“L’Egemonia Invisibile. La Cina alla prova del soft power” di Barbara Onnis

Prof.ssa Barbara Onnis, Lei è autrice del libro L’Egemonia Invisibile. La Cina alla prova del soft power edito da GOG: in che modo la cultura cinese sta esercitando un fascino sempre maggiore su scala globale?
L'Egemonia Invisibile. La Cina alla prova del soft power, Barbara OnnisDirei in molti modi, grazie agli enormi investimenti che Pechino ha messo in campo fin dai primi anni Duemila per esaltare la tradizione millenaria del Paese ricca di arte e filosofia e diffondere la lingua cinese in ogni angolo del pianeta. Si è trattata di un’operazione volta a promuovere la proiezione internazionale della Cina popolare in termini economici, politici e culturali e a costruire il potere soft del Paese, che è stata definita in diversi modi. Alcuni autori hanno parlato di “offensiva dello charme”, altri di “grande operazione di seduzione”, altri ancora di “blitz culturale globale”. Tra i singoli interventi merita di essere menzionata la diffusione della lingua e della cultura cinese portata avanti attraverso la creazione di una rete mondiale di istituti Confucio, ossia centri per l’insegnamento della lingua e della cultura cinese che il governo cinese sperava potessero diventare strumenti effettivi della diplomazia culturale del Paese, sul modello degli istituti culturali di altri paesi, non solo europei ma anche asiatici. Dal 2004 Pechino è riuscita a creare una rete di oltre 540 istituti Confucio e circa duemila aule Confucio – strutture più snelle di diretta emanazione dei primi – distribuiti in oltre 160 paesi e regioni, con una maggiore concentrazione in Europa e negli Stati Uniti. È importante sottolineare il fatto che, a differenza dei loro omologhi europei e asiatici, gli Istituti Confucio non sono indipendenti ma sono consorziati per lo più con istituti di istruzione superiore e Università, al cui interno hanno spesso la loro sede istituzionale; non meno rilevante è il fatto che fino a pochissimo tempo fa fossero di diretta emanazione dello Hanban, un’istituzione affiliata al ministero dell’Istruzione ufficialmente indipendente, no profit e apolitica, ma di fatto fortemente ideologizzata, essendo composta per lo più da esponenti d’alto rango del Partito, del governo e dei ministeri, tenuti a seguire e far rispettare le direttive del dipartimento della Propaganda del Partito. Questo aspetto è stato oggetto, fin dal principio, di critiche e aspre polemiche, e non è un caso che siano stati additati quali “cavalli di Troia” del governo comunista cinese. Al di là di tutto, però, gli Istituti Confucio hanno contribuito enormemente alla diffusione della lingua e della cultura cinese, che in alcuni contesti e in alcune fasce d’età, ha portato all’emergere di una vera e propria moda, confermata sia dal crescente inserimento della lingua cinese all’interno dell’offerta formativa delle scuole secondarie di secondo grado, sia nell’impennata a livello mondiale delle iscrizioni al test per la certificazione della lingua, ossia l’HSK (Hanyu Shuiping Kaoshi), che è l’equivalente del TOEFL per la lingua inglese.

In effetti, la diplomazia culturale costituisce da tempo uno degli strumenti privilegiati del governo cinese, per accompagnare e collegare la forza del successo economico con la promozione dell’immagine di un Paese responsabile impegnato in uno sviluppo pacifico, rispettoso dello status quo e disposto a cooperare nella gestione della governance internazionale, in linea con una chiara indicazione politica già espressa dal presidente Hu Jintao, a metà degli anni Duemila, e rilanciata successivamente dall’attuale leader Xi Jinping, come esigenza di “produrre una buona narrativa della Cina”, per spiegare meglio il messaggio della Cina al mondo, nel tentativo di plasmare il discorso globale e generare consenso rispetto a valori, idee e a una visione del mondo che sostiene i propri interessi nazionali.

Che tipo di soft power è quello cinese?
Si tratta di un soft power rivisto e adattato alle peculiarità della realtà cinese. Come è noto, la Cina è sempre stata impermeabile alle influenze straniere e ha sempre avuto la tendenza a rifiutare o quantomeno a trasformare ideologie e concetti provenienti dall’esterno per adattarli alle specificità della realtà cinese. Il concetto di soft power non sfugge a questa logica, soprattutto per il fatto di essere stato elaborato da un politologo statunitense guardando al contesto americano all’indomani dell’implosione dell’Unione sovietica e, più in generale, ai sistemi politici democratici occidentali. Non a caso, lo stesso Joseph Nye sottolineò come gli stati maggiormente propensi a proiettare soft power nell’era dell’informazione fossero quelli le cui idee dominanti più si avvicinavano alle norme globali, che enfatizzano il liberalismo, il pluralismo e l’autonomia.

Fin dalla sua introduzione in Cina il concetto di soft power ha, dunque, subito un processo di ri-concettualizzazione rispetto alla teorizzazione classica elaborata da Nye, finendo per discostarsene in modo significativo. Come ha messo in evidenza lo studioso Joshua Kurlantzick – tra i primi in Occidente a essersi cimentato nell’analisi delle modalità attraverso le quali Pechino ha costruito nel tempo la sua influenza globale grazie all’impiego di strumenti di potere soft – i cinesi percepiscono il soft power come qualsiasi cosa che vada al di là dell’ambito militare e della sicurezza, inclusivo non solo della cultura popolare e della diplomazia pubblica, ma anche di leve economiche e diplomatiche più coercitive, quali aiuti allo sviluppo, investimenti, che nella teorizzazione originaria di Nye ricadono nella sfera del potere hard.

Che ruolo svolge, nella dottrina geopolitica cinese, il concetto di soft power?
Il concetto di soft power svolge un ruolo importante nella dottrina geopolitica cinese. L’attenzione nei confronti del soft power è emersa in Cina ai primi anni Novanta alla luce di alcune considerazioni che hanno molto a che fare con la dottrina geopolitica di Pechino. A partire dalla presa di coscienza, da parte degli strateghi e dei politologi cinesi, che le risorse di hard power, da sole, non sarebbero state sufficienti al governo comunista per raggiungere gli obiettivi strategici di breve come di lungo periodo. Tra i primi vi era senza dubbio la necessità del recupero dell’immagine gravemente danneggiata a seguito dei drammatici fatti di piazza Tian’anmen del 1989; quelli di lungo periodo prevedevano il conseguimento, entro il 2050, del ruolo di “potenza a livello mondiale”, passando per posizioni intermedie – una “posizione di guida” in Asia orientale, entro il 2020 e di “quasi-potenza mondiale” entro il 2020 nella più vasta area Asia-Pacifico. La realizzazione di tali obiettivi era legata alla crescita del cosiddetto “potere nazionale complessivo”, un concetto sviluppato nel Paese nel corso degli anni Ottanta del Novecento al fine di misurare il potere di uno stato-nazione, attraverso la combinazione di vari indici quantitativi riferibili sia all’ambito militare (riconducibili all’hard power), sia all’ambito economico e culturale (riconducibili al soft power). In altre parole, per la sua ascesa la Cina non avrebbe dovuto contare solo sul potere hard, ma avrebbe dovuto fare riferimento anche al potere soft, in quanto una vera ascesa implicava necessariamente il ricorso alle due dimensioni del potere, come dimostrato dall’esperienza di molte grandi potenze del passato (dall’antica Roma all’impero portoghese, alle due superpotenze del periodo della Guerra fredda), la cui affermazione non era dipesa solo dal potere coercitivo dispiegato, ma anche dall’attrattiva dei loro valori, delle loro istituzioni, e della loro influenza culturale.

È importante considerare la distinzione che i cinesi fanno tra soft power interno e soft power esterno (due dimensioni distinte ma strettamente correlate). Mentre il primo ha come obiettivo la promozione dei sentimenti patriottici, l’alimentazione del consenso politico e, dunque, il rafforzamento della legittimazione interna del Partito, il secondo punta a diffondere un’immagine positiva del Paese, a trasmettere l’idea di una Cina forte, moderna e pacifica, intenzionata a dare il proprio contributo alla governance globale e, dunque, degna della legittimazione internazionale.

Quali sforzi sta producendo la Repubblica Popolare Cinese per incrementare il suo raggio di influenza?
Sforzi draconiani, direi, sia in ambito culturale e linguistico, sia, soprattutto, in ambito economico. Per quanto concerne l’ambito culturale e linguistico, un ruolo cruciale è giocato, come si è già detto dalla rete mondiale dagli Istituti Confucio, sebbene le crescenti critiche di cui sono stati oggetto negli ultimi anni, alle quali si è aggiunta la crisi pandemica, hanno determinato un rallentamento del loro operato e, sotto certi aspetti, ne hanno minato l’attrattiva.

In merito all’ambito economico, come ho messo in evidenza nel Pamphlet, la diplomazia economia riveste un ruolo fondamentale nella crescita dell’attrattiva e dell’influenza cinesi, soprattutto in determinati contesti, e come rivela anche l’emergere di un ‘modello Cina’ e/o di un Beijing consensus.

Si può parlare di “soft power economico”, con riferimento all’abile diplomazia economica esercitata da Pechino, ed esemplificata dagli importanti accordi commerciali regionali o dagli aiuti pubblici allo sviluppo, dagli accordi di cooperazione, oltre che dalle cerimonie in pompa magna che accompagnano la maggioranza degli eventi e dei summit multilaterali ospitati da Pechino. L’economia rappresenta, in effetti, la punta di diamante della strategia cinese volta a conquistare nuovi amici e, non a caso, è alla base di tutte le nuove iniziative diplomatiche del presidente Xi Jinping. La crisi pandemica del covid-19 rappresenta un esempio molto efficace in questo senso. Nel tentativo di porre rimedio al danno di immagine determinato dallo scoppio della pandemia, oltre che di confermarsi quale grande potenza responsabile, la Cina popolare si è imbarcata in quella che è stata ribattezzata la “diplomazia delle mascherine” (o più in generale “degli aiuti”), distribuendo centinaia di milioni di dispositivi di protezione individuale, inviando équipe mediche nei paesi maggiormente in difficoltà e fornendo consulenza tecnica e medica, grazie alla disponibilità delle enormi risorse finanziarie di cui dispone e del suo potenziale di produzione. Nel caso cinese risulta, in effetti, spesso molto difficile scorporare la componente economica dalle strategie di potere soft adottate da Pechino. In effetti, sono pochi i paesi che dispongono delle risorse necessarie per investire in infrastrutture, in politiche di aiuti e nell’apertura di centri culturali in ogni angolo del pianeta al fine di promuovere gli scambi culturali, diffondere la lingua e aumentare il reach globale del Paese.

Un altro esempio che si potrebbe fare è legato al progetto della Nuova via della seta, il quale, al di là delle criticità evidenziate da più parti (che vanno dalla scarsa trasparenza e dalla discutibile governance dei progetti infrastrutturali alla presunta diplomazia della “trappola del debito” portata avanti da Pechino) ha contribuito ad offrire ad alcuni Paesi prospettive di sviluppo e di crescita.

Riuscirà, a Suo avviso, la Cina a spodestare gli USA al vertice del Global Soft power Index?
È una domanda complessa, alla quale è difficile dare una risposta. Guardando ai parametri e ai pilastri che compongono l’Indice, direi che mentre su alcuni (Influenza, Affari e Commercio) Cina e Stati Uniti possono competere, su altri (in primis Reputazione e Governance ), non vi sono molti margini di manovra, sebbene anche gli Stati Uniti d’America abbiano qualche problema in tal senso. Al di là di alcuni fatti contingenti, come quello legato alla diffusione del Nuovo coronavirus, che ha avuto ripercussioni negative in entrambi i contesti, la questione dirimente per la Cina risiede nel suo sistema politico autoritario e nei suoi valori, agli antipodi rispetto ai valori universali (libertà e uguaglianza tra tutti) che sono alla base della cultura e della società americana. È soprattutto questo aspetto che rende poco credibile l’idea di una futura ascesa politica e culturale della Cina, a livello globale, al di là degli sforzi draconiani, soprattutto in ambito economico, che hanno contribuito ad aumentare notevolmente la sua Influenza e la Familiarità, incentivando gli Affari e il Commercio.

Il fatto che il Partito comunista cinese, che quest’anno ha compiuto cent’anni, dimostrandosi il Partito comunista più longevo e resiliente di tutti i tempi, abbia recentemente approvato (a chiusura del VI plenum del XIX Congresso riunito ufficialmente dall’8 all’11 novembre) una risoluzione storica – la terza nella storia del Partito, dopo quelle del 1945 e il 1981 – che ratifica il successo e i traguardi raggiunti di recente, evidenziando il ruolo di prim’ordine svolto dalla “dottrina Xi”, non lascia ben sperare per un cambio di passo dal punto di vista politico-istituzionale, con tutto ciò che ne consegue.

Barbara Onnis è professoressa associata in Storia e istituzioni dell’Asia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali (Università degli Studi di Cagliari), dove insegna International Politics of Asia e Contemporary China. Dal luglio 2016 è responsabile dell’Aula Confucio dell’Università di Cagliari. I suoi interessi di ricerca sono principalmente focalizzati sulle relazioni internazionali e sulla politica estera della Repubblica Popolare Cinese. È autrice di tre monografie e di numerose pubblicazioni, sia in lingua italiana sia in lingua inglese.

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