Uno dei più bei doni che noi possediamo è la vista che, nello stesso momento, può essere anche il più ambiguo o fuorviante riguardo alla realtà umana. Tramite il dono della vista, degli altri noi possiamo vedere solo la forma del loro corpo: il colore dei capelli, degli occhi o se alto a basso di statura. Oltre a questo, possiamo osservare come si veste, che scarpe porta e tanti altri infiniti particolari, oltre le peculiarità in loro innate. Possiamo anche vedere se, per muoversi da una parte all’altra, lo fanno con le proprie gambe o con l’ausilio di una carrozzina. Di altro non ci comunica niente. Per andare al di là dell’apparente, dobbiamo parlarci, rapportarci, confrontarci e questo ci conduce a comprendere che dietro a un’immagine, o meglio, dentro a quel corpo, si nasconde una fonte di spiritualità che attraverso il proprio sentire, provare, produce sensazioni ed emozioni. Oltre a questo, noi siamo soprattutto silenzio, riflessione, sensazioni che molte volte, attraverso il rapporto interpersonale, per innumerevoli motivi, non riusciamo trasmettere in modo efficace e non perché abbiamo paura che gli altri non ci capiscano o comprendano il nostro stato d’animo e con ciò, essere giudicati in modo errato. Lo potremmo chiamare o definire ‘Voce silente dell’animo umano’. Una voce silente che attraverso la scrittura diventa o si tramuta in comunicazione e occasione di riflessione per chi legge. Un contatto umano unico, che non ha barriere, anche perché quando noi acquistiamo un libro, sulla copertina c’è solo il titolo e il nome dell’autore. È nel momento in cui tu leggi e decidi di sapere o conoscere meglio chi è quell’autore che i pregiudizi e i muri invisibili di cemento armato, si sciolgono come neve al sole. La scrittura in versi è l’unico strumento che mette in confronto i silenzi degli altri con i nostri pensieri. È un silenzio che ti graffia l’anima e fa battere il cuore. La scrittura è l’unica via, percorso, che non ha barriere, ostacoli, poiché, al posto dei pregiudizi, vi è il messaggio e la comunicazione. Dunque, non è la disabilità o la normalità nei movimenti di un corpo che comunicano, ma due anime silenti che s’incontrano e si confrontano con un sé il cui sentire o provare non è mai troppo dissimile da chiunque altro.Un tema a Lei caro è quello della lotta al pietismo, al «buonismo circostanziale»: quali ferite provoca in chi ne è oggetto?
Questo ci riallaccia all’intervista precedente o a quanto dicevo poc’anzi. Guardate e cercate di comprendere che nessun disabile soffre perché è disabile, ma poiché umano, persona con momenti positivi e negativi come tutte. Finiamola con queste cretinate. Io vorrei sapere come si possa pretendere che io accetti la mia realtà o disabilità, come la chiamate voi, quando non sono libero di uscire da solo o, se esco con un amico, ne devo dipendere; non avere una ragazza o compagna perché i tuoi rompono o meglio, credono di non poterla fare felice, quando ce ne sono molti peggiori di me con figli. Accettare il volere degli altri, se no rimani solo e molte altre cose. D’accordo, succede a tutti, ma una cosa è potersene andare e un’altra non potersi difendere. In tutto questo, la cosa, o il dramma peggiore, è che vengono i buoni samaritani a farci lo morale. O meglio: se succede qualcosa a voi, Dio ce ne liberi e scansi; succede a noi, e ci date o giudicate come degli incurabili e incorreggibili egocentrici, egoisti, incapaci di ragionare e via dicendo. In certi momenti, pur se può sembrare una bestemmia nei miei confronti e della vita per i doni chi mi ha dato, avrei preferito essere handicappato mentale. Sicuramente per molti, sarei stato più utile. La ragione sta sempre di chi crede di non aver bisogno di te e la cosa incredibile, sapete qual è? Che quando ricambi con la stessa moneta, ti abbandonano senza darti neanche una spiegazione. È meglio un “Va…” che “Tesorino mio, Rosario mio, Fratello mio…” E girate le spalle, ti ci mandano. Io ne ho passate tante, soprattutto nel mondo del volontariato. Noi, come non siamo dei santi e ci assumiamo le nostre responsabilità civili, siamo anche orgogliosi e onorati di chiedere scusa e perdono. Per noi è un onore poterlo fare, dopo che ci mettono con le spalle al muro, ma purtroppo per molta gente, soprattutto per chi frequenta la Chiesa, è più facile spingere una carrozzella che imparare a camminare insieme. Aspetto reazioni su quanto detto, ma, come immagino, non ne arriveranno, perché siamo da compatire nel momento che non serviamo più. Se taci, ti amano tutti. Ma è normale. Anzi, sotto quest’aspetto, non c’entra niente essere o non essere disabile. Fa parte della natura umana. Per molta gente è meglio compatire che chiarire, ma come si sa, e facciamo finta di non capirlo per non assumerci le nostre responsabilità, siamo tutti sulla stessa barca a vela la cui direzione, la decide solo il vento.
La sofferenza e la solitudine accompagnano la vita del disabile: c’è posto per la speranza nella Sua vita?
Preferisco non rispondere a questa domanda. Vivo giorno per giorno con tanta solitudine. Non chiedetemi d’approfondire. Basta leggere la precedente risposta per chi sa leggere tra le righe.
Spesso le persone disabili sono ridotte alla loro disabilità, svuotando una personalità altrimenti unica: che ruolo svolge l’espressione artistica nella Sua vita?
Ho sempre scritto con l’intento di comunicare qualcosa: un mio pensiero, una mia opinione o considerazione e questo mi ha condotto a capire che la scrittura, tutto può essere o rappresentare, ma non è un’arte. Gli artisti sono i pittori, i giocolieri, clown e tutti quelli che fanno spettacolo. Io credo che chi scriva, lo faccia per comunicare dei pensieri, delle sensazioni e interpretazioni del proprio e dell’altrui pensiero. Sì, certo, ha le sue regole, ma è sempre un qualcosa di personale, emotivo. Non è mai qualcosa di razionale. Per me, la scrittura è tutto. Mi aiuta, prima di comunicare con gli atri, a riflettere su me stesso, i miei pensieri, le mie sensazioni. Come dicevo poco fa, una frase, una poesia o un qualsiasi libro, sono l’incontro di due silenzi: quello che lo scrive e quello che lo legge. Due silenzi che attraverso la scrittura per l’uno e la riflessione per l’altro, si completano a vicenda. Chi scrive, non è mai da solo e chi legge, attraverso lo sguardo, cerca e sente la voce di chi scrive. Ecco perché la scrittura per me non è un’arte, ma qualcosa di molto serio e profondamente rischioso. Serio, perché, giustamente bisogna imparare la grammatica e molte altre regole basilari; pericoloso, poiché se non sai o trovi il modo giusto del comunicare, rischi di danneggiare te stesso e far capire l’opposto agli altri. Lo confesso. Molte volte ho paura di fare del male a me stesso, anche perché, come diceva Nietzsche, “Non esistono assolute verità, ma solo interpretazioni”. Vale per me e per chi desidera leggere i miei pensieri o interpretazioni del vivere, esattamente come dice Nietzsche.




