L’impero in quota. I Romani e le Alpi, Silvia GiorcelliProf.ssa Silvia Giorcelli, Lei è autrice del libro L’impero in quota. I Romani e le Alpi edito da Einaudi: quale visione avevano gli antichi Romani delle Alpi e dei popoli che le abitavano?
I Romani furono un popolo mediterraneo, fortemente legato alle culture che il mare Mediterraneo aveva espresso. La loro politica di espansione interessò l’Italia centrale e in seguito il sud della penisola, e successivamente Cartagine e le sue basi siciliane, africane e spagnole, e ancora il mondo greco e i regni ellenistici e infine l’Egitto. L’interesse per il nord della penisola e, in generale, per il nord del mondo fu tardivo. Il primo importante contatto con le Alpi fu nel 218 a.C., anno della discesa di Annibale in Italia e delle sue prime straordinarie vittorie; ma anche le ripetute migrazioni di popoli celtici verso sud impensierirono più volte i Romani nel corso della tarda repubblica. Fu però con Giulio Cesare e con suo figlio Augusto che il controllo alpino divenne un problema politico e in quei decenni alla fine della Repubblica i Romani procedettero alla conquista dell’arco alpino. Nonostante il controllo capillare del territorio, la diffidenza per un ambiente molto diverso da quello mediterraneo rimase. Le Alpi non erano considerate ambienti né belli né addomesticabili, non erano produttivi né vivibili e nemmeno piacevoli da vedere. Per i Romani, la bellezza realizzata e l’umanità autentica erano esclusivamente frutto della loro civiltà e del loro intervento sulla natura: essi si collocavano al centro ideale del mondo, in un ambiente perfetto intorno al quale si intensificava la barbarie a mano a mano che ci si allontanava da Roma e dal mare: una civiltà, potremmo dire, inversamente proporzionale all’altitudine. Freddo, ghiacci, neve e frane facevano orrore ai Romani in quanto manifestazioni incontrollabili di una natura misteriosa e minacciosa; inoltre, in quota mancavano prati accuditi, terreni delimitati, campi, vigneti, ulivi, frutteti, e anche città, strade, ponti e acquedotti. Gli abitanti della montagna, in linea con l’ambiente, erano quindi selvatici, rustici, incivili. Essi traevano con fatica di che vivere da una terra non certo generosa, integravano i magri proventi con il brigantaggio e con il servizio di supporto logistico a viandanti e a eserciti attraverso sentieri e giogaie. Erano nemici temibili in guerra, perché aggressivi e resistenti, ma amavano la guerriglia più che la guerra vera e propria, che per i Romani aveva un’etica precisa e specifiche modalità.

Quali vicende segnarono la conquista romana delle Alpi?
Posto che le guerre alpine interessarono un paio di secoli della storia di Roma, gli episodi più significativi si datano senz’altro in età augustea, tra il 25 e il 13 a.C. Nel 25 a.C. si consumò la disfatta dei Salassi che abitavano la Valle d’Aosta: essi erano già stati costretti a ritirarsi dai loro territori di pianura per arroccarsi in alta valle, nel 143 a.C., ma nel 25 a.C. il console C. Terenzio Varrone Murena li annientò e sottomise probabilmente anche gli abitanti del Vallese, sull’altro versante del Gran San Bernardo. Nello stesso anno fu fondata la colonia di Augusta Praetoria con l’apporto di 3000 veterani delle coorti pretorie. Nel 16 a.C. P. Silio Nerva, legato dell’Illirico, condusse una spedizione contro Camunni (in Valcamonica) e Vennonenses (di identificazione incerta ma tra Val Trompia e Val Venosta); nel 15 a.C. ai fratelli Druso e Tiberio (i figli di Livia Drusilla: il secondo diventerà imperatore dopo Augusto) fu affidato il comando della guerra conto i Reti e i Vindelici che furono sconfitti in breve tempo. In valle di Susa si preferì percorrere una via diversa: Augusto nel 13 a.C. strinse con il re Cozio un accordo che consentì ai Segusini un lungo periodo di pace e ai Romani la possibilità di transitare in sicurezza lungo la via verso le Gallie. Al termine di queste, ed altre, campagne militari, nel 6 a.C. Augusto fece erigere il trofeo di La Turbie, nel tratto della via Iulia Augusta che si dirigeva verso Cemenelum (Cimiez, Nizza): il monumento trionfale, di dimensioni grandiose e oggi ancora visibile, ricordava la sottomissione di ben 48 tribù alpine. Gli anni successi furono impiegati al completo riassetto amministrativo del territorio che rimase tale sostanzialmente fino a Diocleziano.

Qual era l’organizzazione amministrativa romana del territorio alpino?
Nel corso dei secoli sulle Alpi furono sperimentate diverse strategie di organizzazione amministrativa, variabili in ragione delle epoche e dei contesti. In linea di massima, ci fu una prima fase di occupazione militare che per lo più portò alla costituzione di distretti amministrati da prefetti di rango equestre; seguì, a partire dall’imperatore Claudio, la formale costituzione di province sottoposte all’autorità di governatori equestri con il titolo di procuratori. Le vallate alpine del versante italiano furono aggregate amministrativamente alle città di pianura più vicine attraverso un dispositivo chiamato adtributio: ai montanari, all’inizio privi di cittadinanza, fu così consentita una progressiva romanizzazione e l’ingresso nel corpo civico di Roma. In altri casi, come ad esempio in Valle di Susa e in Valcamonica, furono riconosciute alcune autonomie: il re indigeno Cozio rimase informalmente a capo dei suoi popoli, pur essendo diventato prefetto, e in età flavia (69-96 d.C.) i Camunni ottennero a tutti gli effetti la cittadinanza romana e la comunità camunna diventò un’entità politica autonoma dal punto di vista amministrativo, politico e giuridico (con centro fondamentale a Cividate Camuno).

Roma, in buona sostanza, sperimentò sulle Alpi varie tipologie di governo, diverse in relazione alle modalità della conquista e in funzione delle caratteristiche del territorio: in tutti i casi, l’obiettivo fu quello di integrare il più possibile gli abitanti nel sistema politico e amministrativo romano. Amministrare questo territorio, molto vasto, scarsamente urbanizzato e con collegamenti difficili fu un’impresa ardua: i Romani si impegnarono soprattutto nell’organizzazione della rete viaria e nel controllo dei passi, vale a dire gli elementi nevralgici e strategici di tutta la regione. Certamente anche gli insediamenti furono potenziati e dotati delle strutture necessarie per ospitare la politica, e cioè i magistrati, le assemblee cittadine, il senato locale: città come Augusta Praetoria,  Segusium e Tridentum diventarono i punti di riferimento istituzionali per un territorio vastissimo che aveva necessità di interloquire ufficialmente con il potere romano.

Quali erano le principali vie di attraversamento antiche delle Alpi e i valichi?
I popoli che abitavano le Alpi prima dell’arrivo dei Romani conoscevano i sentieri e superavano i colli da sempre, come mostrano i contatti, culturali e commerciali, che esistevano al di qua e al di là della catena montuosa. Certamente con la conquista il sistema di comunicazioni fu notevolmente migliorato e messo a sistema. Fu un lavoro durissimo: sulle Alpi bisognava strappare la strada alla roccia viva, superare dislivelli, attraversare torrenti impetuosi, prevedere ghiacci, frane e smottamenti. Del resto, tale immensa fatica era radicata in un principio assoluto: la gestione di un impero richiedeva il pieno controllo del territorio che poteva essere assicurato solo in un modo, e cioè attraverso un efficiente sistema di vie di comunicazione. A Ovest, il Mons Matrona (Monginevro, mt. 1854) era molto importante per i contatti con la valle della Durance: il nome rivela la devozione degli antichi popoli a divinità indigene, mascherate poi con le divinità del pantheon romano; le Madri o Matrone erano abbastanza diffuse sulle Alpi, spesso in numero di tre o di cinque, come protettrici dei viaggiatori. Il passo del Grande e del Piccolo San Bernardo collegavano l’Italia rispettivamente con il Vallese e con la Gallia Lugdunense: sulla sommità, i viaggiatori potevano contare su strutture attrezzate per la sosta e per il culto. Più a Oriente, un ruolo centrale lo rivestivano i passi del Brennero e del Resia, attraversato dalla via Claudia Augusta Entrambe le strade confluivano ad Augusta Vindelicum, l’odierna Augusta (Augsburg), in Baviera, nata come insediamento militare, che sarà la capitale della provincia imperiale romana Raetia et Vindelicia, posta strategicamente a sud del corso del Danubio. Oltre alle strade e ai passi principali, esisteva una rete di percorsi intervallivi, di passi secondari, di cammini e di mulattiere che innervavano il territorio, riconoscibili da molte testimonianze, archeologiche e toponomastiche. Quel che conta ricordare è il legame di questi percorsi con la viabilità di pianura, sia di terra sia di fiume. Questo è l’elemento veramente strategico: le mulattiere che portavano ai colli, i sentieri intervallivi e i collegamenti pedemontani con le grandi vie consolari che correvano in pianura rappresentarono una rete di comunicazioni straordinariamente efficace, innovativa e di proporzioni mai più raggiunte se non in età recente.

A quale opera di addomesticamento e sfruttamento fu sottoposta la montagna in epoca romana?
Le risorse alpine furono oggetto di precoce interesse da parte dei Romani, prima ancora della conquista e del controllo del territorio. Minerali e metalli erano presenti un po’ ovunque e abbondanti in alcune aree, ad esempio nel Norico (corrispondente all’attuale Austria centrale, parte della Baviera, della Slovenia nordorientale) che infatti fu annesso all’impero nel 16 a.C. In età repubblicana anche il territorio corrispondente oggi alla Bessa (BI) fu intensamente sfruttato da compagnie di appaltatori. In realtà, la conquista dell’Oriente, della Spagna e dell’Egitto, aree di estrazione massiccia, resero presto obsolete le miniere alpine che finirono per alimentare un mercato per lo più locale. Certamente l’acqua era fondamentale per i processi di lavorazione del materiale, come mostra ad esempio il bel ponte-acquedotto del Pondel, in valle di Cogne, costruito da un impresario di origine patavina nella valle per sostenere le proprie attività estrattive. Anche il legname era tenuto in gran conto per molte attività. Il resto, agricoltura, allevamento, arboricoltura avevano una dimensione locale.

Quel che conta sottolineare è lo sviluppo, in età romana, dell’economia del transito: dalle Alpi transitavano infatti merci e mercanti, con importanti ricadute sul territorio. Ad esempio, erano in molti a dedicarsi al trasporto per conto terzi, a servizi di facchinaggio e guida sulle vie in direzione dei passi: in età romana si preferiva di gran lunga trasportare le merci lungo i fiumi ma ad un certo punto ciò non era più possibile e si doveva continuare via terra, caricando le merci sugli animali da soma. E possiamo soltanto immaginare il grande andirivieni di mercanti, di carovane organizzate e guidate da indigeni, come testimonia l’immensa mole di oggetti rinvenuti lungo le strade e sui colli: monete, chiodi, frammenti di ferri di cavallo, ramponi e chiodi di sandali, frammenti di anfore, recipienti e stoviglie, armi, fibule, cinture, pesi, utensili da toeletta e strumenti medici, contenitori, statuette votive, ex voto, gioielli, vetri e bottiglie, vasellame in bronzo, coltelli, serrature e chiavi, lucerne.

Qual è il lascito della presenza romana sulle Alpi?
I Romani sulle Alpi ci raccontano innanzitutto una storia di integrazione: nel giro di pochi decenni l’arco alpino diventò, da barriera inespugnabile, un luogo di attraversamento sicuro e frequentato, si trasformò da frontiera estrema della penisola a cerniera tra Mediterraneo ed Europa. Con la conquista, i Romani integrarono progressivamente territori e popoli alpini e prealpini nel sistema della res publica imperiale realizzando anche in questa regione quella vocazione all’inclusione che era, per così dire, nel Dna di Roma: non dimentichiamo che all’origine della città c’è una forma di asylum, cioè di accoglienza e ospitalità degli stranieri, e la prima monarchia fu realizzata con il contributo dei Sabini (e questo lo ricorda ancora l’imperatore Claudio in un celebre discorso ai senatori). In età romana, gli insediamenti e le città alpine si riempirono di montanari scesi dai monti, di coloni italici in cerca di fortuna, di imprenditori cisalpini con interessi commerciali, di veterani in cerca di una sistemazione; e le strade dirette ai colli ospitavano e accompagnavano un’umanità ancora più eterogenea sotto il profilo etnico. Il politeismo e l’intensa religiosità dei Romani favorirono l’inclusione: tutti gli dei e le dee di popoli stranieri trovavano ospitalità nel pantheon di Roma. Così, il grande dio celtico delle Alpi Pennine, Penino, fu assimilato a Giove e ne assorbì anche gli epiteti di Ottimo e Massimo, mentre in alta valle di Susa il dio indigeno Albiorix conviveva con Apollo e con Marte.

In età imperiale contavano non l’etnia o la provenienza geografica ma la comune appartenenza all’impero e l’adesione ai valori della romanitas: vivere a Roma o in provincia, in città o in montagna era poco più di un dettaglio. Certamente un romano di Roma, avvezzo agli agi della capitale, avrebbe disdegnato la vita in una lontana valle delle Alpi Cozie e avrebbe considerato rustico un abitante della valle dell’Adige: ma quel che contava davvero era che entrambi, il cittadino e il montanaro, avevano gli stessi diritti. Questa vocazione tutta e solo romana all’inclusione è un grande insegnamento anche per oggi. Certamente, la storia romana delle Alpi fu scritta dai vincitori che ne imposero l’ingresso nell’impero e definirono modalità di sfruttamento delle risorse; ma non possiamo non riconoscere gli episodi di autoromanizzazione che testimoniano il gradimento degli indigeni per il sistema politico, economico e culturale dei vincitori: gli abitanti della Valle di Non, ad esempio, scesero dai monti, finsero di essere cittadini romani e si inserirono perfettamente nelle strutture di Trento e l’imperatore Claudio non poté fare altro che riconoscere questa irrituale, ma efficace, forma di autoromanizzazione.