“L’epos impossibile. Il mito di Enea nel Novecento” di Laura Vallortigara

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Dott.ssa Laura Vallortigara, Lei è autrice del libro L’epos impossibile. Il mito di Enea nel Novecento, edito da Quodlibet: quale rilievo ha occupato, nel Novecento, nell’immaginario dell’Occidente, il mito di Enea?
L'epos impossibile. Il mito di Enea nel Novecento, Laura VallortigaraEnea ha occupato, nell’immaginario dell’Occidente, un ruolo che – parafrasando Marino Barchiesi, autore di un saggio magistrale che ha costituito il punto di partenza del mio interesse per il personaggio, I moderni alla ricerca di Enea, apparso postumo nel 1981 – è assai più ampio di ogni aspettazione. La presenza dell’eroe, certo meno eclatante ed esibita di quella di Odisseo, attraversa tutto il Novecento, tra riemersioni e inabissamenti che caratterizzano una ricezione assai vivace e significativa, forse perché Enea, per la ricchezza del tratto con cui Virgilio l’ha delineato, ha saputo prestarsi a innumerevoli declinazioni: è il profugo in fuga dalla guerra, lo sconfitto, il pius per eccellenza che prende sulle spalle il padre («sacerdote in abito di guerriero» lo definì Concetto Marchesi), ma anche il comandante valoroso in battaglia, il vincitore spietato e, agli occhi di Didone, l’amante crudele.

Accanto ad Enea sta, naturalmente, anche Virgilio, che negli anni difficili dell’entre-deux-guerres diventa, in forza del potere aggregante dei simboli, un punto di riferimento imprescindibile per molti autori, che oppongono al caos dilagante in Europa – tra fragilità politiche sempre più scoperte e senso di una fine ormai imminente, a cui aveva concorso (e non poco) un testo fortunato come Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler – la centralità e la solidità della tradizione classica e, in particolare, di quella virgiliana. In questo contesto di crisi, Virgilio – «the classic of all Europe», nella celebre definizione data da T. S. Eliot – diventava il simbolo di una unità su cui fondare la capacità di resistenza e riscatto dell’Europa.

Quale immagine propagandò di Virgilio il regime fascista?
Com’è noto, la tradizione romana, con i suoi miti e i suoi simboli, è stata inserita precocemente nel bagaglio ideologico del regime, fin dalla stabilizzazione del movimento in partito agli inizi degli anni Venti. Con il tempo, questa strumentalizzazione è divenuta più esplicita e massiccia. Nel 1930, anno in cui si celebra il bimillenario della nascita di Virgilio, il regime ha l’occasione preziosa di presentarsi quale unico erede di quella tradizione e di rivendicare con insistenza una continuità che in realtà corrisponde ad una pretestuosa falsificazione: Virgilio viene celebrato come vate italiano, «poeta di Stirpe, […] primo della Nazione» e l’Eneide diventa una «glorificazione poetica della Storia nazionale». Il fascismo annulla, dunque, ogni distanza storica e propone del poeta latino un’immagine funzionale a sostenere obiettivi, temi e priorità politiche del regime: il ruralismo, la legittimità della missione imperiale, compiuta per «spirito di civiltà», la cristianità di Roma, la superiorità dell’Italia nel consesso europeo… Lo sforzo organizzativo ed economico profuso dal regime durante il bimillenario è davvero ingente: il ventaglio di iniziative previste è molto ampio, commemorazioni, convegni e nuove pubblicazioni vengono incoraggiate e sostenute attivamente dal regime, spesso nell’ottica di quella ossessiva e anacronistica continuità cui facevo riferimento prima. Il concorso “Erwing Virgil Neal”, intitolato all’industriale americano che lo finanziò, premia ad esempio la miglior opera letteraria ispirata al tema “Il poema eroico di Virgilio e il suo sentimento latino e mediterraneo in relazione al sentimento ed alle idealità della nuova Italia di Benito Mussolini”. È dunque un ritratto appiattito sulle esigenze ideologiche del presente quello messo a punto dal regime attraverso i suoi interpreti più fedeli: gli interventi più sbilanciati, in questa direzione, sono quelli di Ettore Romagnoli e di Emilio Bodrero, di cui nel saggio ripercorro alcuni snodi. La lettura trionfalistica dell’autore e dell’opera, in particolare dell’Eneide, comportava anche, com’è prevedibile, una entusiastica e rigorosa difesa del suo eroe, Enea. Contro coloro che ne sottolineavano le umanissime e sofferte incertezze, i dubbi, i tentennamenti, ecco che ci si affretta ad affermare che «Virgilio fu il primo ad insegnare lo spirito di sacrifizio per l’idea» e che Enea è «un eroe martire», come «le giovani reclute che coprirono di grigio-verde la destra del Piave, per sbarrare la via all’invasione nemica»: nel ritratto del «forte Enea», «santo nel patire e forte nell’agire», come lo definì Achille Beltrami, ricorre ossessivamente l’esaltazione del senso del dovere e dello spirito di sacrificio, qualità che avevano acquisito un rilievo centrale nella proposta di un nuovo modello di comportamento realizzato dal regime. In questa prospettiva, come osservava Oddone Tesini in uno dei testi commemorativi redatti in occasione del bimillenario, «la presente rievocazione virgiliana è particolarmente fatta per il popolo che lavora e per i suoi figli, piccoli italiani nuovi […], perché, sull’esempio dei piccoli romani antichi abbiano a crescere cittadini degni dell’Italia, figlia di Roma».

In che modo poeti come Giorgio Caproni e Giuseppe Ungaretti restituirono senso e significato alla tradizione classica e in particolare all’eredità virgiliana?
Giuseppe Ungaretti e Giorgio Caproni riescono a recuperare, in momenti diversi, un dialogo profondo e autentico con l’opera virgiliana, sottraendola alla lettura ideologica sviluppata dal regime soprattutto a partire dal 1930, anno del bimillenario.

Per Ungaretti, vanno distinte alcune fasi in questo processo di recupero e confronto con la l’opera virgiliana: inizialmente l’interesse del poeta per Virgilio si manifesta nella scrittura odeporica, nelle prose di viaggio pubblicate sulla «Gazzetta del popolo» nel 1932 e in seguito raccolte nel volume Il povero nella città (1949). La presenza dell’Eneide, tuttavia, emerge anche nella produzione poetica e in particolare nella raccolta che, progettata fin dagli anni Trenta, vedrà la luce soltanto nel 1950, La Terra Promessa: qui si accampano con forza figure quali Palinuro e Didone, a cui il poeta affida la propria riflessione sui temi della fedeltà e della solitudine, della vita, del trascorrere del tempo e del consumarsi e perire. Il grande assente, in questo affresco, è proprio Enea, figura progettata e infine non realizzata in versi: mutate le condizioni del fare poesia (la stesura della Terra Promessa viene interrotta dai lutti che sono al centro della raccolta intitolata significativamente Il dolore, apparsa nel 1947), per Ungaretti non è più possibile dare voce all’eroe che «è bellezza, giovinezza, ingenuità sempre in cerca di Terra Promessa». Ungaretti trova dunque nei personaggi virgiliani degli interlocutori che gli consentono di dare voce alle grandi domande che pertengono alla vita d’un uomo.

L’interesse di Caproni, invece, riguarda soprattutto la figura di Enea, a cui il poeta dedica numerosi articoli apparsi su quotidiani e riviste, a partire dai quali verrà poi sviluppata anche una riflessione in versi che porta a Il passaggio d’Enea, raccolta pubblicata nel 1956. Caproni è colpito non dal mito, ma dalla «verità di Enea», da ciò che il personaggio rappresenta e concretamente mostra attraverso quel «monumentino» che ancora si può ammirare in piazza Bandiera a Genova e in cui l’autore si imbatte, quasi per caso, nell’estate del 1948. È un eroe fragile, profondamente umano, simbolo di una solitudine generazionale e drammatica: Caproni vede in Enea non il coraggioso guerriero che tenta un’estrema difesa di Troia, né il capo valoroso che conduce senza esitazioni i suoi uomini verso la meta promessa dal destino, ma l’esule dall’incerto cammino, il profugo che teme nel cuore per la sorte del figlioletto e dell’anziano padre e che pure non può smettere di andare. È un «uomo come noi»: una distanza siderale separa questo Enea dall’eroe incontrato sulle pagine delle antologie della scuola fascista!

Di quali narrazioni e metamorfosi è stato oggetto il personaggio di Enea nella letteratura del Novecento?
Il pio Enea non è sempre stato giudicato tale da tutti! Nel quarto capitolo del saggio mi occupo in particolare di testi che hanno in qualche modo messo in discussione la caratterizzazione dell’eroe e la sua condotta. Tra gli autori presi in considerazione compare, ad esempio, Luigi Malerba, che nel romanzo Salto mortale, edito nel 1968 da Bompiani, inserisce una gustosissima parodia dell’Eneide, ripercorsa in modo scorciato e ridotta a storia di «Quel Tale arrivato in Africa attraverso il mare» che incontra «una donna africana molto gentile», ovvero Didone. La corrosione del nome è il segnale di una presa di distanza ironica dalla monumentalità del mito e dalla sua esemplarità: «che strano tipo Quel Tale» – commenta il narratore – «con quella regina si comporta come un cane». Le vicende del mito sembrano ridursi a pettegolezzo di paese ed Enea è ormai lontano dall’indicare, come in passato, un modello virtuoso di comportamento.

Come Malerba, anche altri autori – oltre allo scrittore di Berceto, nel saggio vengono presentati Gadda, Gramigna, Vassalli – contestano la statura morale del personaggio, tanto che Giuliano Gramigna, ad esempio, rovescia del tutto la caratterizzazione dell’eroe fin dalla soglia del titolo del suo romanzo, L’empio Enea (Rizzoli 1972).

Quali tracce di Enea è possibile rinvenire nella contemporaneità?
Il capitolo conclusivo del saggio è dedicato proprio alle tracce di Enea nella contemporaneità, in particolare nella poesia (vi compaiono autori quali Sinigaglia, Mussapi, Conte, Rossi, De Signoribus, Sica, Attanasio e Guidacci, che dedica alla solitudine tormentata e piena di dubbi di Enea alcuni magnifici testi che appartengono alla raccolta Il buio e lo splendore, pubblicata da Garzanti nel 1989) e nel teatro (in particolare, mi sono soffermata su L’Énèide d’après Virgile del drammaturgo canadese Olivier Kemeid, pubblicata nel 2008, da cui nel 2017 è stato tratto uno spettacolo, per la regia di Emanuela Giordano, messo in scena al Teatro Argentino di Roma). È una rassegna che non può che essere incompleta e parziale, suscettibile di future integrazioni: accostandosi al mito, ogni autore e ogni epoca tendono a rielaborarlo alla luce di nuove prospettive e sollecitazioni. Le notizie che ci giungono, drammaticamente, dalla cronaca di tutti i giorni – i naufragi che accadono davanti agli occhi della «civile fortezza occidentale», come la definisce De Signoribus, senza che l’Europa dal «cuore ben armato» riesca ad agire – si sovrascrivono alla storia di Enea, caricandola di un significato che travalica i confini del mito per raccontarci del nostro presente.

Il personaggio virgiliano continua insomma a parlarci e ad invitarci a riflettere, aiutandoci a comprendere meglio noi stessi (il nostro essere uomini) e la nostra visione del mondo.

Laura Vallortigara ha conseguito il dottorato di ricerca in Italianistica nel 2017, presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, in cotutela con l’Université de Lausanne. Ha svolto attività di ricerca come assegnista presso l’Università di Milano-Bicocca dal 2018 al 2021, con un progetto dedicato allo studio dell’opera di Giuliano Scabia a partire da materiali d’archivio. Si è occupata di ricezione del classico, di poesia e narrativa contemporanea e di onomastica letteraria.

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