la i! Ma la scrittura telematica e il web non sono al momento fattori che agevolino la scomparsa della lingua. Semmai possono essere complici del suo impoverimento, perché è più povera e soprattutto meno meditata la cultura che trasmettono o cui attingono.