“L’ideologia nel discorso lessicografico cinese. Analisi critica dello Xiandai hanyu cidian 现代汉语词典” di Chiara Bertulessi

Dott.ssa Chiara Bertulessi, Lei è autrice del libro L’ideologia nel discorso lessicografico cinese. Analisi critica dello Xiandai hanyu cidian 现代汉语词典, edito da LED Edizioni Universitarie: che importanza riveste, nel contesto lessicografico cinese, il dizionario compilato dall’Istituto di linguistica dell’Accademia cinese delle scienze sociali?
L’ideologia nel discorso lessicografico cinese. Analisi critica dello <em>Xiandai hanyu cidian</em> 现代汉语词典, Chiara BertulessiLo Xiandai hanyu cidian 现代汉语词典, o ‘Dizionario di cinese moderno’, è comunemente considerato uno dei più autorevoli dizionari di medio formato che raccoglie il lessico e i significati della lingua cinese standard e moderna, o putonghua 普通话 (lett. ‘lingua, parlata comune’). Oltre ad aspetti formali e inerenti alla sua qualità lessicografica, garantita anche dalle istituzioni coinvolte nella sua realizzazione, l’autorevolezza in genere riconosciuta a questo prodotto è senz’altro indissolubilmente legata al particolare valore storico che questo assume nel panorama, non solo lessicografico, ma anche sociale e politico della Repubblica popolare cinese.

A metà degli anni Cinquanta del XX secolo, la classe dirigente della Repubblica popolare cinese (fondata nell’ottobre 1949) decise di avviare formalmente una riforma della lingua, che, ufficialmente, si poneva tre obiettivi principali: la standardizzazione e popolarizzazione della lingua standard (il putonghua), la semplificazione dei caratteri cinesi e l’adozione di un sistema di trascrizione fonetica (poi identificato nello Hanyu pinyin 汉语拼音). Non si trattava di certo di obiettivi nuovi: nei decenni precedenti, in particolare nel corso dell’ultima fase della dinastia Qing (1644-1912) e ancor più all’epoca della Repubblica di Cina (1912-1949), la questione della adozione di una lingua comune, scritta e parlata, sul territorio cinese, era stata al centro di intensi dibattiti e iniziative promosse da personalità intellettuali e politiche del tempo, iniziative che avevano, in diversi casi, condotto all’elaborazione di proposte concrete e innovative in questo ambito. Con la fondazione della Repubblica popolare, all’inizio degli anni Cinquanta la questione della lingua tornò a imporsi come esigenza sociale (e politica) per la nuova dirigenza del paese. La condivisione di una lingua comune, così come la semplificazione dei caratteri e l’adozione di un sistema di trascrizione fonetica che potessero andare a beneficio del monumentale progetto di alfabetizzazione della popolazione si configurarono come essenziali nel quadro della costruzione della nuova nazione e in funzione della realizzazione degli obiettivi sociali e politici del Partito comunista cinese, ora alla guida del paese.

Fu quindi in tale contesto che, con una direttiva del Consiglio di Stato del 1956, all’Istituto di linguistica, al tempo appartenente all’Accademia delle scienze (l’Accademia delle scienze sociali sarebbe stata fondata solo nel 1977) venne affidato il compito di avviare i lavori di compilazione per la realizzazione di un dizionario che potesse contribuire alla diffusione, tra la popolazione, della lingua cinese standard, ovvero quello che sarebbe divenuto lo Xiandai hanyu cidian. Sebbene il comitato editoriale completò le prime bozze del manoscritto già sul finire degli anni Cinquanta, la prima edizione ufficiale venne pubblicata dalla Commercial Press solo nel 1978, due anni dopo la morte di Mao Zedong e la conclusione del turbolento capitolo della Rivoluzione culturale in Cina. La storia del dizionario, però, non si esaurì affatto nella pubblicazione della prima edizione. Nel corso di questi oltre quarant’anni, infatti, il testo di quest’opera lessicografica è stato sottoposto a diversi processi di revisione, il più recente dei quali portò alla pubblicazione, nel 2016, della sua settima e più recente edizione.

Nell’ambito del discorso specialistico e accademico cinese e, in una certa misura, anche in quello pubblico, il dizionario viene di frequente presentato come una pietra miliare della storia della lessicografia cinese moderna, che, raccogliendo l’eredità di una tradizione lessicografica millenaria, è stato (e continua ancora oggi ad essere) uno strumento essenziale per la promozione e l’insegnamento della lingua comune della Repubblica popolare cinese, sul piano lessicale, fonetico, grafico e, non da ultimo, dei suoi significati. Sebbene il progetto per la diffusione della lingua cinese standard sul territorio della Repubblica popolare cinese abbia visto, nei decenni, una implementazione pervasiva e capillare, non bisogna dimenticare che la Cina continua a essere un paese multilingue e che, anche per tale ragione, le politiche linguistiche e le questioni inerenti alla standardizzazione linguistica continuano a rivestire una particolare rilevanza nell’ambito dell’agenda della dirigenza politica. Forse, allora, non deve stupire il fatto che, in tempi piuttosto recenti, questo dizionario sia stato di nuovo al centro di discussioni e polemiche che hanno scavalcato anche i confini degli ambienti specialistici. Uno degli esempi più interessanti è sicuramente quanto accadde in seguito alla pubblicazione della sesta edizione nel 2012; In tale occasione, infatti, si poté assistere, da un lato, a dibattiti in merito all’inclusione nella nuova edizione di quello che molti ritenevano essere un numero eccessivo di neologismi della lingua cinese e, dall’altro, alle accuse mosse da parte di un gruppo di oltre cento studiosi ed esperti nei confronti del comitato editoriale dello Xiandai hanyu cidian, in relazione alla presenza di una appendice al volume contenente numerosi lemmi composti interamente o contenenti lettere dell’alfabeto latino; seppur inseriti nel dizionario perché comunemente in uso nella lingua cinese, secondo i critici, l’inclusione di questi lemmi avrebbe persino potuto costituire una violazione della Legge sulla lingua della Repubblica popolare cinese.

È quindi evidente che, seppur nell’ambito di un panorama e di un mercato lessicografico sempre più ricco e diversificato come quello cinese, lo Xiandai hanyu cidian continua a occupare una posizione di primo piano, quale strumento che si rivolge tanto agli specialisti quanto, e soprattutto, alla sconfinata platea di utenti di differente livello culturale e linguistico, sia all’interno sia all’esterno dei confini nazionali. In questo senso, i comitati editoriali che negli anni si sono avvicendati nella revisione del dizionario hanno in più occasioni sottolineato l’importanza di garantire che i contenuti dell’opera si mantenessero al passo con i tempi. Sempre in quest’ottica può essere interpretata, ad esempio, anche la decisione di rilasciare nel 2019 la prima edizione digitale dello Xiandai hanyu cidian, disponibile agli utenti attraverso una applicazione per smartphone.

Infine, tra gli elementi che contribuiscono alla condivisa percezione dell’autorevolezza che, nei decenni, quest’opera lessicografica ha continuato a conservare è utile non perdere di vista il legame tra quest’opera e il potere politico. A spromuovere e attuare la sua compilazione è, infatti, l’Istituto di linguistica dell’Accademia cinese delle scienze sociali, istituzione posta sotto il diretto controllo del Consiglio di Stato, ovvero il governo della Repubblica popolare cinese.

Quale approccio lessicografico adotta il dizionario?
Tra le prime righe della prefazione alla prima edizione dello Xiandai hanyu cidian (1978) si legge: “Questo dizionario si pone al servizio della diffusione del putonghua e della promozione della standardizzazione linguistica”. Il comitato editoriale adottò, dunque, un approccio lessicografico marcatamente normativo o prescrittivo, prefissandosi come obiettivi primari la definizione e la promozione dello standard in ambito linguistico, sul piano grafico, fonetico e semantico. La sua stessa natura di dizionario di lingua standard lo configura, necessariamente, come un’opera dall’impostazione e dall’intento essenzialmente prescrittivo.

Anche in seguito alla pubblicazione della prima edizione alla fine degli anni Settanta del XX secolo, il dizionario continuò a porsi esplicitamente come dizionario normativo; la sua funzione, anche nel XXI secolo, è dichiaratamente quella di continuare a fornire un supporto al processo di standardizzazione della lingua cinese, anche attraverso la capacità recepire e implementare le direttive delle istituzioni statali in materia linguistica nel corso dei processi di revisione. Detto ciò, nell’ambito della sconfinata letteratura accademica dedicata allo Xiandai hanyu cidian è emersa, negli anni, anche la visione secondo cui la sua impostazione prettamente prescrittiva sarebbe andata parzialmente attenuandosi nelle edizioni più recenti, in favore di un approccio che, per certi aspetti, si mostra relativamente più descrittivo.

In che modo il progetto editoriale ha subito, nelle fasi che portarono alla pubblicazione della prima edizione, l’influenza del clima politico del tempo?
Come è noto, all’epoca della Rivoluzione culturale (1966-1976), l’instabilità e le lotte politiche interne alla dirigenza del Partito comunista cinese influenzarono pesantemente numerosi aspetti della vita culturale del paese. Negli anni più turbolenti della Rivoluzione culturale, come avvenne per molti altri, anche i membri del comitato editoriale dello Xiandai hanyu cidian furono inviati per due anni in rieducazione, nell’ambito del progetto delle cosiddette ‘Scuole per i quadri del sette maggio’. Solo nel 1972 poterono rientrare a Pechino e ripresero, anche su richiesta delle istituzioni, i lavori di compilazione del dizionario. Tuttavia, alcuni eventi del 1974 causarono una nuova battuta d’arresto del progetto lessicografico.

Quell’anno la Cina fu scossa dalla campagna ‘Criticare Lin Biao, Criticare Confucio’ (Pi Lin pi Kong 批林批孔), un movimento di critica che, per l’appunto, prendeva di mira le figure di Lin Biao, personalità di spicco della politica cinese fino alla sua caduta in rovina e morte nel 1971, e di Confucio. Obiettivo esplicito del movimento del 1974 era alimentare la critica nei confronti di Lin, presentato come simbolo delle tendenze reazionarie e controrivoluzionarie, affiancando a essa anche la rinnovata critica a Confucio, comunemente considerato l’emblema di quel sistema feudale e oppressivo che aveva caratterizzato la Cina dell’epoca imperiale e prerivoluzionaria. In tale contesto, nel marzo 1974 e all’incirca un anno dopo la ristampa e la distribuzione di una edizione definita ‘di prova’ dello Xiandai hanyu cidian (una edizione provvisoria del manoscritto che circolò con l’obiettivo di raccogliere opinioni in merito alla sua qualità e i suoi contenuti), Yao Wenyuan (negli anni a venire identificato come uno dei membri della cosiddetta ‘Banda dei quattro’) firmò un documento di critica nei confronti del dizionario e del suo comitato editoriale, dando vita a una vera e propria campagna di denuncia. Attraverso alcuni testi che circolarono in quel periodo, il comitato venne essenzialmente accusato di essersi fatto portavoce, attraverso lemmi e definizioni inclusi nell’edizione di prova del 1973, di tendenze reazionarie e controrivoluzionarie. Vennero così sospese le vendite e la circolazione delle copie dell’edizione di prova, mentre alla Commercial Press, l’editore del dizionario, fu ordinato di distruggere le copie rimaste in suo possesso (fortunatamente, però, l’editore riuscì a nascondere le copie).

Il lungo processo di compilazione e revisione, avviato sul finire degli anni Cinquanta, subì quindi un nuovo e pesante rallentamento. In particolare, nel 1975 venne creato un nuovo gruppo di revisione del dizionario, nel quale ai lessicografi furono affiancati rappresentanti delle masse (contadini, operai, membri dell’esercito), con l’obiettivo di giungere alla realizzazione di un prodotto lessicografico che, secondo l’interpretazione dell’epoca, fosse realmente in grado di riflettere le necessità delle masse e di dare corretta espressione alle istanze rivoluzionarie e della lotta di classe, rifuggendo tendenze reazionarie.

Come si è riflettuta, sul progetto editoriale, l’evoluzione del discorso lessicografico in relazione ai cambiamenti nel discorso politico e istituzionale della Repubblica popolare cinese?
Il caso di studio presentato nel libro prende in esame un campione di lemmi e le loro definizioni nelle differenti edizioni dello Xiandai hanyu cidian, anche con l’obiettivo di osservare se e secondo quali modalità il discorso lessicografico sia mutato in relazione all’evoluzione del discorso politico cinese nel corso degli ultimi quarant’anni. L’analisi ha mostrato come, in diversi casi, la revisione della formulazione degli esempi d’uso inclusi nelle definizioni dei lemmi in differenti edizioni del dizionario sia stata coerente con l’evoluzione dell’interpretazione ufficiale del significato delle parole che quei lemmi rappresentano nel discorso extra-lessicografico. Nella letteratura in ambito meta-lessicografico, gli esempi d’uso sono, infatti, comunemente considerati spazi privilegiati per la manifestazione di significati ideologicamente connotati nei testi delle definizioni, e questo dizionario non fa eccezione. In altri casi, la coerenza con il discorso politico e istituzionale si manifesta nella formulazione stessa dei testi delle definizioni e degli enunciati che ne presentano la singola o le differenti accezioni. In maniera simile, ho potuto constatare come la rilevanza che determinati fenomeni e concetti hanno, nei decenni, assunto nel contesto sociale e politico cinese, ha portato all’inclusione di nuovi lemmi, soprattutto nelle edizioni più recenti del dizionario. Infine, un ulteriore elemento di interesse emerso dall’analisi è senza dubbio rappresentato da quelle voci lessicografiche che mostrano di essere rimaste totalmente o sostanzialmente invariate nella storia del dizionario e, quindi, in tutte le edizioni. Si tratta, in particolare, di parole che sono intrinsecamente connesse alla storia rivoluzionaria della Cina, del Partito comunista cinese e dell’epoca maoista, come ‘controrivoluzionario’ (fangeming 反革命) o ‘classe del proletariato’ (wuchan jieji 无产阶级). Queste, pur avendo gradualmente perso di centralità nel discorso politico ufficiale della dirigenza politica della Repubblica popolare cinese, sono parole che hanno subito un processo di cristallizzazione, continuando a rivestire una particolare importanza in relazione alla storia rivoluzionaria, una storia in cui il Partito comunista cinese continua, ancora oggi, a trovare importanti elementi di legittimazione del proprio potere.

Chiara Bertulessi è assegnista di ricerca di Lingua cinese presso l’Università degli Studi di Milano, dove si sta dedicando principalmente allo studio del discorso politico ufficiale sul tema dell’istruzione nella Cina contemporanea. Nel 2020 ha conseguito il Dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano, specializzandosi in lessicografia critica cinese. I suoi interessi di ricerca e le sue pubblicazioni sono incentrati sulla lessicografia cinese e sull’analisi del discorso politico cinese contemporaneo.

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