L'intervista letteraria. Storia e teoria di un genere trascurato, Federico FastelliProf. Federico Fastelli, Lei è autore del libro L’intervista letteraria. Storia e teoria di un genere trascurato edito da Carocci. Tra letteratura e giornalismo, quale statuto per l’intervista letteraria?
L’espressione “intervista letteraria” è in realtà assai problematica: potremmo riassumere l’intera faccenda nell’idea che un’intervista è letteraria quando presenta un autore letterario che tratta di letteratura o di qualcos’altro, per esempio di sé stesso o della propria opera, ma anche di attualità, di politica, di gossip. Chiaramente, guardando la cosa da più vicino, si noterà che ciò sottintende due classi di oggetti differenti a seconda della posizione e della funzione svolte dall’autore. Da una parte, possiamo definire letteraria un’intervista scritta nella quale la fase di trascrizione sia sovrintesa da uno scrittore, come avviene nel caso eccezionale in cui questi vesta i panni dell’intervistatore, oppure, più frequentemente, quando uno scrittore intervistato è chiamato dall’intervistatore ad intervenire nella fase di editing, come in modo paradigmatico è richiesto dalla nota rubrica The Art of Fiction della rivista «Paris Review». La letterarietà risulta dal fatto che lo scrittore partecipa al momento della produzione di un certo testo, per cui l’intervista può essere considerata un vero e proprio genere letterario. Da un’altra parte, e secondo un’accezione contemporaneamente più inclusiva, ma molto scivolosa, un’intervista può essere considerata letteraria semplicemente perché il soggetto interrogato è uno scrittore. Possiamo pensare, in questo caso, l’intervista letteraria come una sottocategoria dell’intervista personale, focalizzata cioè su una grande personalità. Ma possiamo anche considerare l’intervista letteraria come un’intervista tematica centrata sulla letteratura. Fare chiarezza su questo punto è quanto mai problematico. In ambito francese di tende a distinguere le interviste in cui il contenuto del dialogo è letterario (entretien o interview littéraire), da quelle in cui lo scrittore è chiamato ad esprimersi su questioni differenti da quelle specifiche del proprio mestiere (entretien o interview d’auteur). La letterarietà, in entrambi i casi, dipende dal fatto che il fruitore attribuisce la responsabilità dell’emissione di un certo messaggio allo scrittore, benché questi, in realtà, non la possegga. Ciò succede in ragione del particolarissimo statuto del genere, cui si demanda, in astratto e secondo un orizzonte d’attesa particolarmente ingenuo, di riportare con esattezza la parola dell’autore, anche quando non sia lui a scriverla o a controllarne la versione definitiva. Nel caso dell’intervista scritta, tutto il virgolettato attribuibile ad un determinato scrittore è accettato come testo d’autore. Allo stesso modo, nel caso dell’intervista audiovisiva, lo sono le parole emesse dalla sua voce. Ma ciò tende a mettere in secondo piano l’azione determinante che trasforma l’intervista-evento, cioè il momento reale in cui un giornalista, un critico o un mediatore culturale qualsiasi pone effettivamente una serie di domande a uno scrittore, in un’intervista-prodotto, ovverosia l’oggetto scritto o audiovisivo che rappresenta finzionalmente quel momento. Questo modo di intendere l’intervista è un tentativo astuto di bypassare un aspetto paradossale e controverso che caratterizza il genere, e cioè il fatto che, in poche parole, si chiede a chi scrive di professione di esprimersi senza scrivere, in genere su qualcosa di scritto.

Quando e come nasce il genere dell’intervista letteraria?
L’intervista come pratica giornalistica nasce negli Stati Uniti intorno agli anni Trenta dell’Ottocento ed è legata alla rivoluzione della comunicazione avviata dalla cosiddetta Penny Press: nasce allora l’idea stessa di news come l’intendiamo oggi. I progressi tecnologici nella stampa e l’aumento degli annunci pubblicitari e delle inserzioni liberano gli editori dall’affiliazione diretta ad una azienda o ad un partito politico. I direttori editoriali acquisiscono un’indipendenza fino a quel momento sconosciuta. Dai bollettini di commercio e dai periodici di partito, destinati alle èlite politiche e commerciali, si passa alle prime forme di stampa popolare di massa. L’avvento di un pubblico ampio modifica le modalità di acquisto dei giornali: le sottoscrizioni per abbonamento vengono sostituite dalla vendita in strada, grazie al lavoro dei caratteristici paperboys. Il costo della copia di un quotidiano cala drasticamente rispetto ai tradizionali 6-8 penny. Il 3 settembre 1833 nasce il primo giornale venduto ad un solo penny, il «New York Sun». In questo contesto le notizie sostituiscono quasi integralmente gli interventi editoriali; i fatti, apparentemente, trionfano sulle opinioni. Viene istituita l’idea moderna di obiettività giornalistica. Ai grandi eventi della politica e dell’economia si affiancano storie locali, narrazioni di accadimenti di interesse comune. Per perseguire la verità, il giornalista deve, come gli altri soggetti inquirenti, andare sul campo e interrogare i testimoni. Fare domande diventa la pratica essenziale di un nuovo modo di concepire e praticare il giornalismo che gli americani chiamano reporting. In questo contesto il direttore del «New York Herald» Gordon Bennett utilizza per la prima volta la forma dell’intervista come strumento di indagine nell’ambito di una tremenda vicenda di cronaca nera (1836). La scelta di Bennett di riportare il dialogo nella forma domanda-risposta allude naturalmente alla testimonianza in tribunale, e rende perciò l’intervista qualcosa di probatorio nell’ambito dell’inchiesta. Poco più tardi Horace Greeley, fondatore del «Tribune», intervista Brigham Young, leader della comunità mormone di Salt Lake City e convinto sostenitore della poligamia. L’intervista viene promossa da strumento di indagine a notizia vera e propria, importante nella misura in cui fa parlare di sé (e fa vendere copie al giornale che la pubblica).

Difficile dire quale sia stata la prima intervista letteraria. L’interesse del giornalismo per la vita e l’opera degli scrittori viene da lontano. La pratica di incontrare i grandi autori e dialogare con loro ha una tradizione che precede l’istituzionalizzazione del genere. In ogni caso, già negli anni quaranta dell’Ottocento, i giornali propongono ritratti e bozzetti di grandi scrittori, basati su incontri vis-à-vis, che possono essere considerati alla stregua di vere e proprie proto-interviste. Quando, per esempio, Charles Dickens compie il suo primo viaggio negli Stati Uniti (1842), sulle colonne dei quotidiani statunitensi si moltiplicano ritratti e istantanee concentrati essenzialmente sul suo aspetto fisico. È con i grandi mutamenti del rapporto tra la sfera pubblica e quella privata dei cittadini, nel corso della seconda metà del secolo, che la pratica dell’intervista allo scrittore di fama diventa un genere giornalistico vero e proprio. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Francia e in Inghilterra, gli scrittori iniziano ad essere interrogati sui più disparati fatti del giorno. Autori molto celebri, come Zola, vengono spesso chiamati ad esprimere la propria opinione su eventi di cronaca e di costume. Altri, la cui biografia attira la curiosità di un pubblico sempre più interessato all’indiscrezione, vengono seguiti in maniera morbosa. Nei dieci mesi passati negli Stati Uniti, nel corso del 1882, Oscar Wilde rilascia oltre novanta interviste. I reporter che lo avvicinano cercano tracce di un supposto decadentismo byroniano nel suo aspetto fisico e nel suo modo di vestirsi. In generale, le prime interviste agli scrittori non riguardano lo specifico ambito letterario. Occorre attendere gli anni venti del Novecento ed esperienze come quella della rubrica Une Heure Avec di Frédéric Lefèvre per avere interviste integralmente focalizzate sulla letteratura.

Quali elementi la caratterizzano?
L’intervista è un genere moderno, la cui diffusione avviene in una fase molto precisa della storia letteraria, la stessa grossomodo nella quale si afferma il romanzo borghese moderno. Inoltre è un genere intermediale, dal momento che le sue caratteristiche fondamentali non vengono alterate da un cambio di medium. Il genere intervista si fonda sull’atto linguistico di porre domande per rendere pubbliche le risposte. Deve essere perciò distinto da qualsiasi genere origini da atti linguistici differenti (per esempio dal dialogo) e da qualsiasi scrittura privata. Ovviamente, l’intervista è caratterizzata da uno scambio dialogico, ma in esso una delle due persone coinvolte tenta, con tattiche e temperamento diversi, di condurre il discorso, al fine di ottenere informazioni su un certo numero di questioni. Fa quindi eccezione rispetto alla più nota casistica delle forme espressive co-autoriali di ambito letterario, dal momento che il rapporto tra i due interlocutori appare profondamente sbilanciato: se, di norma, l’intervistato è il protagonista dell’intervista, poiché sono le sue risposte che ci interessano, è pur vero che l’intervistatore risulta colui che promuove e cura il lavoro; spetta a lui porre le domande e scegliere le risposte. In Francia, proprio per questa ragione, alcuni studiosi distinguono l’entretien, cioè l’incontro simmetrico, dall’interview, ovverosia l’incontro asimmetrico. Nella lingua inglese, sebbene qualcuno proponga di separare la conversation dall’interview, la differenza appare assai meno sfumata. Le questioni sollevate da un’intervista devono avere una qualche rilevanza per il pubblico cui lo scambio dialogico è indirizzato. Ciò definisce la funzione dell’intervistato. Lo scrittore può essere quindi considerato come esperto di uno specifico argomento – la letteratura, in genere, ma talvolta anche l’attualità, il costume, la politica; oppure come un testimone privilegiato di un evento; o, ancora, come parte in causa in una certa situazione. Più spesso succede che lo scrittore intervistato ci interessi di per sé, per cui l’intervista verterà sulla sua personalità, sulla sua vita o sulla sua opera.

Quali funzioni ricopre nel sistema letterario il genere dell’intervista?
L’intervista riveste una notevole rilevanza negli studi letterari. Quando il suo soggetto è espressamente letterario, costituisce in primo luogo un momento privilegiato di auto-esegesi: lo scrittore riflette sulla propria opera e in qualche modo ne legittima una o diverse interpretazioni. Come dispositivo formale volto ad offrire risposte plausibili all’incessante interrogazione di senso di cui consiste il campo letterario, si avvicina quindi all’esercizio critico, poiché discute direttamente o indirettamente le scelte compiute e i meccanismi che le hanno prodotte, le idee che le hanno guidate, i modelli che le ispirano. Ma anche come repertorio documentario, l’intervista lascia emergere, palesi o alluse che siano, le influenze, i debiti e le antipatie dello scrittore intervistato, delineando nei fatti, anche se implicitamente, lo scheletro di una poetica e chiarendo sul terreno storico-critico aspetti talvolta sommersi della civiltà letteraria Otto e Novecentesca. Persino nel caso in cui l’argomento dell’intervista è decentrato rispetto agli specifici interessi del mestiere dello scrittore, lo studioso di letteratura ne può trarre beneficio. Intanto, conoscere l’opinione di uno scrittore su questioni d’attualità, di politica o di costume permette di ricostruirne il pensiero e quindi di inscrivere in un quadro più solido le ragioni profonde della sua opera. Ma soprattutto, è evidente che, qualunque sia l’argomento specifico che affronta, l’intervista diviene per lo scrittore uno spazio privilegiato di rappresentazione del sé, che rivitalizza la tradizione delle cosiddette scritture dell’io. In questo senso si può pensare all’intervista come a una rappresentazione rituale, una performance pubblica, nella quale lo scrittore si esibisce secondo un preciso cerimoniale. Ciò inscrive il testo di un’intervista letteraria entro un’intrinseca e irrisolvibile dualità: per un verso è percepita come opera di uno scrittore, il quale, pure in maniera indiretta, espone e ricostruisce così pubblicamente la propria biografia o le proprie ragioni estetiche e poetiche. Per un altro, funziona da commento della sua stessa opera, intervenendo allora come ipotesi autoesegetica e di critica letteraria.

Quali sono i maggiori esempi di intervista letteraria?
Nella contemporaneità vi sono almeno due macro-forme, modelli potremmo dire, di intervista intesa come genere letterario: da una parte l’intervista-ritratto alla maniera del «New Yorker», o di riviste come «Rolling Stone» e «Playboy», oppure di giornalisti-scrittori che riprendono i modi personali e idiosincratici della corrente del New Journalism. L’autorialità, in questo caso, è tutta dell’intervistatore: se l’intervista-ritratto vale di norma come opera letteraria di chi la produce, nel caso in cui l’intervistato fosse uno scrittore, essa somiglierà a un saggio critico, o comunque potrà essere utilizzata nello stesso modo. Dall’altra parte vi è l’intervista della «Paris Review», che mantiene una prospettiva oggettiva, una struttura tradizionale di domande e risposte, ma che si pone ad un tempo come una riflessione mediata di uno scrittore rispetto alla propria opera e come opera letteraria in sé, indipendentemente da chi sia in realtà il mediatore. I sei volumi antologici della «Paris Review», pubblicati anche in lingua italiana dall’editore Fandango, sono quanto di più stupefacente e affascinante si possa leggere, e ciò dovrebbe valere tanto per gli scrittori che per i critici letterari che, infine, per quei lettori che conservano testardamente accesa una qualche passione per la letteratura. Un discorso a parte andrebbe poi riservato alla tradizione dell’inchiesta letteraria fondata su interviste o questionari. All’origine di questa che potremmo definire come terza macro-forma o modello di intervista troviamo infatti l’opera rivoluzionaria e seminale di Jules Huret, che, nella Francia di fine Ottocento, propone un panorama dei più rilevanti scrittori contemporanei, distinguendoli per poetica e per indole, proprio attraverso una serie di sessantaquattro interviste. L’esempio di Huret sarà imitato qualche anno più tardi dal nostro Ugo Ojetti, con esiti decisamente originali.

Federico Fastelli insegna Letterature comparate all’Università di Firenze. Tra le sue pubblicazioni: Dall’avanguardia all’eresia. L’opera poetica di Elio Pagliarani (Firenze 2011), Il Nuovo Romanzo. La narrativa d’avanguardia nella prima fase della postmodernità (1953-1973) (Firenze 2013), Epica dell’Ottobre. John Reed, la rivoluzione e il mito dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo (Bologna 2018).

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