“L’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli” di Steven Sloman e Philip Fernbach

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L'illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli, Steven Sloman, Philip FernbachL’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli
di Steven Sloman e Philip Fernbach
traduzione di Giorgio Gronchi
Raffaello Cortina Editore

«Viviamo nell’illusione di conoscere le cose meglio di quanto le conosciamo. Ma l’illusione è qualcosa che dobbiamo necessariamente scacciare? Dovremmo sempre batterci per avere credenze e obiettivi che siano il più realistici possibile? […] Evitando l’illusione, è più probabile che siate precisi. Saprete che cosa conoscete e che cosa non conoscete, e questo può solo aiutarvi a raggiungere i vostri obiettivi. Non vi avventurerete in progetti troppo grandi per voi e sarà meno probabile che deludiate gli altri. Sarete maggiormente in grado di mantenere le vostre promesse.

Ma l’illusione è un piacere. Molti di noi trascorrono una parte significativa della vita vivendo in un’illusione in modo assolutamente intenzionale. Ci divertiamo con mondi di finzione che non hanno alcuna pretesa di essere reali. E fantastichiamo per il piacere di farlo e per aumentare la nostra creatività. Le illusioni possono stimolare prodotti creativi, ispirandoci a immaginare mondi, obiettivi e risultati alternativi. E ci possono motivare a tentare cose che altrimenti non tenteremmo. È sbagliato? Davvero dovremmo ridurre al minimo le nostre illusioni? […]

Vivere in un’illusione di conoscenza ha sicuramente le proprie insidie. In questo libro abbiamo evidenziato come l’illusione della conoscenza possa portare alla guerra, a incidenti nucleari, a stalli politici dovuti alla faziosità, al rifiuto della scienza, alla mancanza di equità e ad altre sventure. Ma abbiamo anche mostrato che l’illusione deriva da una straordinaria caratteristica della mente. L’illusione della conoscenza è la conseguenza del vivere all’interno di una comunità della conoscenza; nasce perché sbagliamo nel distinguere quanto sia nelle nostre teste da ciò che si trova nelle teste degli altri. Nasce perché, parlando dal punto di vista cognitivo, siamo una squadra. Non dovete avere l’illusione di essere un giocatore di una squadra, ma essere vittime dell’illusione è un segno che lo siete. […]

L’illusione della conoscenza dà alle persone la sicurezza necessaria per entrare in un territorio nuovo. I grandi esploratori devono credere di sapere più di ciò che sanno per intraprendere nuove avventure. Questo spiega grandi catastrofi, come l’avventura disgraziata di Robert Scott verso il Polo Sud, nella quale rifiutò di usare i cani a causa della sua presunzione; tutti i suoi uomini morirono, insieme ai pony che li accompagnavano. Ma è anche necessario per i grandi successi. Le squadre guidate da uomini come Marco Polo, Cristoforo Colombo e Vasco da Gama, ognuno dei quali è stato il primo europeo a esplorare nuovi continenti, mostrarono un genere di coraggio e di perseveranza che li ha trasformati in eroi della storia. Non abbiamo incontrato personalmente questi uomini, ma sospettiamo che avessero un’autostima che sarebbe potuta derivare solo da una mancanza della capacità di valutare quanto fosse vasta la loro ignoranza. Molti grandiosi risultati umani sono garantiti da una falsa credenza nella comprensione personale di qualcuno. In tal senso, l’illusione può essere stata necessaria per lo sviluppo della civiltà umana.

L’illusione di conoscere le cose meglio di quanto le conosciamo è il motivo per cui ripariamo da soli le nostre biciclette e i trenini elettrici e costruiamo da soli le nostre verande (o perlomeno ci proviamo). Facciamo molte di queste cose perché non ci rendiamo conto di quello in cui ci stiamo imbarcando. Scopriamo solo dopo aver distrutto la nostra bicicletta, o dopo aver comprato tutti gli strumenti necessari che vorremmo sapere meglio che cosa stiamo facendo. Qualche volta ci arrendiamo e portiamo la bici dal riparatore, o chiamiamo un muratore, ma qualche volta perseveriamo e, quando lo facciamo, dobbiamo ringraziare in primo luogo l’illusione della conoscenza per averci motivato a cominciare.

Un’osservazione analoga può essere fatta riguardo alle relazioni umane: se abbiamo un problema in un rapporto, essere convinti di capire cosa sta succedendo può servire come motivazione per provare a risolvere il problema. Di solito, scopriamo che ciò che sta succedendo è più complicato di quanto pensassimo, ma almeno ci stiamo provando.

L’illusione può essere piacevole, ma, come l’ignoranza, non è una benedizione. Il rovescio della medaglia della nostra illusione nel comprendere le relazioni umane è che, talvolta, non proviamo a ricucirle perché crediamo di sapere già tutto di quello che sta accadendo. Ci stacchiamo per orgoglio o paura credendo di poter individuare le mancanze dell’altra persona. Inevitabilmente, sbagliamo nel comprendere le dinamiche sociali nel loro complesso; anche noi siamo parte del problema. Più in generale, nel corso del libro abbiamo descritto molti punti deboli degli esseri umani e le catastrofi che derivano dall’illusione della conoscenza.»

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