L’eresia dei pauliciani. Dualismo religioso e ribellione nell’Impero bizantino, Stefano FumagalliProf. Stefano Fumagalli, Lei è autore del libro L’eresia dei pauliciani. Dualismo religioso e ribellione nell’Impero bizantino edito da Mimesis: in cosa consisteva l’eresia pauliciana?
L’eresia pauliciana è un moto religioso che le fonti bizantine ortodosse e quelle armene miafisite chiamano in questo modo: i Pauliciani chiamavano loro stessi semplicemente Cristiani, mentre riservavano il nome di Rhomei (Rhomaios, romano, ossia il cittadino dell’impero costantinopolitano erede di Roma) ai cristiani calcedoniani di tradizione greca. Era una setta organizzata sotto la guida di didaskaloi (ossia maestri), che adottavano il nome di uno dei compagni o corrispondenti di Paolo Apostolo, ed erano divisi in chiese che prendevano il nome dalle comunità ricordate appunto nelle Lettere paoline (Corinto, Laodicea, Efeso etc.). Naturalmente, la denominazione delle loro comunità dagli scritti paolini è solo simbolica: la setta si sviluppò nella regione armena e nei territori imperiali tra Eufrate e la Cappadocia. Si può dire che sostenessero un dualismo moderato, di origine forse marcionita: il mondo, creato dal Demiurgo della Genesi è triste e atroce, al massimo qualcuno può giungere a praticare la giustizia; la salvezza viene solo con Cristo, la vera cesura della storia. Essi rigettavano la Chiesa ufficiale imperiale, non avevano clero o sacerdoti, detestavano i monaci, avevano un minimo di sacramenti (battesimo considerato differente da quello calcedonese, una sorta di benedizione dei defunti e una Eucarestia soltanto simbolica, un matrimonio-contratto), avevano ‘case di preghiera’ senza immagini, svalutavano il valore della Croce. Ecco perché furono visti, da Bayle in avanti, come “Riforma prima della Riforma” Erano doceti e avevano un’esegesi dei testi sacri assai peculiare; rigettavano la Torah e detestavano i Profeti. È probabile ma non certa la loro iniziale vicinanza con il Manicheismo, religione condannata dalle leggi romane dai tempi di Diocleziano e mai riabilitata; credo sia evidente l’influsso dei seguaci di Marcione sulla nascita della loro setta, donde il rigetto delle Scritture ebraiche. Purtroppo, la edizione più recente del Vangelo di Marcione, una scelta del Nuovo Testamento ‘censurata’ di ogni accenno al Dio di Israele, è uscita in Italia quando il libro era già stato licenziato. La questione dell’influsso dell’Adozionismo di origine armena e siriaca è aperta.

Quando nacque e come si sviluppò il movimento dei seguaci di Paolo?
La fondazione della setta pauliciana si situa nel VI secolo, per le fonti armene, e alla fine del VII per gli eresiologi romei. Una presenza dell’elemento etnico armeno (una popolazione che diede basileis e alti magistrati all’impero) fu agli inizi preponderante, per poi divenire meno significativa. Di sicuro la setta ebbe uno sviluppo interno e abbiamo traccia di una “divisione” del movimento avvenuto intorno allo VIII secolo, forse una divisione tra i fedeli ‘greci’ e quelli di cultura e lingua armena. In passato la setta dei Tondrak’iani, fiorita in Armenia nel X secolo, è stata, forse non del tutto a torto, come una rimanenza o una rinascita del Paulicianesimo in terra armena. È probabile che il primo fondatore rinunciasse al legame con la cultura manichea, malgrado le fonti bizantine continuassero per secoli a chiamare i Pauliciani ‘manichei’. Tuttavia, bisogna essere cauti: per i Romei il Manicheismo era l’essenza del Male e una rapida assimilazione tra pauliciani e manichei poteva essere una comoda via per la condanna e la repressione.

Quali vicende segnarono l’esistenza dello stato pauliciano autonomo?
I Pauliciani, dopo un appeasement con un basileus abile come Costantino V, si scontrò con l’intransigenza del governo imperiale, che promosse veri e propri pogroms. I Pauliciani, in altre parole, si inserirono nella terribile lotta tra Iconoclasti e Iconoduli, parteggiando per i primi e venendo quindi danneggiati dal trionfo iconodulo dello 843, ossia di chi venerava le immagini sacre. Da quell’anno la vicenda si fa vicenda di guerra. Karbeas, un ufficiale dell’esercito imperiale che aveva saputo del supplizio del padre, si ammutinò con il suo reggimento. Venne fondata nell’est della Cappadocia Tefrice (Divrigi) attorno allo 850, la capitale di uno stato secessionista pauliciano. Fu una lotta durissima, dato che i Pauliciani (ottimi soldati) potevano avvalersi delle tradizioni militari dell’esercito imperiale: arrivarono fino ad Efeso, prima che i Romei potessero riorganizzarsi e sopraffare lo stato non solo dissenziente in materia religiosa ma apertamente secessionista.

Come si concluse la persecuzione antipauliciana?
Dobbiamo distinguere: per due volte i Pauliciani vennero trasferiti nell’area di Philippopoli, l’odierna Plovdiv, in Bulgaria ma la prima sembra tutt’altro che una punizione. Scambi di popolazione per ragioni economiche o militari erano comuni nella storia dell’impero. Di certo la repressione imperiale fu dura e provocò un esodo verso l’Armenia e i territori islamici. Alcuni reggimenti furono incorporati nell’esercito imperiale o nelle schiere degli emiri di Malatya (Melitene). I Crociati, nel 1099, si videro sfidare da strani cristiani, che, fatto per loro incomprensibile, militavano con gli Islamici. Li chiamarono Popelicani o addirittura Publicani, facendo nascere qualche equivoco.

Quale eco ebbe nei secoli successivi il movimento religioso?
I pauliciani non finirono con il loro stato. Le comunità di Plovdiv fiorirono, accosto a quelle Bogomile, i cui rapporti con il Paulicianesimo sono per me molto più problematici di quanto non siano apparsi in passato: una mera filiazione tra i due movimenti è solo una parte del problema. A Plovdiv, città divisa in tre quartieri, i Pauliciani, i Bogomili e i Monofisiti abitavano quella città magnifica (capitale della cultura europea per il 2019, e a ragione), in armonia: un ridotto eretico che Alessio I Comneno ebbe l’intelligenza di sviluppare per rafforzare il controllo della regione balcanica. I Pauliciani prosperarono per secoli, diffondendosi anche sul Danubio e nei dintorni di Plovdiv. Quando subentrarono i Turchi, essi cominciarono a parlare un bulgaro con caratteristiche proprie (presenza di armenismi) e a mantenere le proprie tradizioni. Di certo il dominio turco non era tenero con i cristiani e le autorità ortodosse non comprendevano le ragioni dell’eresia pauliciana: la comunità perse una parte della sua memoria storica e parte delle sue tradizioni religiose. In questo quadro si inserisce la Chiesa cattolica e romana, che a partire dal XIII secolo si ingerì nelle questioni religiose di Bulgaria, Serbia e Macedonia. Tanti sforzi vennero premiati nel XVII secolo, quando coraggiosi religiosi italiani cominciarono a mietere convertiti, malgrado la abortita rivolta del 1699, un fatto tragico per i cattolici pauliciani e i pauliciani. Oggi si può dire che il 90 per cento dei cattolici bulgari siano di discendenza pauliciana: essi conservano una propria peculiarità assai evidente ancora oggi, un dialetto proprio e arcaico, un folklore molto ammirato. I Bulgari tutti nutrono una riconosciuta gratitudine per quanto fecero i cattolici pauliciani e i loro italiani maestri nella nascita della cultura e della letteratura bulgara moderna. Spiace che il Papa, nella sua recente visita in Bulgaria, non abbia minimamente (a quanto io sappia) fatto cenno di questa vicenda così particolare del gregge cattolico bulgaro.

Stefano Fumagalli (1965) si è laureato in Lettere Classiche e ha perfezionato gli studi presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Insegna presso il milanese Liceo classico Carducci; bizantinista e semitista senza titoli accademici, sopravvive e attende con poca fede il Mashiah. Ha pubblicato L’Emiro e il Patriarca (Aquilegia 2008) e ha curato edizioni e traduzioni da Santayana, Al Kindi, Ibn Gabirol. Si è occupato, per Mimesis, anche di testi pitagorici e del corpus di Cipriano di Antiochia. Sta lavorando a un saggio sulla giustizia tardoantica, L’icona rivelatrice, un processo contro i pagani siriaci del VI secolo.