L'impresa spaziale italiana. Dall'intervento pubblico all'innovazione tecnologica, Matteo LandoniProf. Matteo Landoni, Lei è autore del libro L’impresa spaziale italiana. Dall’intervento pubblico all’innovazione tecnologica edito dal Mulino: quali dimensioni ha assunto la space economy in Italia e nel mondo?
Ormai la space economy ha raggiunto una dimensione notevole nel mondo, e il trend di crescita è ancora sostenuto. A livello mondiale, l’economia legata alle attività spaziali è in crescita a tassi quasi doppi rispetto all’economia globale tra il 2005 e il 2017 (6,7% contro 3,5%), superando in quell’anno i 300 miliardi di euro di valore. Nel 2018 la space economy ha raggiunto un giro d’affari di circa 370 miliardi di euro a livello globale, con l’80% del valore riconducibile ad attività commerciali. Quello spaziale è un settore che impiega nel mondo un milione di persone e genera un ritorno sull’investimento pari a 11 volte il budget investito.

L’Italia con la sua industria è ben posizionata. Conta circa 250 imprese, quattro quinti delle quali piccole e medie, che impiegano direttamente sette mila addetti e generano un indotto che ne impiega quattro volte tanto. Il settore spaziale italiano è una realtà riconosciuta globalmente; il suo contributo industriale è attualmente il quarto in Europa e il settimo mondiale.

In che modo dinamiche tecnologiche e dimensione internazionale condizionano l’industria aerospaziale?
Le due questioni di intrecciano. Infatti, per complessità e dimensione minima, l’industria aerospaziale tende a superare i confini nazionali e a sfruttare economie di scala non sostenibili per un singolo paese e aree di specializzazione tecnologiche localizzate. Se da un lato l’industria aerospaziale è ormai matura e in attesa del prossimo cambio di paradigma tecnologico, quella puramente spaziale, dall’altro lato, è attualmente molto dinamica nell’integrare tecnologie emergenti in nuove soluzioni tecnologiche. Queste stesse soluzioni permettono a loro volta di specializzare e parcellizzare le produzioni, ridefinendo così lo spazio terrestre delle catene produttive.

La dinamica internazionale non è solo quella della divisione internazionale del lavoro. Chiaramente, esiste una dimensione diplomatica più sensibile ai risvolti che toccano l’ambito della sicurezza nazionale e della difesa. Se prima questa dimensione era segnata dai rapporti tra e all’interno dei blocchi, con l’Italia evidentemente tributaria dell’industria americana e pure capace di una certa autonomia di sviluppo, ora si assiste allo stesso tempo alla formazione di attori sovranazionali, soprattutto a livello europeo, e alla comparsa di nuovi attori sulla scena spaziale, con la Cina e l’India molto attive in questi anni.

L’industria spaziale italiana è coinvolta in questo processo di internazionalizzazione con diverse operazioni di fusione d’imprese internazionali, pur mantenendo una presenza industriale sul territorio che copre tutti gli ambiti di sviluppo e di utilizzo delle tecnologie spaziali, e la tradizionale pluralità di interlocutori delle nostre imprese che bilanciano con più o meno successo l’adesione ai programmi europei con le collaborazioni con imprese e agenzie americane.

Quali vicende hanno segnato la storia dell’industria aerospaziale italiana?
Direi soprattutto due. La prima, l’iniziativa pubblica che ha consentito la formazione di una dimensione minima dell’industria aerospaziale da affiancare a quella privata, con cui poi si è ben integrata come nel caso di Aeritalia, formata dalla fusione della statale Aerfer con la privata Fiat Aviazione. La seconda invece nell’abilità imprenditoriale di molti ingegneri e manager italiani, per citarne solo due, Carlo Calosi e Roberto Bonifacio. Il primo ha portato in Italia la sua esperienza americana di ingegnere elettronico alla Raython per guidare Microlambda e Selenia; in quest’ultima riuscì a sviluppare una versione migliore e più conveniente del razzo Sparrow prodotto su licenza degli Stati Uniti fino a far concorrenza proprio agli stesso produttori americani. Il secondo con grande capacità manageriale riuscì a guidare Aeritalia dalle retrovie dell’industria pubblica alla frontiera tecnologica favorendo l’innovazione e la collaborazione internazionale. Questi casi mettono in luce come siano le complementarietà di pubblico e privato, grande e piccola dimensione, capacità manageriale e competenza tecnica a far funzionare le imprese e non la loro contrapposizione ideologica e teorica. Non esiste quindi un’unica via se non quella di favorire la pluralità di esperienze e forme d’imprese, a patto che siano sempre in comunicazione tra loro.

L’altra pagina importante è quella del consolidamento dell’industria e dell’integrazione tecnologica guidata dall’industria pubblica. Il momento culminante è avvenuto all’inizio degli anni novanta quando Aeritalia e Selenia si sono unite per dare vita ad Alenia e alla sua divisione spaziale, Alenia Spazio.

Quale ruolo ha svolto Alenia Spazio nel consolidamento dell’industria aerospaziale italiana e come è organizzata attualmente l’azienda?
Alenia Spazio è l’impresa protagonista della storia dell’industria spaziale italiana, per dimensione e per complessità tecnologica. Alenia Spazio, che ora fa parte della joint-venture italo-francese Thales Alenia Space, negli anni ha raccolto competenze tecnologiche diverse, dall’aeronautica all’elettronica alle telecomunicazioni, e consolidato il settore spaziale in un’industria autonoma. Il processo di consolidamento ha coinvolto non solo imprese da industrie diverse, ma soprattutto imprese private e pubbliche, con il ruolo guida giocato da Finmeccanica e quindi con la regia pubblica che, a fronte di tanti insuccessi, ha lasciato almeno in questo caso un’eredità tecnologica importante per il paese.

Oggi Alenia Spazio come detto ha cambiato forma e fa parte della Space Alliance con Thales, un’impresa statale multinazionale, un apparente ossimoro che mette insieme i risultati migliori delle industrie pubbliche di Italia e Francia. Thales Alenia Space oggi è presente in Italia con quattro stabilimenti, a Roma, Milano (Gorgonzola), Torino e L’Aquila, con 2.300 dipendenti e 2,4 miliardi di euro di fatturato prodotto in Italia.

A cosa si deve l’affermazione dell’industria aerospaziale italiana nel mondo?
Come ho detto, dal tessuto industriale che ha saputo ben unire iniziativa privata e interesse pubblico, sviluppo autonomo e tecnologia d’importazione. Ma è forse un carattere più specifico del modello di capitalismo italiano segnato da un tradizionale ruolo dell’intervento pubblico e, anche nel caso di un’industria tecnologica come quella spaziale, dall’abilità tipica del sistema produttivo italiano, il tanto celebrato Made in Italy in cui forse potrebbe essere incluso anche l’Aerospazio. Le caratteristiche del lavoro artigianale, fatto di grande competenza tecnica e di produzioni “taylor made”, sartoriali, si adegua molto bene a un settore che non si presta alla produzione su larga scala ma che spesso deve rispondere a specifiche molto sofisticate da parte dei clienti per ottenere pezzi unici, in continuo miglioramento. Tutto questo è stato possibile pur nel contesto dell’evidente declino dell’economia italiana e di un costante difetto d’innovazione del nostro sistema.

In che modo la vicenda dell’industria aerospaziale italiana è paradigmatica del ruolo che istituzioni politiche e imprese a partecipazione statale possono avere per sostenere e promuovere le potenzialità innovative dell’economia italiana?
Nel mio precedente volume sull’Agenzia Spaziale Italiana ho cercato di mettere in luce gli elementi di novità dell’intervento pubblico di oggi, decisamente lontano dalla formula IRI del passato. In quel caso, la volontà politica, con un vero atto di imprenditorialità istituzionale, si è dotata di uno strumento nuovo e autonomo, che ha però avuto fortuna alterna, benché sia riuscito ad aprire alle imprese italiane gli importantissimi canali d’accesso al mercato europeo delle commesse per i grandi progetti dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea. Con questo volume, invece, il livello di analisi scende a quello delle imprese e ripercorre la storia di dialogo tra politica e industria, cioè tra partecipazioni statali e capacità imprenditoriale. Quello che emerge è che quella dell’industria pubblica non è un’esperienza da rimuovere o un modo di fare politica industriale a cui tornare acriticamente, ma che al cambiare degli strumenti e dei soggetti pubblici rimangono le caratteristiche storiche del capitalismo italiano. Se da una parte rimane un difetto d’innovazione, dall’altra sono numerose le attitudini imprenditoriali di tante piccole imprese e ottimi amministratori, anche pubblici. Lo stato, o quel che resta della sua politica industriale se così di può chiamare, non deve quindi sostituirsi all’iniziativa privata, ma essere complementare e consapevole della sua dimensione declinante a fronte di un ruolo decisivo della tecnologia, anche per quanta riguarda i rapporti di politica internazionali, per cui non è più possibile rinunciare a un’industria tecnologica avanzata. Tuttavia, non si deve confondere il ritorno alle partecipazioni statali diffuse con una politica attiva che sostenga le molteplicità di forme d’impresa e la loro diversità tecnologica, pur nel rispetto – e prima ancora della comprensione – delle caratteristiche fondamentali del nostro sistema produttivo. Altrimenti, la tentazione più forte sarebbe allora quella di rinunciare a fare impresa e ancora più innovazione tecnologica in Italia, ritenendo a torto che non sia possibile innovare in questo paese inseguendo modelli efficaci ma distanti dalla nostra storia d’impresa come quelli basati sui capitali di rischio e i grossi finanziamenti privati. Se c’è una cosa che insegna l’industria spaziale, è che anche in Italia si può fare innovazione e avere imprese tecnologiche di rilevanza internazionale, e su tutto il territorio italiano, come dimostrano le origini napoletane di Aeritalia e Selenia – le due maggiori industrie spaziali italiane del novecento – o le eccellenti pmi dello spazio pugliesi. Quello che serve è il corretto quadro istituzionale che metta al centro l’impresa, qualunque sia la sua forma o la sua proprietà.

Matteo Landoni ha conseguito il dottorato in Business History & Management presso l’Università degli Studi di Milano, dove insegna storia economica e World Economic History. Ha svolto attività di ricerca sui temi dell’innovazione e dell’imprenditorialità nella facoltà di Economia dell’Università Cattolica. Con Il Mulino ha pubblicato L’Agenzia Spaziale Italiana tra stato innovatore e dimensione europea (2017) e Per una storia della retribuzione. Lavoro, valore e metodi di remunerazione dell’antichità a oggi (2018, con Giuseppe De Luca e Vera Zamagni).

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