L’equilibrio della lucertola, Giovanni AlleviGiovanni Allevi, Lei torna in libreria con L’equilibrio della lucertola edito da Solferino: come è nato il nuovo libro?
Il libro è nato durante un periodo di totale distacco dal mondo, su un’isola dell’Atlantico. L’ansia e il panico si erano fatti insopportabili; non riuscivo più a distinguere i confini della mia personalità e banalmente mi ero accorto di non essere più in grado di restare in equilibrio su un piede solo. Per questo, mi sono rifugiato sull’isola con lo scopo di affrontare con diligenza degli esercizi quotidiani di equilibrio e fare un’ora di corsa tutti i giorni, immerso nel silenzio.
Non pensavo affatto di scrivere un libro. Ho cominciato ad annotare le intuizioni filosofiche che gli esercizi mi suggerivano, anche perché per essere sviluppate necessitavano della scrittura. Inoltre durante la corsa, l’incontro fortuito con una lucertola del luogo, ha dato avvio ad una serie di dialoghi immaginari, che giorno dopo giorno si sono dimostrati sempre più urgenti: manifestavo alla lucertola le mie inquietudini, e lei, rivelandosi un autentico guru, mi invitava a riflettere con delle risposte spiazzanti. Così è nato il libro, un autentico inno al disequilibrio.

«Il mondo sa di me più di quanto io sappia di me stesso», scrive nel libro: in che modo il percorso della narrazione l’ha aiutata a comprendersi meglio?
In questo mondo che sembra tecnologicamente avanzato, per via di una connessione virtuale sempre più invasiva, tutti noi siamo più o meno consapevolmente esposti al giudizio degli altri, ed abbiamo paura di perdere l’equilibrio e di sbagliare. È vero, c’è una grande libertà di espressione, ma il contesto, l’aria che si respira oggi è estremamente conformista: non vengono perdonate la diversità, la fragilità, l’insuccesso, l’errore. Sicuramente, scrivere il libro mi ha aiutato a prendere coscienza di questa condizione collettiva totalmente nuova, che era inimmaginabile al tempo dei nostri predecessori. Eppure, nonostante siamo tutti consapevoli di questo nuovo sentire, l’inquietudine che attraversa una intera generazione sembra non trovare un sollievo. Nel libro auspico un ritorno alla discrezione, nel silenzioso contatto con la natura, così come vissero i nostri antenati. È sicuramente un’utopia, eppure credo che nella nostra vita quotidiana sia necessario riuscire a ricavarsi un luogo o una dimensione in cui noi siamo liberi di essere totalmente noi stessi, senza dover rendere conto a nessuno. Soprattutto è necessario tornare al Nulla: di noi stessi e degli altri noi non sappiamo nulla! Giudicare o essere giudicati equivale a fare un buco nell’acqua, perché è come cercare di imporre una immagine o una definizione a qualcosa che è assolutamente mutevole e sfuggente. Nel corso di tutta la narrazione, anche se non dichiaratamente, aleggia la figura di Socrate e del suo “non sapere”.

Nel libro il disequilibrio diventa la metafora della Sua condizione: quanto pesa il successo?
In realtà, a manifestare le proprie inquietudini alla lucertola non è il musicista compositore da troppo tempo sotto i riflettori, ma una persona come tante che cerca di decifrare l’origine della propria ansia. Forse il cosiddetto “successo” non ha fatto altro che amplificare in me certi inquietanti meccanismi, che non so fino a che punto riuscirò ancora a sostenere. Per questo sono contento che il libro stia diventando il testo di riferimento di un intero popolo del tormento, di tutti quegli squilibrati che soffrono più degli altri, perché sono portati a credere che la propria fragilità e sensibilità siano un difetto. Questo libro ne rappresenta la voce, il canto, la rivincita. C’è una bellezza nascosta, nella a-normalità, che deve tornare ad esprimersi, e che sicuramente porterà il mondo verso un equilibrio ulteriore.

Musica o letteratura: cosa le provoca maggior piacere?
Il piacere sta nell’aver qualcosa da dire, indipendentemente dal mezzo di espressione che utilizziamo. Dopo aver buttato giù le prime pagine, ho sentito dentro di me che dovevo continuare a scrivere questo libro con prepotenza, come se fosse stato inevitabile, come se non ce ne sarebbero stati altri.
Nella Musica, per come la intendo io, ossia un linguaggio che si dipana attraverso le forme complesse della classicità, è tutto più difficile: il mezzo di espressione è l’orchestra sinfonica, le architetture in gioco hanno secoli di storia. Ma anche in questo caso, nella composizione sento la stessa urgenza, percepisco una spontaneità ad animarmi, un piacere. È la gioia di sbarazzarsi del buio per inseguire una luce.

Come nasce in Lei il desiderio di scrivere?
Provo a fare un esempio concreto.
Gli anni dal 2009 al 2013 sono stati i più difficili della mia carriera. Dopo aver dato seguito, con l’incoscienza e l’entusiasmo del sognatore, al mio intento estetico di un rinnovamento della tradizione classica, come risposta ho ricevuto un autentico ostracismo da parte del mondo accademico, che ha puntato alla distruzione della mia persona, prima ancora che della musica. Sapevo di aver creato una profonda spaccatura, tra i difensori della tradizione e le menti più aperte verso l’innovazione. Speravo in cuor mio di avere l’appoggio dei giovani, e invece mi sono ritrovato solo. Come reazione, in quegli anni ho vissuto la depressione e la solitudine: ero il reietto e lo sarebbe stato chiunque mi si fosse avvicinato. Incapace di scrivere una sola nota, per paura del giudizio, ho fatto anche la dolorosa esperienza della sindrome da “foglio bianco”. Quando credevo che tutto fosse perduto, all’improvviso, al risveglio da un sogno durante un viaggio aereo verso il Giappone, mi sono accorto di avere in mente una melodia per violino e orchestra. Inaspettatamente, la musica era tornata e la mia gioia è stata incontenibile! Ho iniziato a comporre, in maniera frenetica, quello che sarebbe diventato il mio Concerto in Fa minore per Violino e Orchestra. Perché l’ho fatto? Per il desiderio inconscio di essere rivalutato dal mondo accademico? Impossibile: era in corso contro di me una vera e propria guerra di religione. Per il desiderio di essere applaudito dalla gente? Ancora più difficile: un concerto per violino è una forma troppo complessa, della quale l’immaginario collettivo ha perso la memoria.
L’ho fatto perché quelle note struggenti mi hanno salvato, riportandomi alla mia vera natura: scrivere musica senza pensare né ai giudizi né alle conseguenze. Quelle note hanno avuto il potere di spazzare via il buio che si era radicato in fondo alla mia anima.
Io credo fortemente che qualunque forma di espressione, che sia Letteratura, Arte, o Ricerca Scientifica, nasca sempre dal tormento, cioè da un’anima inquieta che, proprio perché a contatto col buio, è assetata di luce.

Nel libro è l’incontro con una lucertola che le fa da «animale guida» a salvarla dalla paura di cadere: come si sfugge nella vita quotidiana alla paura di «perdere me stesso, quello che ho costruito, l’immagine che gli altri hanno di me»?
Riconoscendo quanto inutile sforzo facciamo per mantenere in piedi l’immagine che gli altri devono avere di noi. Ma in fondo, noi, degli altri, che immagine abbiamo? Labile, mutevole. Ognuno ha le proprie debolezze, i propri momenti di negatività, i propri fallimenti. Perché non dovremmo accettarli in noi stessi? Per mantenere “alto” il giudizio che altri hanno di noi? E cosa hanno fatto “gli altri” per meritare questo nostro sforzo? Per quale motivo dovrebbero essere migliori di noi? In realtà, di persone migliori di me, nella mia vita, ne ho incontrate: non erano famose, né ricche, né avvenenti. Erano persone che avevano un particolare bagliore negli occhi, e la capacità di farmi sentire speciale anche se non avevo combinato niente. Veri sciamani, angeli caduti dal cielo, impacciati in questo mondo superficiale. Soprattutto donne, da sempre in contatto con una saggezza atavica.
Nel libro emerge così più di una esortazione: abbandonare ogni peso, ogni sforzo esteriore ed accettare con leggerezza noi stessi; metterci alla ricerca di anime speciali perché il dialogo con loro può salvarci; trovare il nostro luogo sacro, in cui fare l’incontro con energie universali, ossia aprirci alla possibilità di vivere un’esperienza mistica.

È l’accettazione del disequilibrio la strada per sopportare il peso della nostra epoca?
La nostra epoca, il mondo, la nostra società, sono un macrocosmo, che funziona allo stesso modo del microcosmo rappresentato da noi stessi.
Il peso che affligge la nostra epoca, e credo ognuno di noi, è la perdita dell’autostima, legata allo smarrimento del senso della nostra presenza nel mondo.
Me ne sono accorto soffermandomi a parlare con i giovani, e soprattutto ascoltando la mia voce interiore. Sembra che ogni impegno sia vano, ogni risultato raggiunto sia precario e provvisorio. Per questo nel libro affronto il problema cruciale dell’autostima nel penultimo dialogo con la lucertola. Il peso del confronto con il mondo e con il successo degli altri si è fatto per tutti insostenibile; ecco allora che lo squilibrio, una rottura della bilancia a favore di noi stessi e della nostra unicità, può rappresentare una via di salvezza.