Professor Bertinetti, Lei è autore del libro L’isola delle donne edito da Bompiani: come è perché ha scelto le nove protagoniste?
L'isola delle donne Roberto BertinettiNel volume racconto la storia e, soprattutto, la fortissima personalità e determinazione di nove donne che, nel corso dei secoli, hanno rivoluzionato la vita politica, culturale e sociale della Gran Bretagna. A partire da Elisabetta I, che nel corso del Cinquecento si oppose vittoriosamente alla Spagna permettendo al suo paese di guadagnare la supremazia sui mari all’origine, in seguito, delle conquiste imperiali. La regina Vittoria, durante l’Ottocento, ha dato solidità a una monarchia screditata agli occhi dell’opinione pubblica. Credo sia utile svelare lati insospettabili del suo carattere in precedenza a lungo ignorati dagli storici. Jane Austen, Virginia Woolf e Agatha Christie hanno contribuito in misura determinante a sottrarre la penna dalla mano degli uomini e a dettare le regole del romanzo moderno. La politica della parte finale del Novecento è stata segnata in maniera profonda da Margaret Thatcher, spetta a Mary Quant e a Vivienne Westwood il merito di aver cambiato per sempre il mondo della moda. In una terra maschilista come il Regno Unito i mutamenti epocali sono avvenuti per mano femminile. È un’isola delle donne dalla quale altri paesi hanno tratto esempio.

Perché definisce Elisabetta I Tudor la “sposa del popolo”?
La regina Elisabetta ben presto, probabilmente addirittura prima di salire al trono e non senza soffrirne, decise che si sarebbe dedicata a un’unica missione: rendere grande l’Inghilterra, garantirle un ruolo di primissimo piano in un’Europa frantumata da rivalità religiose, resa feroce a causa di smodate ambizioni di sovrani. Aveva scelto per sé un ruolo che non smise mai di interpretare, quello della vergine dedita solo a garantire benessere al suo popolo e non felicità al suo sposo. Mantenendo un mistero impenetrabile agli occhi di chiunque su chi venne eventualmente ammesso a condividerne il letto, magari per un brevissimo periodo e senza far trapelare nulla, ben consapevole di essere circondata da dame pettegole e pericolose spie.

La letteratura inglese si è arricchita dell’opera delle tre scrittrici che popolano il Suo libro, Jane Austen, Virginia Woolf e Agatha Christie: qual è la loro importanza?
Con Jane Austen, all’inizio dell’Ottocento, le donne prendono in mano per la prima volta la penna, raccontando il punto di vista femminile sull’amore e sui rapporti sociali nel Regno Unito. Si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale il cui merito spetta a una signorina di provincia dotata di naturale genio, assai poco amante della ribalta, che ha rappresentato in seguito un modello per moltissime autrici pronte a farsi carico della sua eredità intellettuale. Sotto questo profilo Virginia Woolf prosegue un secolo più tardi la battaglia di Jane Austen, una battaglia culturale prima ancora che politica. Inoltre mette a punto con straordinaria genialità una nuova strategia narrativa in grado di far riprodurre in un romanzo quanto accade nella mente degli individui. Diventando così un punto di riferimento non eludibile per chi, nell’Inghilterra degli anni Venti e Trenta, desiderava liberarsi dai modelli di matrice vittoriana. Troppi l’hanno ritratta lasciandosi condizionare dal suo suicidio. In realtà Virginia Woolf aveva un carattere solare, era orgogliosa della bellezza ereditata dalla madre e fu sempre allegramente anticonvenzionale. Quanto ad Agatha Christie, la sua qualità migliore è probabilmente la capacità di cogliere nel dialogo e nella presentazione dei luoghi e delle azioni il quotidiano, il familiare, nel riprodurre sulla pagina il ritmo dell’esperienza comune. Grazie a queste caratteristiche si è imposta in tutto il mondo, le sue storie hanno sino ad oggi venduto due miliardi di copie e continuano ad essere ristampate ovunque.

Vittoria ha legato il suo nome ad un’intera epoca. Per quali motivi?
Vittoria è rimasta sul trono per oltre sessant’anni, solo gli inglesi più anziani all’inizio del Novecento avevano memoria dell’epoca in cui era stato sul trono un altro sovrano. Per tutti i britannici del XIX secolo Vittoria è un elemento fondamentale della loro vita quotidiana, rappresenta la stabilità della nazione. Aveva ragione l’autore di editoriale apparso sul Times il giorno successivo al decesso nel gennaio 1901: “La monarchia si è mantenuta salda nel nostro Paese grazie alla totale abnegazione della regina e alla sua indefettibile rettitudine”. L’istituzione ha poi perso progressivamente potere, passato nelle mani degli esecutivi. Ma è grazie a Vittoria se la Corona ha acquisito un inattaccabile prestigio e una granitica autorevolezza di cui hanno beneficiato in seguito i successori.

Si può affermare che Mary Quant ha contribuito all’emancipazione femminile?
Senza dubbio è corretto sostenere questa ipotesi. Innanzitutto perché, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, nel negozio che apre a Londra non ci sono più barriere di classe: a frugare tra gli scaffali sono per la prima volta fianco a fianco duchesse e dattilografe, complici entusiaste della loro coetanea che rivoluzionava le regole della moda. Mettendo così al riparo le clienti con un basso reddito dal rischio di doversi continuare a vestire in maniera identica alle nonne e alle madri. Il visibilissimo segnale che il ritorno al passato è impossibile, che è davvero iniziata una nuova epoca, si chiama miniskirt. Minigonna, appunto. Mini perché corta, certo. Non solo: il nome deriva dall’auto preferita da Mary: la Mini Morris.  La miniskirt non ha un anno di nascita definibile con nettezza. Perché Quant si limita a sottrarre di tanto in tanto qualche centimetro alla lunghezza delle gonne. Sino a quando, all’inizio dei Sessanta, si scopre finalmente il ginocchio. “Vergognoso, immorale”, tuonano i giornali della destra conservatrice. Mary non replica. O meglio, lo fa nella maniera a lei abituale: elimina altri centimetri. Tanti. Arrivando a dieci centimetri sopra il ginocchio. Una rivoluzione. Non solo estetica. La minigonna diventa subito, tra il 1962 e il 1964, il simbolo del mondo cambiato in maniera irreversibile. Ricorda le stessa in un’autobiografia: “La mini fu la sorpresa definitiva. Era come esclamare, ‘Wow!’. Guardatemi. Ammiratemi. Sdraiatevi ai mei piedi. Sono una donna. La vita è meravigliosa. La mia donna doveva essere come me: libera, allegra, esuberante, ottimista. La minigonna e la pillola ci hanno dato una libertà prima sconosciuta. Qualcuno ha definito la minigonna un ‘youthquake’, un terremoto giovanile”. Era un capo totalmente, assolutamente femminile. Ha segnato l’inizio del movimento di liberazione della donna, del suo balzo verso il futuro.

Ricorre in questi giorni il ventennale della scomparsa di Diana Spencer. Come ha segnato il Regno Unito questa discussa figura femminile?
Nell’affetto degli inglesi per la figura di Diana, inalterato dalla sua tragica morte, ha un peso determinante il ruolo da lei avuto nello scardinare le regole un po’ polverose e decisamente antiquate di casa Windsor. Diana viene ancora giudicata una “sovrana della bontà”, sempre disponibile in ogni circostanza a incontrare chi ha bisogno delle sue parole di conforto, con un atteggiamento quasi umile e, almeno in apparenza, assai poco regale. È un atteggiamento molto diverso da quello rigido di Charles e di altri membri della famiglia reale, poco inclini a mettersi sul medesimo piano dei sudditi, a comprenderne le speranze e le paure. All’estero la monarchia britannica è osservata con rispetto ma viene a volte ritenuta un’istituzione obsoleta. Diana, in larga parte dell’Europa e degli Stati Uniti, è amata perché giudicata una donna moderna, certamente non priva di difetti, che è stata capace di dar volto e voce a un’aristocrazia vicina alla gente comune, che si spende generosamente per cause umanitarie di fondamentale importanza. Probabilmente per questo i suoi errori sul piano personale sono stati dimenticati in fretta e resta vivissimo il ricordo delle battaglie combattute durante la parte finale della vita in favore dei malati di Aids, contro l’uso delle mine antiuomo o in favore dei poveri in Africa e in Asia a fianco di madre Teresa di Calcutta. È stata Diana a lanciare e istituzionalizzare la figura della celebrità planetaria impegnata in nobili cause oggi rappresentata da star della musica o del cinema.

Vivienne Westwood è ancora molto attiva. Che cosa ha rappresentato e rappresenta?
Le sue aziende producono milioni di sterline di profitti ogni anno, ha un patrimonio di duecentocinquanta milioni di sterline, occupa da tempo la vetta nella graduatoria delle stiliste meglio retribuite al mondo. Predicare la rivoluzione, insomma, paga. Garantisce ottimi utili aziendali e un formidabile ritorno d’immagine. A patto di avere l’insolenza mescolata al genio di chi, come Vivienne Westwood, ha saputo riprodurre sulla stoffa degli abiti un’anarchica rabbia contro le regole del mondo. Oltre alla ferrea alla feroce determinazione di guadagnarsi la ribalta che, ancora adolescente, la caratterizza grazie a una precisa strategia: se ti vesti in maniera da far colpo vivrai molto meglio. È un’idea che permette alla ragazza nata nell’aprile 1941 a Glossop, nel Derbyshire, di non farsi inghiottire dal grigiore della provincia e la sostiene sempre nella corsa verso il successo planetario.