“L’isola misteriosa” di Rosario Rito

L'isola misteriosa, Rosario Rito, poesiePenetra nel profondo la cortina dell’umanità, dei sentimenti reconditi e della sofferenza che si fa concreta compagna di vita L’isola misteriosa, la raccolta di poesie di Rosario Rito, autore anche di Educarsi alla disabilità.

«Ogni essere umano / è come una grande isola misteriosa» (L’isola misteriosa) che nasconde nel silenzio della propria solitudine la sua umanissima sofferenza. Una comune eredità che rende ogni uomo fratello, tutti «simili in quella grande ricerca d’amore». Di fronte alla quale occorre solo «sperare che ogni uomo / capisca che anche lui è diverso. / Un ineguagliabile che nella sua originalità / è simile a un qualunque altro sé stesso.» (Noi diversi)

Eppure, «anche se è un’isola» (Isola), l’Autore ama la sua vita. Una vita fatta di diversità, certo. Ma l’ineludibile e incessante domanda di senso, di significato passa proprio dal riconoscimento di tale diversità: «non amarmi / se prima non ami / la mia carrozzina invisibile / piena di perché» (Dolce amore mio), una carrozzina che accomuna ciascuno: «son sicuro che tutti e due / abbiamo una carrozzella. / La mia visibile / la tua invisibile.» (Grazie Sant’Irene)

L'isola misteriosa
  • Rito, Rosario (Autore)

Non serve piangere sul proprio passato, «perché adesso incomincia la tua vita» (Vita) il cui fulcro è tutto nella diuturna, inascoltata, invocazione d’amore: «Ho sempre detto “Amore mio” / ma mi sono sempre ritrovato solo col mio io.» (Ma che sarà)

D’altronde, «soffrire è vivere, / vivere è soffrire» (Sofferenza) e la solitudine «la migliore amica mia» (Cara solitudine). Perché «questa vita è troppo amara da dividere in due», una vita assurda, «in cui quattro mura della mia camera racchiudono tutto il mio mondo» (A mano a mano…), un’esistenza vuota e inautentica, in cui «ogni sera ti trovi nel tuo letto / amando solo te stesso» (La mia vita).

Contro quel «buonismo circostanziale» (Come un vecchio falò) fatto di parole vuote e ipocrite, che Rito dimostra di conoscere purtroppo bene, l’Autore si scaglia: «Quante parole si sprecano / sotto forma di caramelle» solo per «addolcire l’animo di chi soffre?» (Soltanto figura); Egli invoca una rivoluzione, contro quanti lo hanno «sempre ingannato / dicendomi che sono uguale / all’altro uomo che cammina», nei confronti dei quali rivendica con orgoglio la sua diversità, una diversità ontologica, essenziale: «noi siamo i diversi, / coloro che hanno bisogno delle vostre parole / per poter vivere / senza sperare in un domani migliore» (Rivoluzione). Eppure è proprio guardando a quel domani che trabocca la speranza: «A te, domani che verrai / perché di oggi non ne hai colpa» (Al domani)

Fino a raggiungere, sciogliendosi in preghiera, la certezza salvifica e liberatrice «che nulla dell’umano vivere è invano» (O mio Signore)

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