L'etica tra genetica e neuroscienze. Libero arbitrio, responsabilità, generazione, Filippo MagniProf. Filippo Magni, Lei è autore del libro L’etica tra genetica e neuroscienze. Libero arbitrio, responsabilità, generazione edito da Carocci: quale contributo alla riflessione morale stanno offrendo i più recenti sviluppi delle scienze biologiche?
Le scienze biologiche stanno offrendo un contributo rilevante all’etica, una volta ovviamente che la riflessione filosofica non si consideri autosufficiente ma si ponga in continuità con la ricerca scientifica, con i metodi e i risultati delle scienze naturali. Ma tale contributo è anche diverso a seconda del tipo di problemi che la riflessione morale viene ad affrontare. Il libro mette insieme tre percorsi di ricerca in cui si palesa sia rilevanza sia la diversità di questo contributo: la libertà del volere, la responsabilità morale, e l’estensione della responsabilità al tema della generazione umana. La prospettiva che in esso viene proposta è un’interazione tra la scienza e la filosofia. L’etica filosofica deve tenere conto in maniera rilevante del lavoro della scienza, anzi in maniera più rilevante rispetto a quanto viene fatto sovente nelle trattazioni filosofiche di queste tematiche, tutte tese a salvaguardare aree di pertinenza esclusiva della filosofia e a mettere in luce i limiti degli approcci scientifici e sperimentali; ma rivendica per se stessa un lavoro di meta-riflessione e di analisi delle principali nozioni coinvolte, indispensabile alla stessa ricerca scientifica.

Quali sfide etiche pongono i percorsi di ricerca riguardo la libertà del volere, la responsabilità morale e l’estensione della responsabilità alla generazione umana?
Pongono sfide urgenti, ma differenti. Hume diceva che quella della libertà del volere è «la più controversa questione di metafisica, la più controversa delle scienze», ma la ricerca neuro-scientifica propone oggi di affrontarla in modo nuovo e addirittura di risolverla. Tale soluzione è ritenuta possibile perché la questione viene specificata e spostata dalla metafisica alla scienza sperimentale: in che misura è vero il determinismo neuro-biologico, e in che misura è vera la libertà della volontà umana? Come può essere confermata o confutata l’una o l’altra delle due tesi? La questione è empirica, e la risposta spetta alle scienze che studiano il comportamento umano, in particolare il funzionamento della mente, e dunque del cervello. Una delle novità della ricerca neuro-biologica degli ultimi anni è stata quella di proporre esperimenti scientifici che, attraverso tecniche di neuro-immagine, avanzerebbero un contributo concreto alla soluzione del problema: l’homo sapiens non avrebbe una volontà indipendente da connessioni causali che avvengono tra le cellule cerebrali prima della consapevolezza soggettiva, connessioni causali che sono osservabili nelle aree del cervello coinvolte e che consentono di prevedere cosa il soggetto sceglierà. L’analisi filosofica consente però di proporre un’interpretazione naturalistica del libero arbitrio che è compatibile con un quadro di necessità naturale, anche qualora tali risultati fossero confermati.

Il contributo delle scienze biologiche al tema della libertà del volere è dunque rilevante e diretto; quello che possono dare al tema della responsabilità morale è, invece, si sostiene nel libro, solo indiretto. Diversamente dal libero arbitrio, l’attribuzione della responsabilità non è questione di verità o falsità, ma questione di cosa è bene o male fare: non è questione empirica, ma normativa. Questo riduce il contributo che la ricerca scientifica può dare alla sua soluzione, che è limitato all’osservazione della effettiva presenza dei requisiti ritenuti necessari per il darsi della responsabilità (a seconda delle varie teorie: l’assenza di determinismo causale, l’esistenza del libero arbitrio, la presenza di possibilità alternative, il controllo della scelta e così via). Ma quale di essi debba essere riconosciuto come requisito indispensabile dipende da decisioni normative di fondo e non dalla scienza.

Indiretto è anche il contributo che la ricerca biologica dà all’estensione della responsabilità morale al tema della generazione umana. Le conoscenze genetiche e neuro-genetiche, e le tecniche di intervento che su queste conoscenze sono state messe a punto, consentono possibilità di selezione e trasformazione delle caratteristiche biologiche umane (e più in generale degli esseri viventi) fino a pochi decenni fa impensabili. Come devono essere valutate queste conseguenze? Che tipo di soluzioni consentono alla questione della generazione umana? Inoltre, ogni generazione di un nuovo individuo incide sull’identità di chi ci sarà in futuro, e inserisce l’etica della riproduzione all’interno del grande tema del trattamento etico delle generazioni future. Di fronte a questa estensione della responsabilità, viene difeso un approccio non conservatore riguardo alle possibilità applicative delle tecniche genetiche e un approccio person-affecting alle questioni della responsabilità procreativa.

In che modo i risultati delle scienze naturali consentono un’interpretazione naturalistica del libero arbitrio?
Come il concetto di determinismo, anche il concetto di libero arbitrio può essere riformulato in termini non metafisici, separandolo dalla tradizionale opposizione alla dottrina della necessità causale degli eventi. Si sarebbe così in grado di individuare una nozione di libertà del volere la cui presenza può essere accertata attraverso la ricerca empirica. Vi è dunque un senso naturalistico di libero arbitrio, il quale si basa su una interpretazione non metafisica delle due condizioni che molti ritengono necessarie a definire la libertà di volere: a) l’esistenza di possibilità alternative, la possibilità cioè di volere altrimenti rispetto a come di fatto si vuole; e b) il controllo consapevole della volontà da parte del soggetto agente. Il requisito delle possibilità alternative può essere reso in termini empirici facendo riferimento all’opportunità di volere (cioè alla presenza di circostanze eterne favorevoli: assenza di minacce, presenza di requisiti culturali ecc.), e alla capacità di volere (alla presenza di condizioni interne): è una distinzione che si deve a un importante filosofo britannico del Novecento, J. L. Austin. Un agente può volere altrimenti se vi sono circostanze esterne favorevoli, cioè se ha l’opportunità di volere altrimenti; e se vi sono caratteristiche psico-fisiche interne, cioè se ha la capacità di volere altrimenti. Analogamente, il requisito di controllo del soggetto sulla volontà coincide con l’area in cui il soggetto si sente dotato della opportunità e della capacità di volere: non a caso, in soggetti privi di questa caratteristica, perché minacciati, malati, sottoposti a dipendenza da droghe o alcool, manca anche la sensazione di controllo della volontà.

Le modalità della possibilità che fanno riferimento all’opportunità e alla capacità vengono dette ‘modalità dinamiche’. Nel libro propongo allora di identificare questo concetto naturalistico di libertà del volere con quella che può essere chiamata libertà dinamica. La presenza di una tale libertà non è questione metafisica, ma empirica, da verificare caso per caso, in relazione alla volontà particolare che è in gioco: non tutti ne sono in possesso, o ne sono in possesso in ogni circostanza. Si ha una maggiore o minore libertà dinamica a seconda della maggiore o minore opportunità e capacità possedute dall’agente. L’essere in possesso di libero arbitrio non è una affermazione categorica (sì o no), ma graduale e comparativa (più o meno).

Quali modelli normativi impliciti in ogni attribuzione di responsabilità mette in luce la prospettiva delineata dalle scienze biologiche?
Non è tanto la prospettiva delineata dalle scienze biologiche, ma la riflessione filosofica collegata al problema della responsabilità morale e agli esperimenti mentali che sono stati proposti per la sua soluzione che mette in luce la presenza di una rete di concetti normativi interconnessi. La questione della compatibilità tra determinismo e responsabilità, ad esempio, che a prima vista appare una questione empirica è in realtà una questione che risente dell’adozione di concezioni normative sulla giustificazione dell’attribuzione di responsabilità: la concezione retribuzionistica (secondo cui l’attribuzione della responsabilità si giustifica in funzione della compensazione del torto o del beneficio causato) o la concezione conseguenzialistica (secondo cui l’attribuzione di responsabilità si giustifica in funzione delle sue conseguenze, ad esempio in funzione della correzione dell’agente o della prevenzione dell’atto). Concezioni a loro volta connesse con i grandi modelli etico-normativi del deontologismo e del conseguenzialismo.

L’adozione di una o l’altra di queste concezioni stabilisce i requisiti ritenuti indispensabili per l’attribuzione della responsabilità (assenza di determinismo, libero arbitrio, possibilità alternative, controllo, ecc.). La giustificazione di un modello rispetto ad altri modelli alternativi è olistica e dipende da scelte normative fondamentali interconnesse le une con le altre. In questo senso, anche la compatibilità della responsabilità morale col determinismo diventa una questione normativa.

In cosa si traduce un approccio person-affecting alle questioni della responsabilità procreativa?
La scelta del se e quando avere un figlio e la scelta di quale figlio avere (possibilità quest’ultima offerta dalla diagnosi genetica pre-impianto abbinata alla fecondazione artificiale in vitro) richiede l’estensione della responsabilità morale all’ambito riproduttivo e la messa in discussione una tesi tradizionale: che sia sempre un bene avere un figlio. Le decisioni riproduttive sono correlate al problema che le nostre azioni presenti possono incidere sull’identità delle persone future (il cosiddetto problema della non-identità). Come conseguenza, queste decisioni portano con sé la necessità di distinguere diverse prospettive nell’etica della riproduzione: una prospettiva person-affecting (o, come propongo di tradurre, di ‘incidenza-personale’) e una prospettiva impersonale. Una prospettiva di incidenza-personale afferma che un’azione è giusta o sbagliata solo se c’è, o ci sarà, una persona su cui essa incide. Secondo questa concezione si può fare un beneficio o un danno solo se esiste, o esisterà, qualcuno che viene beneficiato o danneggiato. Così, non beneficiamo un bambino col generarlo (in quanto non ha senso fare una comparazione con il suo precedente stato di non esistenza), ma se la sua vita non è degna di essere vissuta col generarlo gli causiamo un danno.

Uno dei principali criteri proposti per orientare le decisioni riproduttive è il principio di beneficenza procreativa che stabilisce un obbligo morale di scegliere, tra i possibili figli che una coppia potrebbe avere, il figlio che si attende avere la vita migliore (in termini di possibile benessere futuro). Un principio di questo tipo è inteso come un principio impersonale, e dunque ammette obblighi impersonali: generare il figlio con la vita migliore renderebbe il mondo un luogo migliore, anche se non è strettamente migliore per il figlio generato. Una quattordicenne, ad esempio, avrebbe un obbligo morale di non avere un figlio oggi e di rimandare la scelta procreativa a quando potrà consentire al figlio possibile una vita migliore. Una prospettiva di questo tipo si oppone alle concezioni conservatrici che ritengono moralmente sbagliata ogni scelta concernente l’identità dei figli.

Ma quest’ultima è anche una concezione estremamente esigente. L’interpretazione di incidenza-personale della beneficenza procreativa che propongo consente invece di individuare una soluzione meno esigente, ma pur sempre favorevole a decisioni riproduttive estese all’identità dei figli. Essa stabilisce l’obbligo morale di non scegliere il figlio che si attende avere una vita non degna di essere vissuta. Questa proposta considera moralmente lecite alcune decisioni riproduttive (ad esempio, la decisione di generare un bambino sordo invece di un bambino udente), ma non altre decisioni riproduttive (ad esempio, la decisione di generare un bambino anencefalico). Dall’etica teorica si passa all’etica applicata: all’etica della riproduzione e delle generazioni future.

Sergio Filippo Magni è professore associato in Filosofia morale e presidente del Corso di Laurea in Filosofia, presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Pavia, dove insegna Bioetica e Storia delle dottrine morali. Tra le sue pubblicazioni Teorie della libertà. La discussione contemporanea (Carocci 2005, 1° ristampa 2017), Etica delle capacità. La filosofia pratica di Sen e Nussbaum (Il Mulino 2006), Il relativismo etico. Analisi e teorie nel pensiero contemporaneo (Il Mulino 2010), Bioetica (Carocci 2011, 1° ristampa 2017), Cos’è il relativismo morale (Carocci 2015).

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