Dott. Lorenzo Luatti, Lei è autore del libro L’emigrazione nei libri di scuola per l’Italia e per gli italiani all’estero. Ideologie, pedagogie, rappresentazioni, cronache editoriali, edito da Tau, che racconta la storia dell’emigrazione italiana attraverso i libri di scuola: qual è l’immagine del nostro Paese che ne emerge?
L'emigrazione nei libri di scuola per l'Italia e per gli italiani all'estero, Lorenzo LuattiEmerge, in primo luogo, l’immagine di un Paese paternalistico e “bacchettone”, di una classe dirigente impaurita e arroccata nella difesa dei propri privilegi, incapace di comprendere le motivazioni che, a partire soprattutto dagli ultimi decenni dell’‘800 e per tutto il primo decennio del ‘900, portarono centinaia di migliaia di lavoratori e di famiglie italiane ad emigrare verso l’estero.
A scuola la tematica emigratoria diventa innanzi tutto un motivo patetico delle letture, ferme alla commiserazione per l’abbandono del suolo natio, con intonazioni angosciose e di lacrimevole pietà, inclini ad esagerare il versante drammatico, e che ha i suoi momenti apicali nell’addio dell’emigrante alla propria casa e alla terra natia, nell’imbarco e nel viaggio transoceanico. Difficilmente l’alunno poteva leggere nel libro di testo un qualsiasi riferimento critico alle motivazioni profonde che costringevano tanta gente a lasciare l’Italia, alle drammatiche condizioni materiali in cui versavano, al secolare sfruttamento dei contadini da parte del mondo padronale terriero e alla necessità di riforme che affrontassero il problema sociale, economico e proprietario di fondo.

Gli emigranti sono gli “esuli”, sono i “naufraghi della vita”; la figura del migrante è definita dall’assenza, dalla perdita e dalla separazione rispetto alla patria, alla civiltà, alla famiglia. La visione delle scene della partenza dei migranti è un topos immancabile dei libri di lettura per la scuola di cui si offrono descrizioni meste e malinconiche – una massa stanca, riluttante, esasperata, affamata, spaurita e ignorante –, generalmente mutuate nei toni, nello stile e nei codici linguistici e ideologici dall’opera di De Amicis, con vistosi calchi dalla lirica “Gli emigranti” (1880), dagli accenti ostentatamente melodrammatici, piuttosto che dal romanzo best-seller “Sull’Oceano” (1889), dalle pagine sostenute sul piano sociale. L’evento migratorio come generatore di lutti e disgrazie, come shock linguistico-culturale e perdita d’identità è un topos socio-antropologico “fondativo” e a lungo egemone nel racconto d’emigrazione, e segnatamente nelle letture scolastiche almeno fino al secondo decennio del Novecento.

Il messaggio ricorrente nei libri scolastici è di un deciso scoraggiamento all’emigrazione, una svalutazione aprioristica della possibilità di conoscenza e decisione autonoma dei contadini e dei lavoratori: gli autori dei testi scolastici sono assai determinati nel mettere in guardia il popolo contro la tentazione di fuggire dal proprio stato, perché ogni fuga è destinata a tragiche conseguenze. In questo senso essi facevano eco e rafforzavano la vulgata antiemigratoria di ampi settori del clero italiano, della classe dirigente e poi dei conservatori agrari: i contadini sono ritenuti incapaci di trovare la strada delle Americhe senza essere raggirati, come si leggeva in alcuni testi scolastici di fine ‘800, “sobillati da immondi mercanti di carne umana”, o “abbindolati da certi trucconi che fanno alle loro spalle disonesti guadagni”. L’emigrazione e il sogno di un “altrove” come possibile ma vana via di fuga dalla miseria può nascere solo da una congiura o da un’illusione, ovvero dall’illusione creata ad arte dagli agenti di emigrazione, primo motore di ogni male, veri e propri “capri espiatori” e tra i più diffusi stereotipi antiemigrazionistici. Di fondo, tra gli uomini di potere, alle cui posizioni culturali e politico-ideologiche i libri di scuola in gran parte si rifacevano, era diffusa l’idea che l’emigrazione fosse una disgrazia, un’emorragia, un imperialismo degli impotenti, o più semplicemente pensavano che ci fosse qualcosa di sovversivo nel fatto che della gente comune lavorasse in posti di sua scelta. Una calamità sociale, dunque, come sostenevano le voci più pessimistiche e interessate – espressione di quella media e grande proprietà terriera che l’esodo metteva in crisi –, che all’emigrazione riconducevano un effetto spirale a catena nefastissimo sul territorio e lo status quo; una scelleratezza, una sciocca e temeraria presunzione, immotivata “febbre” o infatuazione collettiva, perché era nel saper stare al proprio posto, nell’accontentarsi della propria condizione di “natura” che albergava la felicità.

In quanto fattore di disgregazione familiare e sociale e di cesura del legame con il paese d’origine – spesso considerata alla stregua di un “tradimento” –, l’emigrazione all’estero determinava un vulnus al nucleo valoriale e ideologico delle classi dominanti. Essa inoltre, mettendo a nudo i mali della giovane nazione, spesso a mala pena celati, tra i quali l’analfabetismo, piaga sociale che colpiva le classi lavoratrici più povere, rendeva di pubblico dominio lo stato di arretratezza dell’Italia; questa “esportazione di miseria” comprometteva l’immagine e la reputazione del paese (e della sua classe dirigente) agli occhi delle nazioni più progredite. Si venne così a formare, anche sul fenomeno in argomento, una sorta di “santa” alleanza dell’antiemigrazionismo tra le classi dominanti colte (scrittori, giornalisti, uomini e donne di scuola, intellettuali…), le classi dirigenti politiche, il clero e i grandi possidenti e notabili terrieri; tutti concordi, tranne poche eccezioni, nel considerare l’emigrazione una possibile causa di sfascio della società contadina e generatrice di un preoccupante spopolamento nazionale. L’antimodernismo dei ceti benestanti e dei letterati trovò un forte collante nell’opposizione all’emigrazione.

Se consideriamo l’insistenza dei messaggi contenuti nei coevi libri scolastici, possiamo dunque affermare che l’atteggiamento dell’Italia liberale verso l’emigrazione all’estero non fu “lassista” ma “interventista”, ossia risolutamente impegnata a biasimarla richiamandosi a visioni ora pauperistiche, per consolidare lo stereotipo dell’emigrante straccione, sconsiderato e sprovveduto, ora angosciose e luttuose, anche attraverso l’applicazione del tema mortuario ai fanciulli emigrati, visioni provenienti dalla tradizione culturale tardo-romantica. L’antiemigrazionismo scolastico, come cerco di dimostrare ampiamente nella prima parte del volume, dispiegò tutte le sue forze e la sua capacità di penetrazione nei ceti popolari, non sappiamo tuttavia – e mai sapremo – con quale efficacia suasoria: limitata, parrebbe, a leggere le statistiche storiche dell’emigrazione.

Una svolta importante rispetto a queste percezioni e rappresentazioni si registrò a partire dai primi del Novecento con l’ascesa del nazionalismo in politica e in letteratura (Pascoli, D’Annunzio) e, in particolare, nel secondo decennio del nuovo secolo con il nazionalismo di matrice corradiniana e, più decisamente, in quello successivo con la rielaborazione ideologica offerta dal fascismo: le descrizioni (e le visioni) miserabilistiche della partenza (e della vita all’estero) degli emigranti italiani, abbandonati e negletti, che tanto spazio avevano occupato nei racconti scolastici durante il periodo liberale, uscirono gradualmente di scena, e furono rimpiazzate da un approccio teso ad esaltare il fondamentale contributo “civilizzatore” degli italiani all’estero, e il loro atteso ritorno in patria, visto non più come fatto ambivalente e sostanzialmente pericoloso per le comunità di origine, ma come espressione del sentimento di “italianità” e patriottismo degli emigrati, e di preservazione del loro legame con la madrepatria. All’opera civilizzatrice dei romani, degli esploratori e degli artisti italiani, la pubblicistica fascista accostava quella di milioni di emigrati che, generosamente, avevano offerto il proprio ingegno e lavoro, tanto disinteressato quanto fondamentale per la civilizzazione dei popoli ospiti. Nei libri di lettura per gli italiani all’estero questo legame divenne un vero e proprio “mantra”, mentre fu argomento retorico meno adoperato dai libri di lettura per le scuole nazionali – e dai testi unici per il regno – che pure del genio e dell’operosità degli italiani all’estero fecero uno dei più classici e intramontabili topoi.

Chi erano i destinatari della produzione scolastica per le scuole italiane all’estero?
Evidentemente i primi destinatari erano gli alunni delle scuole italiane all’estero, in netta prevalenza – ma non in forma esclusiva – figli di connazionali stabilitisi nei vari paesi di immigrazione e dove appunto, erano sorte le scuole italiane, sia statali sia private laiche e parrocchiali “pareggiate”, destinatarie di risorse pubbliche, dovendo queste in cambio uniformare i propri programmi e metodi didattici a quelli vigenti in Italia, accettare il controllo dei consoli, le ispezioni governative e, appunto, i libri di testo. Buona parte delle scuole elementari presenti in America, tanto del Nord quando del Sud, rientravano in questa seconda categoria, mentre erano prevalentemente statali quelle situate nel Levante e nel bacino del Mediterraneo, aree considerate strategiche per la nostra politica estera e commerciale. Se il primo Annuario delle scuole italiane all’estero pubblicato nel 1889 riportava il numero complessivo di 13.000 alunni frequentanti le 64 scuole italiane all’estero, nel 1939-‘40, cioè nel periodo di maggiore sviluppo delle nostre scuole all’estero, gli studenti iscritti avevano raggiunto la ragguardevole cifra di 120 mila, in gran parte alunni di scuola primaria.

Agli allievi italo discendenti, ma anche ai loro genitori emigrati, era dunque rivolta questa produzione editoriale scolastica e parascolastica, caratterizzata dalla presenza di tante letture “pretesto” dal marcato didascalismo, che dovevano stimolare il sentimento patriottico e richiamare gli italiani all’estero ai doveri verso il paese di origine. Destinatari di questi libri erano inoltre i maestri e le maestre delle scuole elementari italiane nei vari paesi di immigrazione, essendo il libro di testo, ed in particolare il libro di lettura, uno strumento di lavoro di cui a scuola non si poteva fare a meno: era centrale sia per l’insegnamento di nozioni varie sia per l’opportunità che offriva, attraverso il commento di raccontini morali, di suggerire regole sociali di comportamento. Grazie ai maestri delle scuole italiane all’estero, definiti «missionari della civiltà» dal navalista Camillo Manfroni, autore di uno dei primi libro di testo per l’estero, o gli “apostoli della cultura italiana”, come dirà un quarto di secolo più tardi Ciro Trabalza, direttore delle scuole italiane all’estero dal 1921 al 1928, si poteva combattere concretamente l’ignoranza, la “violenza di carattere” e il discredito di cui soffrivano i nostri emigranti nei Paesi d’adozione. A ribadire questo ruolo decisivo dell’insegnante ci pensò il fascismo: già in un’ordinanza del 1924 il maestro delle scuole italiane all’estero, cui spettava dirigere la lettura in classe, era definito «sentinella avanzata della Patria lontana», e suo compito era «mantenerne viva la memoria e il culto».

Quali fonti ha utilizzato nel Suo lavoro?
Il volume esplora, per la prima volta, il rapporto tra emigrazione e il suo racconto in sede scolastica, o più precisamente, nei libri di scuola: ed è dunque questa fonte storica primaria, con i suoi contenuti narrativi e didascalico-descrittivi, testuali e iconici, a protagonizzare la mia indagine. L’elaborazione della prima parte dedicata ai libri per le scuole d’Italia ha visto la consultazione di oltre 500 volumi di circa 280 corsi di lettura scolastici (compresi alcuni sussidiari e tutti i testi unici fascisti) pubblicati durante quasi un secolo di storia di scuola italiana. Ho cercato di tener conto dei corsi di lettura più diffusi e approvati “con lode” dalle varie Commissioni ministeriali e, nel contempo, di assicurare adeguata “copertura” ai vari periodi storici considerati. Per la seconda parte del volume è stato necessario consultare il corpus completo dei libri scolastici (di lettura, sussidiari, ausiliari e di “premio”) appositamente pensati e scritti per gli alunni delle scuole (primarie) italiane all’estero, dalla fine dell’Ottocento alla caduta del fascismo. Testi questi non di agevole reperibilità nelle loro diverse edizioni e ristampe modificate. Ho dovuto rivolgermi all’estero, a bibliotecari e librai antiquari, in Europa e nelle Americhe, finanche in Australia, per avere scansioni e informazioni rispetto a copie in loro possesso, introvabili in Italia.

La seconda parte del libro ha inoltre richiesto la consultazione della documentazione archivistica proveniente da archivi pubblici e privati, presso editori e biblioteche, in Italia e all’estero. Assai fruttuosa e lunga si è rivelata l’indagine presso l’Archivio storico-diplomatico del Ministero degli Affari esteri, da cui dipendevano e dipendono le Scuole italiane all’estero. Accanto alla documentazione archivistica è stata rivolta grande attenzione alla pubblicistica coeva mediante la consultazione di libri, riviste, atti ufficiali, opuscoli, cataloghi e altro materiale a stampa. Ho cercato, inoltre, di tener conto dei principali risultati emersi, sia a livello nazionale sia internazionale, dagli studi e dalle ricerche storiche sull’emigrazione, il libro di scuola, le istituzioni scolastiche ed educative, la letteratura per l’infanzia e il regime fascista soprattutto nei suoi rapporti con le comunità italiane all’estero.

Negli ultimi quattro anni – tanto è durata la mia ricerca – ho raccolto così tanto materiale a stampa e documentario, tra libri scolastici e parascolastici per l’estero, quaderni per le scuole italiane all’estero, pagelle, medaglie, cartoline, opuscoli, riviste per i giovani italo discendenti residenti all’estero che potrebbe essere interessante portarlo al pubblico attraverso una esposizione. Un pezzo importante della nostra storia – emigratoria, scolastica ed editoriale – assai poco conosciuto.

Come si sviluppò la produzione editoriale per le scuole italiane all’estero?
Di fatto, dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino all’introduzione del testo unico fascista del 1929, i giovani italo oriundi che nei paesi d’emigrazione frequentavano le aule delle scuole italiane, governative e pareggiate, compulsarono – tranne poche eccezioni – i medesimi libri che circolavano o che erano circolati nelle scuole d’Italia. Ad essi, alle istituzioni scolastiche d’oltreconfine, arrivarono decine di migliaia di libri scolastici, di “premio” e di “amena” lettura per il tramite del ministero degli Affari esteri, dei regi consolati italiani e della Società nazionale “Dante Alighieri”; arrivarono, molto probabilmente, almeno fino ai primi anni Venti, anche quei testi e corsi esclusi dalle adozioni per decisione delle varie Commissioni ministeriali di revisione dei libri di testo o resi sorpassati dai nuovi programmi scolastici.

Ciò malgrado, durante quest’arco temporale, non mancarono uomini e donne di scuola con esperienza di insegnamento all’estero che sottolinearono la necessità di provvedere all’elaborazione di libri scolastici appositamente pensati, scritti e illustrati per gli studenti delle scuole italiane all’estero, reputando per questi allievi del tutto inadatti i libri scolastici in uso in Italia, e persino inopportuni in certe loro pagine, come quelle che, per quanto di nostro interesse, toccavano il tema emigratorio. Opporsi all’espatrio, con perseveranza e “ferocia”, come facevano quei libri, una volta consumato lo “strappo” emigratorio, quale plausibile significato poteva avere? Come poteva riproporsi la figura dell’emigrante “di carta” credulone, stolto e ignorante, traditore della patria e comunque perdente, senza provocare una reazione di stizza e ostilità verso il libro di scuola da parte degli emigrati e dei loro figli alle prese con gioie e dolori dei processi d’acculturazione nella terra d’elezione? Altri dovevano essere i contenuti, le rappresentazioni, i messaggi da far giungere ai giovani italo-oriundi, giacché altri erano i contesti di vita di questi alunni, forti erano le spinte verso l’assimilazione e la snazionalizzazione, e dunque altri dovevano essere gli intendimenti e le finalità con cui ad essi occorreva guardare. Bisognava recuperare alla madre-patria coloro che da essa erano fuggiti, occorreva stimolare e rafforzare il sentimento nostalgico e patriottico nei figli lontani e il loro legame con la terra dei genitori.

Il dibattito sul libro di testo da destinare agli alunni delle scuole italiane d’oltremonti e d’oltremare, con le necessarie attenzioni da osservare per la sua compilazione, gli indispensabili adattamenti da apportare in base alle diverse realtà e gli specifici contenuti da inserire, prese avvio, seppure in modo discontinuo e frammentario, a fine Ottocento, pochi anni dopo la fondazione delle regie scuole all’estero (legge Crispi, 1889), e proseguì fino ai primi anni Venti del nuovo secolo. Tra fine Ottocento e primo Novecento furono pubblicati alcuni libri di lettura per le scuole all’estero, promossi per lo più dalla “Dante Alighieri” e frutto di un vivace dibattito interno ad essa; ma si trattò di una produzione editoriale disorganica e occasionale – e marginale stando al dato (quando noto) delle tirature (e trascurabile rispetto alle adozioni) –, spesso “bacchettona” per la nostra emigrazione. Obiettivo prioritario dei primi libri di scuola per l’estero fu infondere una coscienza nazionale nell’animo di ogni italo oriundo: andavano innanzi tutto riallacciati i legami culturali e affettivi degli emigrati e della loro discendenza con la madrepatria. In questi libri, pertanto, non trovarono spazio, se non in una primissima fase, raffigurazioni miserabilistiche e pauperistiche dei nostri emigranti, di un’emigrazione incline al “coltello”, comunque perdente e sottomessa; al contrario, ebbero ampia attenzione le sollecitazioni e i richiami ai compiti e ai doveri (della leva militare, innanzi tutto) degli italiani all’estero, l’attaccamento al paese di origine dei genitori e la stimolazione di un sentimento risorgimentale di patriottismo, soprattutto attraverso l’esaltazione delle conquiste e dei progressi compiuti dalla madrepatria. Alle comunità all’estero e ai giovani italo discendenti era inoltre trasmesso un ricorsivo, seppur blando, messaggio patriottico di natura economica e commerciale: essi dovevano farsi agenti promotori dell’Italia all’estero, dei suoi beni e dei suoi prodotti, in particolare. Anche a questo fine, gli immigrati italiani avrebbero dovuto diventare buoni cittadini del paese di elezione, in modo da usare funzionalmente la loro posizione per far crescere le simpatie verso l’Italia e favorirne i commerci. D’altro canto, le differenti finalità esistenti tra i libri di scuola per il regno e quelli per l’estero erano appalesate dalla circostanza più generale che a “guidare” ciascuno dei rispettivi settori scolastici erano preposti due distinti ministeri vocati indubbiamente alla tutela di differenti interessi: il ministero dell’Istruzione da una parte, e il ministero degli Affari esteri dall’altra. Se in un caso il libro di scuola guardava più all’obiettivo di favorire l’alfabetizzazione dei figli del popolo, nell’altro a prevalere erano motivazioni dettate da interessi geopolitici, commerciali e culturali.

Si dovrà attendere la guerra, il dopoguerra e il mutato clima dei primi anni Venti, e poi l’ascesa al potere del fascismo per riscontrare un rinnovato interesse verso le comunità italiane dislocate all’estero, e dunque per assistere alla pubblicazione dei primi corsi di lettura ad hoc ordinati sull’intero ciclo primario, all’interno dei quali i messaggi ideologici rivolti agli “italiani all’estero” si fecero via via più strutturati e seducenti. Con il fascismo le istituzioni scolastiche e i libri di scuola rivestirono un ruolo centrale nella strategia di italianizzazione e di creazione del consenso fra le collettività di connazionali all’estero: tra gli obiettivi del regime figurava il recupero culturale dei milioni di emigrati – o meglio, come scriveva nel 1928 Dino Grandi, “il recupero spirituale di tutte le collettività italiane sparse per il mondo” – risvegliando o valorizzando il sentimento di italianità dei padri e dei loro discendenti, piegandolo, peraltro, ai fini della politica estera espansionistica e aggressiva.

Furono soprattutto alcune grandi case editrici (Bemporad, Mondadori, Paravia), con buoni o eccellenti contatti al ministero, ad inserirsi nel mercato dello scolastico per l’estero, un settore relativamente protetto poiché essenzialmente posto sotto controllo ministeriale, ma che si dissolse come neve al sole nel giro di alcuni anni. I pochi corsi di lettura pensati e scritti appositamente per le scuole italiane all’estero nella decade degli anni Venti furono ben presto resi inutilizzabili, e con essi l’intera produzione scolastica, a partire dal 1929 con l’introduzione del regime del testo unico fascista, la cui applicazione nelle scuole italiane all’estero precedette di un anno le scuole della Penisola. Ai figli lontani, ai figli d’oltralpe e d’oltremare, ai figli «sotto ogni cielo», secondo le diverse locuzioni di volta in volta utilizzate, che frequentavano le scuole d’Italia all’estero, giunse dunque una corposa e originale produzione editoriale – scolastica (testi unici), parascolastica e di “premio” –, di cui furono autori celebri scrittori e giornalisti, esperti dei vari campi del sapere e illustratori tra i più affermati e promettenti, secondo il disegno concepito, e in progress, da Piero Parini, fascista della prima ora, “ventottista”, dal 1928 nominato Segretario generale dei Fasci italiani all’estero e dal 1929 a capo della Direzione Generale degli Italiani all’estero. Parini fu il “regista unico”, pressoché indisturbato, almeno dentro i confini nazionali, del libro scolastico per l’estero. Ma la circolazione dei libri unici nelle scuole italiane fuori dai confini nazionali non fu sempre semplice, anzi, fu disseminata da incidenti “diplomatici” e da dissapori, imbarazzi e opposizioni da parte di alcune comunità oriunde italiane a causa dei contenuti apertamente nazionalisti e imperialisti presenti nelle pagine di queste pubblicazioni. Nel libro mi soffermo con dovizia di particolari, grazie alle carte d’archivio, su alcuni “incidenti” occorsi negli anni Trenta, in particolare, con Stati Uniti, Francia e Brasile.

Come viene descritto e raccontato nei testi unici per le scuole italiane all’estero il fenomeno dell’emigrazione nostrana?
Penso di aver già offerto alcuni elementi di risposta a questa domanda. Alle rappresentazioni prevalenti nell’editoria scolastica per l’estero dal 1929 alla caduta del fascismo dedico un ampio capitolo del volume, attingendo anche alle illustrazioni tratte dai libri unici di Stato, spesso assai più eloquenti di tante parole. Merita menzionare due artifici retorici tra i tanti utilizzati dai libri di scuola approntati dal regime. L’ossessivo ricorso all’immagine metaforica, densa di connotati simbolici, della terra-madre-patria, al fine di stimolare negli italo-oriundi un sentimento nostalgico e “devoto” verso la “madre lontana”. La patria è, deve essere per tutti i suoi figli sperduti, una mamma da amare, benevola e protettrice, che attende e ospita, fonte di orgoglio e di gloria. È la sacralizzazione, e nel contempo l’umanizzazione della patria che “pensa ai suoi figli sperduti […], che vigila ed attende”, soffre e ama, “chiede un saluto e un beneficio rende”, come recitava un componimento della celebre scrittrice Milly Dandolo, inserito in un testo unico di Stato del 1936. Una madre-patria che, pascolaniamente, vuole vicino a sé tutti i suoi figli. E proprio il ritorno degli emigranti è il topos per eccellenza dei libri di scuola, soprattutto – e intuitivamente – dei libri scolastici destinati ai figli degli italiani all’estero. Del resto, simbolo iconico ricorsivo dei testi unici per l’estero non fu il fascio littorio, e neppure furono i tanti intrepidi balilla raffigurati ora in pose marziali salutare romanamente, ora in posture più dimesse, bensì furono le rondini, gli uccelli migratori per antonomasia, onnipresenti tra le pagine e nelle copertine dei testi unici, dove svolazzano libere, anelano il “nido”, e persino raccontano il nuovo che vedono in patria. Un espediente spesso utilizzato dagli autori dei libri unici per diffondere l’immagine paternalistica di un regime pacificatore sociale, attento al miglioramento generale delle condizioni di vita, portatore di progresso e giustizia. La metafora “pennuta” per parlare di migrazioni di uomini, donne e bambini non fu certamente un’invenzione del fascismo: un esempio illustre e influente è offerto dalla poesia del Pascoli dove l’immagine del nido abbandonato dalla rondine-madre ritorna spesso, anche per rappresentare il dramma dell’emigrazione. Ad essa fecero ricorso, con una certa frequenza, i libri di scuola dell’epoca liberale e poi del dopoguerra repubblicano: è dunque un topos figurativo e testuale che attraversa ogni tempo e ogni ideologia, tant’è che lo ritroviamo nella letteratura per l’infanzia contemporanea italiana e internazionale.

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