L'Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia, Giulio FerroniÈ un viaggio straordinariamente evocativo quello in cui ci conduce Giulio Ferroni nel suo ultimo libro L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia edito da La nave di Teseo. 1232 pagine, seguendo la traccia della Divina Commedia, attraverso i luoghi d’Italia detti da Dante. Per Ferroni, «tornare a Dante e sui luoghi danteschi (non tanto e non soltanto quelli in cui lui è stato, ma soprattutto quelli detti dalla sua grande poesia, tutti quelli anche solo incidentalmente nominati nella Commedia) […] è anche un po’ sfuggire alla inessenzialità e all’inconsistenza di tanta letteratura di oggi, alla sua subalternità al mercato, ai modelli mediatici; ed è un ritrovare le vere ragioni della grande letteratura».

Non solo: «seguire i percorsi dell’Italia di Dante è poi anche un affermare la reale riconoscibilità dell’Italia, già in quei lontani tempi, prima che si desse ogni concetto di nazione e nazionalità, contro certi negatori dell’identità storica dell’Italia […]: nel momento in cui fonda la sua lingua letteraria, Dante individua nettamente l’Italia nella sua turbinosa consistenza, linguistica, geografica, politica, morale, nelle sue speranze e nei suoi fallimenti: l’“umile Italia”, nominata subito nel canto I dell’Inferno, il “bel paese là dove ’sì suona”, la “serva Italia, di dolore ostello”, dispiegata in alcuni formidabili scorci panoramici […] (come Purgatorio, XXX 85-90, Paradiso, VIII 61-63, e XXI 106-111).»

Il viaggio letterario di Ferroni prende avvio da Napoli; ma «perché cominciare da Napoli, città in fondo così poco presente nell’esperienza e nell’opera di Dante?» si interroga l’autore? Nella Commedia, infatti, Napoli viene nominata un’unica volta, nel richiamo di Virgilio alla propria sepoltura

Vespero è già colà dov’è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l’ha…

(Purg., III 25-27)

È tuttavia proprio nel segno di Virgilio, «“maestro” e “autore” di Dante, prima apparizione, primo determinante incontro di tutto il poema, guida morale e modello letterario assoluto» che nasce e «si svolge la scrittura del poema.» Una ragione più che sufficiente, dunque, per cominciare proprio da Napoli questo itinerario sulle orme del Sommo Poeta.

Ecco poi Roma: «Roma è la mia città: e il viaggio vero e proprio non può non cominciare da Roma, anche perché quello di Roma è il primo nome di città fatto nella Commedia, nella presentazione di sé che fa Virgilio appena apparso, “e vissi a Roma sotto il buono Augusto“.».

Come ricorda l’autore, «la grandezza perduta di Roma, il sogno impossibile del suo ritorno costituiscono un assillo per tanta cultura medievale, un emblema inarrivabile di potenza pacificatrice, di giustizia, di equilibrio civile. La città […] richiamava da tutta Europa i pellegrini, detti appunto romei, diretti a visitare il luogo del martirio di Pietro e sede del papato. Proprio il nemico di Dante, Bonifacio VIII, collegando nella propria aspirazione teocratica l’orizzonte religioso all’esibizione del potere, aveva indetto l’eccezionale evento del Giubileo del 1300, a cui il poeta aveva assistito, arrivando poi a fissarvi la data del suo viaggio oltremondano.»

E sarà poi Beatrice, «nello spazio del Paradiso terrestre, prima di iniziare il volo verso il Paradiso» a designare «la stessa città divina come Roma e il suo sovrano Cristo come romano»:

Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo è romano.

(Purg., XXXII 100-102)»

Non poteva infine mancare Firenze, «la patria di Dante, amata e vissuta, dolorosamente abbandonata, riprovata e maledetta per le colpe dei suoi cittadini, guardata da lontano nel lungo esilio, minacciata e desiderata senza remissione, sino alla fine.»

Nella Commedia l’amore del divin Poeta per la città natale si trasfigura, informando di sé tutto il poema. «Tutta immersa entro la civiltà fiorentina era stata del resto, fino all’esilio, l’esistenza di Dante: la sua poesia, l’impegno intellettuale, le amicizie e le occasioni festive, gli incontri con i più vari personaggi, la diretta partecipazione alle istituzioni cittadine.»

Ed è sempre a Firenze che si conclude il viaggio dantesco di Ferroni, laddove Dante esiliato bramava di tornare. «Lo sdegnato risentimento dell’esule non cancellerà la nostalgia, il senso del proprio essere fiorentino, il desiderio di un onorato ritorno in patria, di un esito pacificante del proprio destino di uomo e di poeta: fino al sublime avvio del canto XXV del Paradiso, dove si dispiega il sogno di un ritorno a Firenze per forza di poesia, con l’assunzione del cappello, la corona di poeta, nel luogo del proprio ingresso nel mondo, presso il fonte del proprio battesimo.»

In questo dettagliato resoconto di viaggio, Ferroni coglie ogni spunto per restituirci un ritratto mai banale del nostro Paese, con una guida d’eccezione; un testo dalla trama sapiente la cui lettura avvince scorrendo piacevole sino alla fine.

Giulio Ferroni, professore emerito della Sapienza di Roma, è autore del manuale Storia della letteratura italiana (1991 e 2012). Numerosi i suoi studi sulla letteratura del Cinquecento, tra cui Mutazione e riscontro nel teatro di Machiavelli (1972), Le voci dell’istrione. Pietro Aretino e la dissoluzione del teatro (1977), Il testo e la scena (1980), Machiavelli o dell’incertezza (2003), Ariosto (2008). Su questioni di teoria i volumi Il comico nelle teorie contemporanee (1974), Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura (1996 e 2010), I confini della critica (2005). Tra le sue più recenti pubblicazioni: Gli ultimi poeti. Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto (2013), La fedeltà della ragione (2014), La scuola impossibile (2015) e La solitudine del critico (2019).

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