L'italiano delle traduzioni, Stefano OndelliProf. Stefano Ondelli, Lei è autore del libro L’italiano delle traduzioni edito da Carocci: quale incidenza hanno i testi tradotti nella produzione in italiano?
Innanzitutto dobbiamo intenderci sul significato di “testi”. Mentre nell’uso corrente di norma ci riferiamo a documenti scritti (che possono variare da un brano a un volume intero), in linguistica “testo” può indicare anche un discorso orale, una conversazione o perfino un film.

Fatta questa precisazione, nell’odierna “società della comunicazione” globalizzata, le traduzioni non possono che svolgere un ruolo di primo piano, soprattutto in termini di quantità, e non solo in Italia. Le distanze tra le diverse culture del mondo si sono ridotte non solo perché oggi è più facile prendere un aereo (o almeno lo era prima dell’emergenza COVID 19), ma anche perché tramite internet possiamo leggere, ascoltare o guardare notizie provenienti da paesi lontani. E, se non ne conosciamo la lingua, è necessario ricorrere a traduzione e doppiaggio.

Tornando all’Italia, e più nello specifico all’industria editoriale, secondo i dati Istat, nel 2017 le opere tradotte rappresentavano il 21,6% dei titoli pubblicati, ma se consideriamo le tirature (e quindi il probabile successo di pubblico), contavano per ben il 33,1% del totale. Per oltre la metà si tratta di opere di provenienza angloamericana: come ben sappiamo, dalla fine del secolo scorso l’inglese ha assunto il ruolo incontrastato di lingua franca degli scambi culturali ed economici a livello mondiale, e nemmeno il francese regge più il confronto come lingua fonte di opere distribuite in Italia (3% dei titoli e 3,2% delle tirature).

Naturalmente emergono notevoli differenze a seconda del tipo di testi. Purtroppo non abbiamo dati precisi sulla stampa periodica ma, a parte Internazionale – il settimanale che pubblica articoli tradotti dalla stampa estera – sui quotidiani italiani sono sempre più frequenti le traduzioni di interventi di giornalisti e commentatori stranieri. Per restare nell’editoria, è molto elevata la fetta del mercato coperta dalle traduzioni nella letteratura di consumo, come racconti gialli e di avventure (70% delle tirature), ma anche nella letteratura “alta” (circa il 60% dei testi moderni). Analogo discorso vale per i prodotti esplicitamente rivolti ai ragazzi, come romanzi e racconti (tradotti per oltre il 40% dei titoli) e, soprattutto, i fumetti (72%).

Se poi passiamo al cinema, è impossibile non accorgersi che i grandi blockbuster, cioè i film di maggior successo al botteghino, sono principalmente prodotti hollywoodiani o comunque americani (oltre il 65% degli spettatori, mentre i film italiani raccolgono meno di un quinto delle presenze totali). Teniamo inoltre conto che, secondo i rilevamenti di Eurobarometer, tra tutti i cittadini europei gli italiani sono i meno disposti a guardare film sottotitolati, preferendo nettamente il doppiaggio. E la situazione è simile anche per i prodotti televisivi: oltre la metà delle fiction trasmesse in TV è di provenienza americana, mentre ne importiamo il 16% da altri paesi europei. Non parliamo poi dei cartoni animati (pensiamo alle produzioni giapponesi), che vengono considerati prodotti di fascia bassa e quindi sono doppiati con bassi standard di qualità, anche se poi li guardano il 95% dei bambini e il 60% dei ragazzi.

Questi sono i dati ufficiali disponibili, che non tengono conto però di tantissimi altri testi tradotti che incontriamo quotidianamente: dai comandi dei vari software che usiamo nei nostri computer, alle istruzioni degli elettrodomestici; da certe pubblicità in TV o sui giornali, alle pagine web di aziende internazionali, per tacere dell’enorme quantità di documenti tradotti all’Unione Europea. Insomma, le traduzioni (soprattutto dall’inglese) sono ovunque e rappresentano una buona fetta dei testi con cui abbiamo a che fare nelle nostre vite.

Quali sfide pone, dal punto di vista linguistico, la traduzione?
Nel mio libro non parlo delle difficoltà che devono affrontare i traduttori, né delle strategie migliori che possono essere adottate quando si traduce. In realtà sono partito da una riflessione che ho fatto anni fa, quando ho letto il romanzo La misteriosa fiamma della regina Loana di Umberto Eco. Si tratta della storia di un signore che perde la memoria e cerca di ricostruire il suo passato ripercorrendo i quaderni, libri, dischi e fumetti della sua giovinezza. Bene, se lo consideriamo uno spaccato delle letture di tipo letterario e paraletterario di un rappresentante della classe colta che ha attraversato la seconda metà del ’900, possiamo vedere che il peso delle traduzioni è tutt’altro che marginale. Così, anche oggi, mi pare che sia più probabile che una persona di cultura medioalta possa aver letto (non in originale) Il rosso e il nero, Delitto e castigo o L’isola del tesoro piuttosto che (nonostante la scuola) Piccolo mondo antico o Confessioni di un italiano. Anche i ragazzi e le ragazze a cui faccio lezione all’università hanno sicuramente visto Via col vento, mentre solo una minoranza conosce i film di Fellini o Antonioni.

Allora la domanda che mi sono posto è questa: quale tipo di italiano avrà incontrato il cittadino medio, non solo nelle opere di letteratura alta, ma anche nella letteratura di consumo, e non solo in testi scritti (sappiamo che gli italiani non sono forti lettori), ma anche in quelli orali, come i film? Per esempio, noi linguisti siamo d’accordo che, accanto alla scuola, la televisione ha contribuito molto a insegnare l’idioma nazionale agli italiani. Ma oggi che gran parte della fiction è doppiata, quali modelli linguistici vengono proposti? E una bambina che impara l’italiano, oltra a quello scolastico, che esempi riceve dai romanzi di Harry Potter e dai cartoni animati di Rai Gulp?

Il bello è che dell’italiano delle traduzioni nel suo insieme sappiamo molto poco, perché le traduzioni moderne sono considerate prodotti poco interessanti dal punto di vista linguistico (tranne i rari casi in cui i traduttori sono letterati o intellettuali famosi). Eppure conoscerne le caratteristiche ricorrenti può aiutarci a tratteggiare l’immagine che gli italiani si formano della propria lingua non solo a scuola, ma anche in virtù del costante contatto con traduzioni di ogni genere e tipo, e magari a fare delle previsioni sui futuri sviluppi del nostro idioma.

Cosa afferma la teoria degli “universali traduttivi”?
Semplificando al massimo, questa teoria sostiene che, quando traduciamo da lingue straniere, scriviamo in maniera diversa da quando scriviamo direttamente nella nostra lingua madre. Qualcuno dirà: “bella scoperta, questo avviene perché siamo influenzati dalla lingua di partenza”. Be’, sì e no. L’interferenza linguistica è sicuramente un fattore da considerare, ma alcuni non la comprendono a pieno titolo tra gli “universali traduttivi”. In fin dei conti, un bravo traduttore non dovrebbe farsi influenzare dal testo fonte per produrre, invece, una versione che “sembra proprio scritta in italiano”.

In realtà questa teoria afferma che, a prescindere dalle lingue in gioco, è il processo stesso della traduzione – l’insieme delle operazioni mentali che implica – a far sì che tutte le traduzioni condividano delle caratteristiche in comune, che portano al cosiddetto “traduttese”. Per esempio, siccome i traduttori sanno che il pubblico a cui si rivolgono non ha le stesse conoscenze del pubblico originario, tendono ad aggiungere informazioni, a spiegare di più e a semplificare il testo di partenza per renderlo più fruibile. E poi tutti i traduttori si ricordano di quello che hanno imparato a scuola, e sono più restii a violare le regole della grammatica “ufficiale”, regole che magari non seguiamo del tutto quando parliamo o scriviamo normalmente.

Esiste un vero e proprio “traduttese”? Quali differenze si registrano tra i testi tradotti e quelli prodotti direttamente in italiano?
È difficile definire in maniera univoca il “traduttese”, così come è difficile elencare le differenze costanti che intercorrono tra i testi tradotti e quelli prodotti direttamente in italiano. Molto dipende dai tipi di testo e dai vincoli a cui la traduzione è sottoposta. Per esempio, nel doppiaggio dei film occorre tener conto del rapporto tra parole e immagini, soprattutto per quanto riguarda la sincronizzazione tra i dialoghi e i movimenti delle labbra degli attori. È evidente che in un doppiaggio non posso “allungare” la traduzione aggiungendo spiegazioni per rendere il messaggio più chiaro, mentre in nei testi scritti sono più libero. Ancora: nella letteratura “alta” ci si aspetta che il traduttore faccia uno sforzo maggiore per rendere lo stile dell’autore originale, mentre i romanzi gialli e rosa vengono pubblicati a getto continuo con il solo intento di intrattenere i lettori, quindi le traduzioni sono fatte con grande rapidità e tendono a essere tutte un po’ simili. Anche i documenti dell’Unione Europea sono portati a riutilizzare sempre le stesse soluzioni linguistiche perché devono facilitare le successive traduzioni, anche con sistemi automatici, in più lingue.

Tuttavia, credo che le ricerche condotte finora riescano a individuare alcune tendenze di fondo. Per cominciare i traduttori sembrano tenere un atteggiamento leggermente puristico e cercano di elevare il registro rispetto agli originali. Infatti, in generale, cercano di evitare le parole straniere, anche se di uso comune nell’italiano di oggi, per esempio diranno riunione invece di meeting o squadra invece di team. Hanno una spiccata preferenza per il passato remoto (il tempo “letterario” per eccellenza) e per il congiuntivo, che cercano di usare anche quando l’indicativo andrebbe benissimo, come in “non sapevo chi fosse” invece di “non sapevo chi era”. Ricorrono spesso al pronome egli, quasi quanto i liceali nei temi, e continuano a preferire loro nel dativo plurale: “ho visto i ragazzi e ho detto loro di venire a cena” invece di “gli ho detto”.

D’altro canto, parallelamente a questo atteggiamento conservatore, i traduttori possono anche contribuire al successo di innovazioni più o meno recenti nella nostra lingua, come gli ideofoni tipici dei fumetti (gulp, bang, ouch ecc.), alcune espressioni fisse tipiche dei film americani (ma dici a me? Come posso aiutarla? Il mio nome è Bond, invece di ma che vuoi? Desidera? Mi chiamo Bond), come pure certe espressioni politicamente corrette e rispettose del genere (diritti umani invece di dell’uomo, studentesse e studenti invece del solo studenti ecc.). A livello sintattico, possiamo notare l’uso più frequente dell’accordo al plurale con espressioni collettive (del tipo: la maggioranza degli italiani sono felici invece di è felice) e della perifrasi progressiva (come in sto cominciando a capire invece di comincio a capire), oltre alla tendenza a fare frasi più brevi e con meno subordinate.

Conta la lingua di provenienza del testo per la resa in italiano?
Anche se abbiamo detto che, idealmente, un traduttore non dovrebbe lasciarsi influenzare dalla lingua di partenza, le cose stanno diversamente, soprattutto se deve lavorare in velocità (perché avrà meno tempo per curare la forma) e se traduce da una lingua considerata molto prestigiosa, come oggi l’inglese in quasi tutto il mondo. Siccome l’inglese (soprattutto quello americano) è cool, posso essere tentato di lasciarlo “emergere” di quando in quando. Alcuni tratti ricorrenti dipendono proprio dal fatto che questa è la lingua fonte della stragrande maggioranza delle traduzioni che oggi circolano in Italia. Per esempio, siccome l’inglese prevede l’espressione obbligatoria del soggetto, nelle traduzioni italiane troviamo una frequenza anomala dei pronomi personali. Lo stesso vale per l’abuso dei possessivi: “prendi la tua borsa e seguimi” suona strano in italiano. Un altro fenomeno è quello dell’ordine delle parole nella frase: l’ordine soggetto-verbo-oggetto deve essere rispettato rigidamente in inglese ma, se lo manteniamo in traduzione, otteniamo frasi particolari, anche se non scorrette: è più normale dire “è arrivata la zia” rispetto a “la zia è arrivata”.

Una conferma parziale del ruolo della lingua di partenza proviene dalla misurazione della “distanza intertestuale”, che illustro nel libro: analizzando un numero elevato di traduzioni diverse, il computer riesce a riconoscere almeno in parte quelle che discendono dalla stessa lingua.

Quali saranno gli effetti sulla competenza dei parlanti e sul futuro della nostra lingua dell’uso massiccio di testi tradotti?
Direi che alcuni effetti sono già percepibili, soprattutto tra i gruppi di parlanti più giovani perché hanno meno consapevolezza del cambiamento linguistico, anche nel breve periodo. Immagino che per un adolescente di oggi sia perfettamente normale usare espressioni come “non c’è problema” o “fottuto bastardo”, anche se si tratta di calchi dall’inglese provenienti dal doppiaggio cinematografico. Occorre ricordare, però, che le traduzioni hanno sempre contribuito non solo all’evoluzione della lingua, introducendo novità e rafforzando tendenze già in atto, ma anche allo sviluppo culturale tout court: senza traduzioni probabilmente in Italia non avremmo conosciuto determinati generi letterari, dal romanzo storico al graphic novel.

Più che dalle traduzioni, credo che un ruolo importante sia svolto dalle cosiddette “traduzioni invisibili”, cioè quelle fatte non da professionisti ma da persone che vogliono semplicemente rendere accessibili certe informazioni, o che in effetti non sono traduzioni vere e proprie. Pensiamo a economisti, giornalisti, scienziati, divulgatori ecc., che magari accedono a documentazione originale in inglese e poi la usano per redigere dei testi in italiano. In realtà non stanno traducendo, ma è inevitabile che vengano influenzati dall’inglese che usano quotidianamente per il loro lavoro, anche quando comunicano in italiano.

In futuro, un discorso analogo potrebbe riguardare le competenze dell’intera popolazione italiana. Oggi sono sempre di più le persone che conoscono l’inglese, almeno a fini strumentali. Soprattutto i giovani navigano su un’internet che è principalmente anglofona; guardano video in lingua originale (inglese), magari con l’aiuto di sottotitoli; sin da piccoli studiano in inglese alcune materie scolastiche e poi, più tardi, accedono a corsi universitari erogati in questa lingua perché così pensano di avere migliori opportunità di lavoro. Come già in passato nel caso del francese, è inevitabile che, a lungo andare, il contatto costante con una lingua straniera abbia delle ripercussioni profonde sul modo in cui usiamo l’italiano. Ma non mi chiedete di fare previsioni sul destino della nostra lingua: non mi sento proprio in grado di farle.

Stefano Ondelli insegna Linguistica italiana all’Università di Trieste. Soprattutto tramite strumenti informatici e la linguistica dei corpora¸ si è occupato di didattica per stranieri, linguistica dei testi, comunicazione politica e varietà di italiano contemporaneo: giuridico e amministrativo, di traduttori e interpreti, dei giornali, della cucina e della moda. Tra le pubblicazioni principali: La lingua del diritto, Roma, Aracne, 2007; La sentenza penale tra azione e narrazione, Padova, CLEUP, 2012; Realizzazioni testuali ibride in contesto europeo. Trieste, EUT, 2013.

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