Professor Vegetti, la Sua ultima fatica, pubblicata per i tipi di Einaudi, si intitola L’invenzione del globo. Spazio, potere, comunicazione nell’epoca dell’aria: lo spazio è l’ultima frontiera umana?

L'invenzione del globo. Spazio, potere, comunicazione nell'epoca dell'aria Matteo VegettiLo spazio è l’ultima frontiera per definizione, perché è l’immagine stessa dell’illimitato, dell’infinitamente aperto. Noi possiamo in realtà pensare solo ciò che ha un limite. Ma quando pensiamo il limite, diceva Hegel, l’abbiamo già varcato. In questo senso lo spazio è ovunque vi sia pensiero. Tuttavia, per restare a ciò cui mi pare la domanda alluda (lo spazio celeste) occorre fare delle precisazioni. A mio giudizio il rinnovato interesse per le conquiste e le esplorazioni spaziali non è in continuità col passato. All’epoca della colonizzazione della luna, in piena guerra fredda, c’erano imponenti spinte ideologiche a giustificare gli enormi investimenti necessari per completare l’impresa, che tra l’altro aveva pure un significato simbolico irripetibile.
Oggi l’interesse per Marte, o addirittura per un secondo sbarco sulla luna, si comprendono meno. Certo esistono realtà economiche (come la Bigelow Aerospace, pronta a finanziare con 12 miliardi di dollari il programma di colonizzazione della luna) convinte che il suolo lunare nasconda materiali preziosi:  idrogeno, terre rare per la componentistica di dispositivi elettronici come i telefoni cellulari, platino, titanio, uranio. Quest’ipotesi cambierebbe di molto le cose, perché potrebbe segnare l’avvio, lento e faticoso, per una nuova epoca, per certi versi affine a quella vissuta dall’Europa dopo l’invenzione della Caravella, le navigazioni oceaniche a la scoperta dell’America. Ma per quanto affascinante possa essere, mi pare un’ipotesi poco attendibile. E ancora meno attendibile se pensiamo alla gara internazionale, già da tempo iniziata, per chi sbarcherà per primo su Marte. Proporrei allora un’altra ipotesi: lo spazio generato dalla frontiera (lo spazio aperto, libero, contendibile, conquistabile o illimitatamente esplorabile)  ha sempre avuto una funzione politicamente essenziale, perché ha consentito all’umanità di spostare all’esterno le tensioni e i conflitti che la dividevano all’interno, minacciando di sfociare nella guerra. Il caso più emblematico in tal senso è proprio quello della guerra fredda. L’interesse per le frontiere dello cosmo porta allora indirettamente con sé anche la misura delle tensioni che attraversano la terra. Solo che oggi le tensioni sono più complesse di un tempo e di diversa natura. Non riguardano infatti tanto questioni ideologiche o di mera competizione tra potenze, ma la pressione, persino l’inquietudine, di motivazioni economiche, ecologiche e demografiche che mettono in gioco l’esistenza del nostro pianeta.
In un certo senso lo spazio mi sembra meno la misura della nostra volontà di potenza, che la misura della nostra paura e dell’inconfessato ma profondo desiderio di un “altrove”. Probabilmente i due aspetti si compenetrano e si confondono. Comunque il cielo è una risorsa immaginaria insostituibili quando il tempo e lo spazio sulla terra diventano troppo limitati e compressi.

In che modo l’uomo si è appropriato dello spazio?

L’appropriazione dello spazio muta a seconda della natura dello spazio e dei mezzi che la rendono possibile. Per intenderci, non ci si appropria del mare così come ci si appropria della terra, e non ci appropria del cielo così come ci si appropria del mare. Ogni spazio ha le sue peculiarità. E per conquistarlo non basta affatto la forza. Occorre invece saperlo interpretare e manipolare attraverso tecnologie sottili, come il diritto, la geo-strategia, la geo-economia. Occorre un apparato politico-burocratico specifico e specifici sistemi di comunicazione, trascrizione, accumulazione. Le pratiche di appropriazione possono anche semplicemente traslare a nuovi spazi tecniche e apparati che hanno avuto successo altrove o in passato, ma quasi mai questo funziona. La presa dello spazio implica sempre una sfida adattativa che minaccia persino la struttura sociale e politica della potenza che l’ha intrapresa. Raramente però il potere politico ne è consapevole. Basti pensare al clamoroso errore storico commesso dall’America George W. Bush, di cui ancora paghiamo, a caro prezzo, le conseguenze. Bush e la sua Amministrazione erano rimasti fermi alle pratiche di conquista e occupazione novecentesche. Ma quel “Nomos della terra” era finito in realtà da almeno mezzo secolo, e la natura dello spazio era ormai interamente mutata.

Quali conseguenze politiche, sociali e antropologiche è destinata a produrre la nuova spazialità aerea?

La nuova spazialità aerea ha due fisionomie separate, anche se in parte si sono storicamente intrecciate, e magari hanno pure avuto una radice comune. Da una parte ci sono i mezzi trasporto (gli aerei in primo luogo), dall’altra i mezzi della comunicazione (dalla radio a internet). Entrambi hanno fatto enormi progressi dalla loro nascita. In modi diversi hanno offerto alla globalizzazione che conosciamo il suo supporto materiale. Su questo supporto è sorto un tipo di spazio in virtù della quale ci siamo abbondantemente lasciati alle spalle l’epoca della prima globalizzazione, quella venuta dal mare e basata su equilibri inter-nazionali. A quel tempo il mondo globale si sovrapponeva sostanzialmente allo spazio degli interessi nazionali, oppure si giocava tra interessi nazionali diversi. Nella fase aerea della globalizzazione, invece, il globale ha generato molte forme di de-nazionalizzazione (economica e non solo) che però operano dentro il sistema statuale, sfruttandone le potenzialità organizzative. Nell’epoca eroica della conquista dell’aria, o meglio nei suoi più epici momenti (dal volo di Blériot sopra la Manica all’avvento di internet) non sono mancate le utopie che prevedevano l’imminente genesi di uno spazio liscio e democratico, del cosmopolitismo più spinto o di uno Stato mondiale della terra: una sorta di organo di autogoverno dell’umanità. In realtà l’aria ha generato un’inedita imbricazione spazio-elementare che ha reso lo spazio più complesso che mai, enormemente stratificato e difficilmente compartimentabile.

Il nuovo ordine globale ridefinisce integralmente il concetto di stato quale elemento fondativo della modernità.
Lo Stato vive oggi il paradosso di essere più indispensabile che mai. Certo, di fronte alle sfide autenticamente globali (dalle crisi economiche ai flussi migratori, fino al terrorismo) l’apparato statale mostra tutta la sua impotenza, la sua “tellurica arretratezza”, direi. Ma di quali alternative disponiamo?. La risposta più ovvia e ragionevole -almeno per quanto ci riguarda- si rivolge all’Europa. Ma l’Europa è un’entità politica fragile, spazialmente indefinita, e per di più a carattere burocratico, fortemente centralizzato. Insomma, è uno strumento del tutto inadeguato alle sfide della globalizzazione contemporanea. Ormai lo dicono tutti: “ripensare l’Europa” è uno slogan ricorrente a destra e a sinistra, lo ripetono gli europeisti e persino gli antieuropeisti. Ma per lo più la politica non ha per nulla l’idea di cosa questo significhi, di cosa comporti pensare l’Europa. Non lo avverte per ciò che è, vale a dire un compito immane, per il quale non disponiamo neppure delle più basilari categorie. Non è insomma affatto garantito che si riesca a “ripensare” l’Europa.
In ogni caso non credo esista neppure qualcosa come un ordine globale. Per ora si riconosce solo un equilibrio basato su insieme di entità politico-giuridiche che in parte hanno perso la loro funzione, ma che continuano ad avere una valenza strutturale, tettonica, per così dire (come appunto lo Stato). Mentre altre si sono mi pare del tutto esaurite (come l’ONU) o sono in via esaurimento (come la NATO). Comunque un qualche equilibrio si forma sempre nello spazio, perché il potere lo riempie come un fluido, e ciò che crolla fa spazio ad altro. Il concetto di ordine è invece più ambizioso: implica la capacità di governare i fenomeni secondo certi schemi e certi principi politici. Il problema che sollevo alla fine del libro non è però tanto rivolto alla necessità di una qualche forma d’ordine internazionale (magari è persino meglio se non c’è o se è debole). Ciò che mi chiedo è piuttosto se il metro sul quale valutiamo l’ordine e il disordine non sia esso stesso (anzi: lui per primo) superato. Oppure se quello che a noi appare come disordine non sia magari l’ordine di qualcun’altro.