“L’insegnamento del diritto a Bologna nell’età di Dante” di Andrea Padovani

Prof. Andrea Padovani, Lei è autore del libro L’insegnamento del diritto a Bologna nell’età di Dante edito dal Mulino: quale rilevanza assunse la scuola dei postaccursiani e poi dei commentatori bolognesi per la storia del diritto medievale?
L'insegnamento del diritto a Bologna nell'età di Dante, Andrea PadovaniPrima di rispondere a questa domanda, debbo premettere un dato cronologico. Nell’anno di nascita di Dante, il 1265, muore, a Bologna, Odofredo Denari; solo tre anni prima s’era spento, nella stessa città, il suo avversario Accursio. Nel 1266 viene meno anche Bernardo da Parma, l’autore della glossa ordinaria alle Decretali di Gregorio IX, il testo che, per secoli, sarà l’asse portante del diritto canonico. Singolari coincidenze, nel loro insieme, che già stabiliscono un trait d’union tra la biografia del sommo poeta e le vicende dello Studio bolognese: tuttavia non le sole, come avrò occasione di segnalare più avanti.

La perdita simultanea dei tre grandi maestri di diritto generò una situazione di stallo. Nell’immediato, nessuno dei docenti superstiti pare in grado di raccogliere la loro eredità, almeno in termini di prestigio: quasi che, ancora viventi quei tre maestri, essi ne avessero patito la grandezza soverchiante e pur dopo la loro morte non fossero ancora in grado di scuotersi dalla precedente soggezione. La produzione scientifica dei civilisti si riduce, per lo più, ad un paziente lavorio di commento all’imponente apparato accursiano.

Si diffondono, così, additiones e supleciones alla magna glossa con lo scopo di integrarne e chiarirne le indicazioni; oppure per rilevarne, in qualche caso, le contraddizioni (glosse contrarie). Senza che, con questo e per questo, si intendesse sminuire la grande impresa d’Accursio, ormai riconosciuta come il primo e più diffuso strumento d’interpretazione delle leggi romane nelle corti di giustizia, dentro e fuori d’Italia.

L’apparente stagnazione nella quale sembra affogare la scienza giuridica bolognese è vinta dall’affioramento di un nuovo metodo didattico introdotto, negli ultimi anni di vita, da Odofredo Denari. Proprio il giurista che, per l’innanzi, pareva essere stato oscurato dalla prepotente personalità del suo concorrente ed avversario, Accursio.

La svolta ermeneutica è segnata dalla redazione della lettura/commento al Codice di Giustiniano. In essa egli esibisce, a illustrazione delle singole leggi, per ordine, un discorso lineare, con un proprio sviluppo autonomo che non obbedisce – come avveniva per la glossa – alla suggestione di questa o quella parola, ma ad un piano espositivo preordinato e razionalmente concepito in maniera logica e consequenziale. È l’avvio ad una nuova stagione della scienza giuridica che, dopo gli iniziali successi in terra di Francia (per merito degli allievi transalpini di Odofredo) si imporrà in Italia col grande Cino da Pistoia. Dai primi decenni del Trecento fino al Cinquecento si assisterà al trionfo del metodo del commento: sicché alla vecchia scuola dei glossatori subentrerà quella dei commentatori.

Si chiude un’epoca, se ne apre un’altra.

In che modo a Bologna si sviluppò la riflessione sul metodo esegetico e come si articolò il dibattito?
Il metodo seguito da Odofredo muta radicalmente l’approccio alle fonti giustinianee. L’attenzione dell’interprete si sposta finalmente dalle singole parole, oggetto della glossa – secondo l’indirizzo tracciato, per primo, dal caposcuola Irnerio – alla proposizione o all’insieme di proposizioni di cui consta una legge. In essa e per essa, soltanto, può essere valutata la proprietà dei termini (proprietates terminorum) che vi figurano. Le parole, in definitiva, non sono più isolate dal contesto, ma valutate entro la cornice che li racchiude. L’analisi di ogni legge – colta nella sua unità di senso –, anziché ridursi all’esame delle singole parole in sequenza frammentaria verte ora, nella nuova prospettiva, sulla sua totalità significante e insieme significata dai termini in essa usati.

A mio parere, questa svolta decisiva, destinata ad oltre tre secoli di successo, fu determinata dall’ingresso, a Bologna, di stimoli e suggestioni logico-grammaticali che venivano dalle scuole parigine, fautrici delle logica moderna (logica modernorum) e più tardi – in parte, almeno – dai grammatici speculativi.

Non è questa la sede per esaminare e discutere i tramiti per i quali tutto ciò accadde. Basti dire che nonostante l’accesa competizione, nell’ambiente bolognese, tra le scuole dei giuristi e degli artisti (medici e filosofi), non venne mai meno lo scambio intellettuale tra i maestri dell’una e dell’altra disciplina, con reciproco scambio di conoscenze ad alto livello.

Chi furono i maggiori esponenti di questa stagione di fioritura intellettuale?
I più autorevoli rappresentanti dell’incontro tra diritto, filosofia, logica e grammatica furono, nel campo dei civilisti, Iacopo Buttrigari, Riccardo da Saliceto e Ranieri Arsendi. La loro produzione letteraria, intessuta di quaestiones, rivela ampiamente una formazione intellettuale ispirata alle novità di cui è banditore un maestro come Taddeo Alderotti. Novità che certo dispiacciono a chi – più a parole, che nei fatti – vuol essere custode intransigente della tradizione: quale, fuori di Bologna, si dichiara Alberico da Rosciate.

Non è tutto: perché la polemica alligna ed esplode tra artisti e giuristi, ai quali i primi rimproverano, nonostante tutto, d’essere ignoranti in logica e infine esponenti di un sapere che – a termini aristotelici – non può dirsi davvero scientifico. Accusa cui tenterà di replicare l’amico di Dante e poeta lui stesso, Cino da Pistoia, nel suo estremo soggiorno bolognese, prima della morte.

Si innesca, così, quella celebre ‘disputa delle arti’ che si prolungherà fino a Cinquecento inoltrato. Polemica nella quale faranno sentire la loro voce, tra i giuristi, il sommo Bartolo da Sassoferrato e Giovanni da Legnano.

In che modo sulla città e il suo Studium si staglia l’ombra di Petrarca?
La discussione intorno allo stato della giurisprudenza e, più in generale, sulle condizioni dello Studio, valicata la metà del Trecento, ha tra i suoi protagonisti Francesco Petrarca. Era arrivato a Bologna, sedicenne, nel 1320, assieme al fratello Gherardo, di appena tredici anni, per studiarvi giurisprudenza, secondo la volontà paterna. L’atmosfera, in città, gli appare festosa e spensierata. Ma solo l’anno dopo – il 1321, anno della morte di Dante – l’incanto si spezza. L’ingiusta condanna capitale subita da un giovane studente spagnolo, induce la massa studentesca ad abbandonare, per protesta, Bologna, rifugiandosi ad Imola e di lì emigrando a Padova e a Siena. Per lo Studio è un colpo durissimo, perché nonostante gli sforzi della Signoria e di alcuni prestigiosi maestri – Giovanni d’Andrea e Iacopo Buttrigari su tutti – molti giovani, con i loro docenti, non torneranno più in seno all’Alma Mater. Ancora convalescente da questa emorragia, l’Università bolognese è colpita dagli effetti della peste nera che, nel 1348, fa strage di studenti e professori.

Quando, nel 1364, Petrarca fa visita al cardinale legato Androino de la Roche, a Bologna, non esita a dipingere un’immagine dello Studio e della città a tinte fosche. L’allegria d’un tempo s’è dileguata: ma quel ch’è peggio, regna ovunque l’ignoranza.

Che l’Università, allora, non viva la sua stagione migliore è certamente vero. Le difficoltà economiche unite ad un esasperato municipalismo hanno impedito prima la chiamata di Bartolo da Sassoferrato e poi del suo allievo, parimenti eccelso, Baldo degli Ubaldi, entrambi attivi in altri Studi d’Italia.

Nella sua crudezza, il giudizio del poeta pare sostanzialmente ingiusto. Forse, a dettarlo, c’è il disprezzo nutrito da Petrarca verso quei logici ‘moderni’ (portavoce degli inglesi e dei francesi) che allora paiono dominare la scena culturale bolognese, avvolgendo nelle loro spire anche i professori di leggi. Non, però, colui ch’era stato, fino al 1348, il più autorevole dei canonisti: quel Giovanni d’Andrea che non s’era rassegnato ad abbandonare la vecchia strada della glossa e che, ancora vivo, aveva condiviso con l’amico poeta aretino il ripudio delle tecniche logiche. In ciò seguendo l’insegnamento del suo maestro, Guido da Baisio, che, nella Margarita, a C. 23, q. 6, c. 3, aveva scritto: “disputare è affare dei dialettici. Sono i filosofi che amano cavillare con ingannevoli conseguenze traendo false conclusioni. In realtà, si tratta soltanto di sofisti, che amano fare sfoggio delle loro conoscenze logiche”. Un giurista si tenga lontano da tali seduzioni.

Nonostante tali avvertimenti e gli autorevoli precedenti, sarà così ancora per poco: le nuove generazioni dei canonisti approderanno, nel giro di qualche decennio, alle solide sponde dei loro colleghi civilisti, condividendone i metodi e la struttura espositiva.

Per concludere. Quanto riferito fin qui, necessariamente per sommi capi, offre materiale per una diversa valutazione dell’opera dei postaccursiani e, sul prolungamento, dei commentatori che ne raccolsero l’eredità scientifica. Per troppo tempo, fin da Friederich Carl von Savigny, s’è detto e ripetuto che tutti quei giuristi furono aridi seguaci della glossa accursiana; che la loro attività fu viziata da praticismo e contestualmente – senza che si avvertisse la contraddizione – incline ad astratte sottigliezze dialettiche.

In verità tali giudizi sono scaturiti da una lettura superficiale e preconcetta di scritti che al loro tempo godettero, viceversa, di notevole considerazione. Sicché tali opere furono utilizzate largamente a scopi didattici, scientifici e forensi. Ai nostri occhi essi ebbero soprattutto il merito d’aver posto sul tappeto la questione del metodo nell’esegesi giurisprudenziale, così anticipando riflessioni che, a più ampio raggio ancora, caratterizzeranno la scienza moderna.

Andrea Padovani (Imola, 1947), ha insegnato Storia del diritto medievale e moderno nell’Università di Parma e dal 1998, fino al pensionamento, la medesima disciplina (unitamente a Metodologia dell’argomentazione forense) nell’Università di Bologna. Attualmente è docente di Storia del diritto canonico presso la Facoltà di diritto canonico san Pio X a Venezia. Tra le sue pubblicazioni si ricordano L’archivio di Odofredo (Spoleto, 1992); Perché chiedi il mio nome? Dio natura e diritto nel secolo XII (Torino, 1997); Dall’alba al crepuscolo del commento. Giovanni da Imola (1375 ca.-1436) e la giurisprudenza del suo tempo (Frankfurt am Main, 2017); Quadri da una esposizione canonistica (Venezia,2019). Numerosi articoli e contributi in raccolte collettanee, sia in Italia come in Europa e negli Stati Uniti, hanno ad oggetto la storia delle Università e dei loro docenti in età medievale.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link