Dottor Coloru, Lei è autore del libro L’imperatore prigioniero. Valeriano, la Persia e la disfatta di Edessa pubblicato per i tipi di Laterza: la fine di Valeriano pesò molto nell’immaginario romano.
L'imperatore prigioniero. Valeriano, la Persia e la disfatta di Edessa Omar ColoruIn effetti possiamo dire che si trattò di un evento unico nella storia millenaria di Roma. In passato era già accaduto che dei generali fossero morti in battaglia: pensiamo al console Emilio Paolo che perse la vita nella disfatta di Canne o Varo a Teutoburgo. Solo un paio di anni prima dell’ascesa di Valeriano, l’imperatore Decio era morto in battaglia insieme al figlio combattendo contro i Goti ad Abritto. Insomma, la morte in battaglia di un comandante, pur essendo un evento tragico, si metteva nel novero delle possibilità e morire combattendo non aveva nulla di disonorevole. Ben diverso fu il destino di Valeriano, perché non solo fu sconfitto, ma gli venne negato l’onore della morte sul campo: morì prigioniero senza possibilità di essere riscattato, un’onta che gli avversari del figlio (e imperatore superstite) Gallieno non esitarono a mettere in risalto. In effetti, da questo punto di vista la vittoria persiana rappresentò un trionfo al contrario in cui non erano più i re nemici di Roma a sfilare in catene, ma un imperatore romano. La forza simbolica di questo evento fu considerevole, perché l’imperatore incarnava Roma e con Valeriano Roma era venuta a trovarsi in catene e umiliata.

Con Valeriano l’impero si trova nel pieno della sua crisi.
La crisi era già in atto da molti anni. In realtà Valeriano, come del resto i suoi predecessori, cercò di risolvere per quanto possibile i problemi che stavano minacciando la tenuta dell’impero e per qualche tempo sembrò davvero riuscire a porre un freno a questi fattori disgreganti, anche se gli sforzi non furono sufficienti e i provvedimenti non sempre adeguati. Fu semmai la sua cattura a essere percepita come il momento culminante di questo periodo tormentato, in particolare perché questo evento inaugurò un periodo di guerra civile che il figlio Gallieno riuscì ad arginare in modo ammirevole se consideriamo la gravità della situazione in cui si era venuto a trovare.   

Quali vicende caratterizzarono il regno di Valeriano?
Fu un periodo tormentato: i territori orientali erano minacciati dalle incursioni di Shapur I, questo energico sovrano di una dinastia persiana che pochi anni prima aveva messo fine al regno dei Parti. Spesso gli storici dell’epoca hanno attribuito a lui e ai suoi successori la volontà di riconquistare tutti i territori che un tempo avevano fatto parte dell’impero achemenide, ma sospetto che questo sia più il frutto di una visione ideologica romana che mirava a presentare il conflitto fra le due potenze come una riproposizione delle Guerre persiane: non si tratta di una visione particolarmente nuova, perché era un elemento già presente nelle relazioni diplomatiche coi Parti. Del resto, le fonti sasanidi non ci offrono indizi che possano confermare questo intento. Mi sembra più realistico pensare che Shapur intendesse semmai limitare o eliminare l’ingerenza romana in Mesopotamia e in Armenia, come sembrano indicare la distruzione di Dura Europos e gli assalti ad altre postazioni romane lungo l’Eufrate. D’altra parte le azioni militari di Shapur dopo la sua vittoria su Valeriano si configurano in modo chiaro come la volontà di fare razzia piuttosto che come un progetto di occupazione stabile dell’Anatolia.
Fra i fattori esterni che caratterizzarono gli anni di regno di Valeriano ci sono poi le incursioni dei barbari e a questo proposito il contributo di Gallieno fu importante per contenere la pressione esercitata da queste popolazioni lungo il limes renano e danubiano. Peggio andò nei territori che si affacciavano sul Mar Nero che furono tormentati dagli assalti dei Borani e dei Goti. Ma anche in questo caso si trattò di incursioni a scopo di razzia, non di occupazione. Più preoccupante è il fatto che in almeno un caso questi attacchi vennero effettuati su invito di abitanti dell’impero, anche se le fonti non ci permettono di comprendere quali furono le motivazioni precise a monte di questo gesto.
Infine non possiamo non ricordare le due persecuzioni che Valeriano ordinò contro i cristiani percepiti come dei nemici dello Stato che mettevano a repentaglio l’unità dell’impero e i culti tradizionali. La persecuzione di Valeriano era solo l’ultimo di una serie di provvedimenti simili presi dai suoi predecessori, ma rispetto agli altri l’azione di Valeriano sembra caratterizzarsi per la sua volontà, perseguita con implacabile precisione, di isolare ed eliminare gli esponenti del clero privando così i cristiani delle loro guide spirituali.

Come giunse al potere Valeriano?
Possiamo dire che Valeriano ha la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto. All’epoca degli avvenimenti, Valeriano ha alle sue spalle una lunga attività politica e militare. Quando l’usurpatore Emiliano giunge in Italia per scontrarsi con l’imperatore in carica Treboniano Gallo, Valeriano si trova in Rezia a capo di un imponente corpo d’armata che molto probabilmente doveva essere impiegato per una spedizione contro i Persiani. Treboniano chiede a Valeriano di venire in suo soccorso con le truppe, ma poi stranamente decide di affrontare il nemico senza attendere i rinforzi: sarà sconfitto e più tardi assassinato dai suoi soldati. Dopo questo evento, Valeriano viene acclamato imperatore dalle truppe e solo allora scende in campo per combattere Emiliano. La ricostruzione dei fatti non è semplice, perché le fonti sono poche e frammentarie, ma le azioni di Valeriano sembrano suggerire che in realtà egli abbia temporeggiato di proposito per capire chi sarebbe uscito vincitore dallo scontro fra Gallo ed Emiliano per poi farsi acclamare imperatore dal suo esercito. La sproporzione tra le forze di Valeriano e quelle dell’usurpatore sono tali che non si giunge nemmeno a uno scontro diretto, ma Emiliano viene assassinato dai suoi stessi soldati lasciando Valeriano padrone del campo.

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