L'impero britannico e il governo delle colonie. Il Board of Trade and Plantations (secc. XVII-XVIII), Fausto Ermete CarboneDott. Fausto Ermete Carbone, Lei è autore del libro L’impero britannico e il governo delle colonie. Il Board of Trade and Plantations (secc. XVII-XVIII) edito da Carocci: quando e come nacque il Board of Trade and Plantations?
Nel corso dei primi decenni del XVII secolo i progetti imperiali di Francia, Inghilterra e Province Unite cominciavano prendere forma. La conquista del Nuovo Mondo smise di essere una questione legata alle corone spagnole e portoghesi. In questa corsa all’occupazione delle terre al di là dell’Atlantico, ciascuna delle potenze coinvolte diede vita ad un proprio modello di sviluppo coloniale. Alcuni degli Stati colonizzatori si affidarono completamente a compagnie commerciali dotate di immensi poteri, altri preferirono replicare oltremare l’apparato governativo della madrepatria, altri ancora istituirono degli organi ad hoc per le questioni inerenti le colonie. Per gli Stati europei le colonie furono, nella maggior parte dei casi, non altro che terre dalle quali trarre ricchezze, indipendentemente dai mezzi e dalle strategie utilizzati per accumularle.

Asservire totalmente una colonia ai bisogni della madrepatria era l’obiettivo primario di ciascuno degli Stati colonizzatori. Il Board of Trade and plantations, organo creato da Guglielmo III d’Orange a seguito della gloriosa rivoluzione fu, in un certo senso, la risposta inglese a queste necessità. Sebbene creato con l’intento di aprire un dialogo collaborativo tra l’Inghilterra e i suoi possedimenti, questo organo si mosse, per gran parte degli anni in cui esercitò le sue funzioni, al fine di imporre il volere del sovrano e, più generalmente, del governo metropolitano sui possedimenti d’oltremare.

Il Board nacque in un periodo storico abbastanza travagliato per la monarchia inglese che stava affrontando diverse problematiche sia a livello interno che coloniale. Le istituzioni monarchiche, come noto, uscirono profondamente riformate dalla gloriosa rivoluzione e gli esperimenti di amministrazione ultramarina gerarchica e centralizzata messi in atto dagli ultimi sovrani della dinastia Stuart si erano conclusi in maniera fallimentare. Alla fine del XVII secolo, dunque, vi era una non più procrastinabile necessità di intervenire al fine di rendere più efficiente la macchina dello Stato, trovando il giusto equilibrio tra gli interessi metropolitani e quelli dei possedimenti d’oltremare. Sovrano, Parlamento e Consiglio Privato si resero ben presto conto che questa era la strada da seguire se si voleva un Inghilterra capace di competere con le altre potenze impegnate nello slancio coloniale.

Quali erano struttura e ordinamento del Board of Trade?
Prima di rispondere in dettaglio alla domanda, è necessario fare una premessa che serve a chiarire un concetto fondamentale: il Board non fu un’istituzione creata ex novo, ma il risultato di tutta una serie di esperimenti istituzionali che non riuscirono a dare i risultati attesi. Il Board fu, potremmo dire, l’ennesimo tentativo esperito dalla monarchia inglese nel corso del XVII secolo al fine di assecondare la trasformazione del proprio assetto istituzionale da Stato a impero.

Il Board of Trade, infatti, non fu certo il primo organo nella storia delle istituzioni della monarchia britannica creato con l’intento di risolvere questioni prettamente coloniali. Si ha notizia di comitati, consigli e commissioni costituiti a tale scopo già durante il regno di Giacomo I, pertanto fin dalle prime fasi dello slancio coloniale inglese. Si trattava, tuttavia, di assemblee istituite in maniera straordinaria, deputate a decidere su questioni specifiche e impossibilitate ad operare in maniera organica sull’apparato economico e amministrativo dei possedimenti ultramarini. L’amministrazione coloniale, così come il potenziamento dell’apparato economico delle colonie, furono temi che non occuparono in maniera significativa i pensieri della classe politica inglese almeno fino alla metà del XVII secolo. Solo con l’avvento del Protettorato cromwelliano cominciarono a circolare dei piani per una strutturale riforma delle colonie. Il più importante tra questi fu senza dubbio il Western Design, elaborato dallo stesso Lord Protettore durante il Commonwealth.

La situazione descritta cominciò a mutare sensibilmente negli anni Sessanta e Settanta del XVII, in seguito alla cosiddetta restaurazione Stuart. Sia Carlo II che Giacomo II prestarono molta più attenzione all’amministrazione dei possedimenti ultramarini. Uno dei principali frutti di questo rinnovato interesse per le questioni coloniali fu l’istituzione, tra il 1672 e il 1675 dei Lords of Trade and Plantations, organo che ricevette dalla Corona il compito di riformare in profondità l’amministrazione delle colonie inglesi, intervenendo congiuntamente su questioni di carattere economico, sociale e politico. Formati da ventuno membri – nove dei quali incaricati di disquisire esclusivamente sulle questioni coloniali – i Lords, per competenze e organizzazione, possono essere indicati come i veri e propri precursori del Board of Trade fondato da Guglielmo III nel 1696.

Vi furono, tuttavia, delle differenze sostanziali tra Lords e Board per ciò che concerne la struttura e l’ordinamento. La più importante tra queste riguardava proprio la composizione degli organi. I membri dei Lords erano nominati scegliendo tra i componenti del Consiglio Privato del Sovrano e della Camera alta del Parlamento; quelli del Board, invece, erano più che altro espressione della Camera dei Comuni. Solo il presidente del Board, solitamente, apparteneva alla Camera dei Lord. Naturalmente, questa differenziazione nella composizione era indice di una volontà ben precisa: dare più voce alla Camera dei Comuni significava, in pratica, prestare maggiore attenzione alle esigenze politiche dei grandi mercanti che gestivano i circuiti europei e coloniali.

Per ciò che concerne la struttura, il numero dei componenti del Board fu considerevolmente inferiore rispetto a quello dei Lords. Come buona parte degli organi di governo inglesi alla fine del XVII secolo, il Board of Trade fu composto da membri ordinari e straordinari. Gli ordinari nominabili potevano raggiungere il numero massimo di otto. Essi rappresentavano il cuore del Board of Trade e formavano il nucleo decisionale del Council of Trade and Plantations, un Consiglio permanente costituito da esperti in materia di economia e commercio. Oltre ai membri ordinari, facevano parte del Council, come membri straordinari, praticamente tutti i più alti funzionari dello Stato: dal cancelliere dello Scacchiere al Lord dell’Ammiragliato, dal Lord Cancelliere all’Arcivescovo di Canterbury. Questi ultimi, in quanto membri straordinari, non avevano tuttavia l’obbligo di partecipare costantemente alle riunioni consiliari.

Quali erano le competenze e il ruolo del Board of Trade nella politica dell’Inghilterra e dell’impero britannico?
Il Board of Trade fu creato per promuovere la crescita commerciale ed economica dell’Inghilterra e dei suoi domini. Nella visione delle alte sfere del potere inglese di fine Seicento, tale obiettivo si poteva rivelare percorribile solo rendendo le colonie, fino ad allora fonte di diverse preoccupazioni per la monarchia, quanto più possibile economicamente profittevoli per la madrepatria. Le fallimentari esperienze passate, tuttavia, avevano lasciato in eredità alcuni insegnamenti importanti: intervenire, a piè pari, nelle realtà coloniali con provvedimenti che ne minassero eccessivamente i circuiti economici e commerciali, limitandone di fatto l’autonomia, aveva portato solo destabilizzazione. Le violente ribellioni scaturite a seguito dell’Atto di Navigazione nonché la repentina e turbolenta fine del New England Dominion – macro-colonia regia costituita durante la Restaurazione Stuart – erano un’immagine ancora molto viva tra gli amministratori inglesi. Era necessario comprendere più in profondità le colonie al fine di operare, in maniera meno traumatica, i cambiamenti ritenuti necessari al conseguimento dello scopo prefissato. Il Board of Trade sarebbe servito soprattutto a questo.

In principio, il Board of Trade fu pensato come un’istituzione in grado di intervenire direttamente negli affari coloniali, dotata di potere esecutivo e autonomia decisionale. In realtà, nel momento in cui fu realizzato lo statuto dell’organo, al Board non fu concesso alcuno di questi poteri. Ciò accadde poiché, nella visione dell’establishment politico inglese, consentire ad un organo di operare in autonomia sulle questioni d’oltremare o sulle reti commerciali – soprattutto in un periodo delicato come gli anni seguenti alla gloriosa rivoluzione – avrebbe significato perdere il controllo diretto su ambiti fondamentali per la vita statale. Per tali motivi, l’iniziale progetto di Board of Trade venne ridisegnato. Non sarebbe più stata un’istituzione autonoma ma un “advisory board” (organo consultivo), i cui pareri e le cui proposte dovevano sempre passare al vaglio del Consiglio privato del sovrano prima di trasformarsi in azioni esecutive. Ciò venne chiaramente specificato nell’atto fondativo.

Nei primi anni di esistenza, l’organo, anche per via delle grandi personalità che lo componevano, riuscì a ovviare alle limitazioni sulla libertà di azione imposte dallo statuto. Il parere di intellettuali, diplomatici ed esperti di politica internazionale del calibro di John Locke e William Blathwayt era sicuramente rispettato e preso in considerazione dagli organi di potere. Ma con il passare del tempo, le consultazioni con il Board divennero una pratica sempre meno frequente, che andò scemando di pari passo con la sua autorità.

Gli ambiti di competenza inizialmente affidati all’organo erano svariati. Leggendo lo statuto, il Board aveva facoltà di esprimere i suoi pareri praticamente su ogni ramo dell’amministrazione coloniale: veicolava le istruzioni ai vari governatori, si occupava di segnalare problemi sociali, cercava soluzioni per perfezionare i sistemi economici delle colonie. A questi campi di competenza, nel corso del tempo se ne aggiunsero molti altri. Non sempre i membri del Board erano in grado di sviscerare le tematiche sulle quali erano chiamati a esprimersi, accadeva spesso dunque che per realizzare le relazioni da presentare al sovrano e al Consiglio Privato, svolgessero prima una fase di raccolta e analisi di informazioni sul tema da affrontare. I report del Board, proprio per la metodologia utilizzata per realizzarli, si rivelano pertanto delle vere e proprie miniere di informazioni sul funzionamento dell’apparato coloniale e imperiale britannico. Con il passare degli anni, il fatto di occuparsi di un ventaglio di problematiche così vasto permise al Board di maturare una buona conoscenza delle realtà coloniali inglesi nella loro interezza: era informato sulle leggi che regolavano i possedimenti ultramarini; era al corrente delle questioni sociali più pregnanti (diatribe confessionali, rapporti con gli indiani, ecc.); studiava i modelli coloniali delle potenze rivali nel processo di colonizzazione. Tale conoscenza fu raramente sfruttata appieno dagli organi del potere britannici.

Come si articolò l’azione del Board of Trade in Nuova Scozia?
Come si è detto, il Board fu essenzialmente un organo consultivo ma vi furono dei periodi nel corso della sua storia in cui riuscì a ricoprire un ruolo più attivo nell’amministrazione coloniale. Ciò avvenne per esempio durante gli anni 1748-1760, quando la presidenza del Board fu affidata al conte di Halifax. L’azione del Board, proprio sotto la guida di Halifax, fu particolarmente evidente in Nuova Scozia, colonia nordamericana situata al confine tra l’impero francese – la Nouvelle France – e i possedimenti britannici e pertanto giudicata di alto valore strategico. Lungamente contesa tra Francia e Inghilterra per tutto il XVII secolo (i francesi la chiamavano Acadia), questa colonia – passata sotto il dominio inglese a seguito del trattato di Utrecht del 1713 – rappresentò un problema politico di non facile risoluzione per gli amministratori britannici. La regione, infatti, fu per diverso tempo una colonia appartenente alla Nouvelle France e pertanto la sua popolazione era in maggioranza composta da abitanti di origine francese e di religione cattolica, gli acadiani. Nel momento in cui i britannici subentrarono ai francesi nel controllo della colonia, ereditarono anche il sistema socio-economico che in essa era venuto a formarsi. La maggioranza degli acadiani, infatti, decise di rimanere in possesso delle proprie terre. Solo pochi, spaventati dall’avvicendamento che il trattato di Utrecht aveva sancito, si spostarono nei possedimenti rimasti alla Francia in America del Nord. La massiccia presenza di francesi nella regione acquisita fu giudicato un fattore altamente destabilizzante dagli amministratori britannici che nel corso degli anni si susseguirono. Per risolvere questa annosa questione il Board si prodigò affinché fossero adottati provvedimenti concepiti al fine di operare una vera e propria “britannizzazione” della Nuova Scozia. Una serie di politiche economiche, demografiche e militari furono attuate per favorire l’insediamento di coloni inglesi, tentando di limitare l’influenza francese nell’area. A tale proposito si fece promotore della fondazione di nuovi centri (nacque Halifax, in onore del presidente del Board) e sostenne con forza la necessità di mettere in atto il cosiddetto Great Upheaval (Le Grand Dérangement, per la storiografia francese), ossia la deportazione in massa di più di 12.000 acadiani rimasti la Nuova Scozia. Una decisione che il Board ritenne essenziale per garantire una maggiore governabilità del possedimento.

Fausto Ermete Carbone è dottore di ricerca in Human and Social Sciences presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento

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