L'economia percepita. Dati, comunicazione e consenso nell'era digitale, Roberto Basso, Dino PesoleDott. Roberto Basso, Lei è autore con Dino Pesole del libro L’economia percepita. Dati, comunicazione e consenso nell’era digitale edito da Donzelli: quali responsabilità hanno le politiche economiche degli ultimi anni nell’ondata di populismo ed euroscetticismo?
Credo che le politiche economiche abbiano avuto una grande responsabilità, a diversi livelli. Al livello dell’Unione europea, c’è stato un grave errore iniziale: la recessione del 2008-2009 è stata inizialmente interpretata come una crisi esclusivamente finanziaria ed è stata affrontata con una politica monetaria restrittiva della BCE. Poi è entrata in gioco la crisi del debito pubblico, alla quale erano esposti i paesi del Sud dell’Europa, i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda e Italia, Grecia, Spagna) e la risposta a questa da parte della Commissione e del Consiglio è stata sul piano dei bilanci, con politiche di riduzione del deficit che invece di contrastare la fase avversa del ciclo economico l’hanno aggravata. Negli Stati Uniti invece hanno deciso di espandere il bilancio pubblico per salvare alcune banche di sistema e alcune aziende manifatturiere, a partire dal settore dell’auto, in modo da evitare una stretta creditizia e una crisi occupazionale insostenibile. A livello nazionale, la crisi ci ha colto in una condizione di fragilità, con il debito al 100 percento del prodotto interno lordo e le banche colpite dalla crisi economica, perché tante imprese non sono riuscite a ripagare mutui e debiti. Quando siamo riusciti a mettere la testa fuori dalla doppia recessione – perché non dimentichiamo che soltanto in Italia alla prima crisi ne è seguita una seconda, tra 2012 e 2013 – abbiamo sperato che i benefici si estendessero a tutta la popolazione. E invece con tassi di crescita modesti soltanto i ceti produttivi già in vantaggio sugli altri hanno trovato sollievo. Gli altri stanno ancora aspettando di vedere qualche beneficio da una “ripresa” ancora troppo tiepida. È necessario che nelle politiche economiche si presti più attenzione alla questione della distribuzione del reddito e alle altre forme di disuguaglianza, come la possibilità di accedere ai servizi pubblici.

Da dove nascono l’insoddisfazione e il disorientamento dei cittadini?
La crisi economica è soltanto un pezzo del problema. Viviamo in tempi straordinariamente buoni se li confrontiamo con il passato: mai nella storia una quota così ampia della popolazione ha avuto accesso a sistemi di protezione sociale, all’assistenza medica, alla prevenzione sanitaria, in condizione di pace. Ma nessuno di noi si rende conto di trovarsi in condizioni preferibili a quelle di un monarca del Settecento. Piuttosto ci confrontiamo con i nostri genitori, o con i nostri vicini, e ci chiediamo quali possibilità di benessere avranno i nostri figli. Guardando le cose in questa prospettiva, com’è inevitabile, allora scorgiamo le minacce. Che sono numerose. A partire dal lavoro: il lavoro non è solo una fonte di reddito, è anche tra le principali manifestazioni del nostro inserimento nella società. Contribuisce a definire la nostra identità, ci colloca nello spazio sociale in una determinata posizione rispetto agli altri. Il rischio di discontinuità quindi non si limita a creare ansia sulle possibilità di conservare il tenore di vita raggiunto ma mette a repentaglio la nostra identità sociale. Le tecnologie contribuiscono ad aumentare la sensazione che il lavoro cambierà sempre più velocemente e sarà sempre più difficile stare al passo coi tempi. Poi ci sono le altre minacce, a cominciare dal terrorismo di matrice islamica. Anche se finora non sono stati realizzati attentati sul suolo italiano, le televisioni e le piattaforme digitali ci portano letteralmente sul palmo della mano le immagini cruente di centinaia di uccisioni, e di conseguenza il rischio lo avvertiamo come prossimo e reale. Poi c’è una minaccia culturale: le persone che arrivano da lontano impiegheranno del tempo a condividere le migliori tra le nostre abitudini civili (non dimentichiamo che pratichiamo anche pessime abitudini) e con le loro usanze contribuiscono a farci sentire minacciata la nostra identità. Infine, non dimentichiamo che alcuni reati gravi come l’omicidio sono in forte calo da anni, ma altri reati, quelli che più probabilmente ci possono riguardare da vicino, come scippi e furti in casa, non stanno declinando allo stesso modo, e questo contribuisce all’ansia quotidiana. Insomma, soltanto se teniamo conto della combinazione di tutte queste dimensioni possiamo comprendere il vero problema: la minaccia esistenziale che sembra riguardare il presente e il futuro, nostro e dei nostri figli.

Come è cambiato il ciclo della notizia nell’era digitale?
In passato gli eventi, i fatti, erano intercettati prevalentemente dalle agenzie di stampa e attraverso quel canale entravano nel circuito dell’informazione, in cui primeggiavano i quotidiani. Con l’avvento della diretta televisiva il flusso lineare da una redazione all’altra ha deformato questo ciclo, costringendo i quotidiani ad occupare uno spazio di riflessione più che di cronaca, con la conseguenza di comprimere lo spazio dei periodici, che sono quasi spariti dall’edicola. Nell’era digitale nessuno sa più dove un fatto si manifesterà: il tweet di un Ministro? La diretta streaming di una riunione di partito? O un flashmob rilanciato da Instagram TV? La dichiarazione di un leader “a margine” di un evento resta ancora un’opzione valida, ma diventa sempre meno centrale nel ciclo di lavorazione dell’informazione. Oggi una parte significativa dell’informazione è in formato video e viene prodotta da persone che non sono giornalisti: la mareggiata o l’inondazione riprese da chi si trova sul posto per caso fa più clic del commento del direttore di un quotidiano. Insomma, insieme alla distribuzione della notizia è cambiato il modo di generarla e secondo me è cambiata la natura stessa della notizia. Mi sembra che editori e giornalisti non se ne siano accorti. La conseguenza per l’industria editoriale è economica ed occupazionale. Ma c’è una conseguenza ancora più grave per il funzionamento della democrazia. Una buona democrazia ha bisogno di buona informazione e quindi di bravi giornalisti. La moltiplicazione delle fonti non ha ridotto il fabbisogno di buoni reporter: al contrario, lo ha reso sempre più importante.

Qual è l’impatto di disinformazione e fake news sull’opinione pubblica?
Devastante. Ma per comprenderlo dobbiamo pensare a un orizzonte temporale esteso. Non è la singola notizia falsa che determina il clima d’opinione. Piuttosto un linguaggio, uno stile che allude costantemente a una ristretta cerchia di persone avvantaggiate che complotta contro gli esclusi, che instaura un solco tra un “loro” mai ben definito, sempre equivoco e vago, e un “noi” che non si sa bene chi riguardi. Uno stimolo ripetuto e prolungato di questo tipo non può non provocare una reazione. In fondo è un modo per educare, una pedagogia negativa. Non a caso il regime russo ha un piano di lungo termine per la disinformazione con l’obiettivo di destabilizzare l’Unione europea. Date un’occhiata al sito dei sevizi esterni della Commissione, euvsdisinfo.eu, e ve ne farete un’idea. Sorprendente, credo.

È possibile pensare ad una politica senza demagogia?
Se guardiamo alla politica essenzialmente come a una competizione, sono pessimista: chi gareggia cerca di vincere e in assenza di un buon arbitraggio i colpi bassi finiscono col diventare una pratica diffusa, se non comune. Se riusciamo invece a pensare la politica come il luogo del confronto tra cittadini alla ricerca di soluzioni ai problemi comuni, allora il panorama cambia e si può essere più ottimisti. Tuttavia, non dobbiamo cadere nell’errore di credere che le decisioni si possano prendere “con un clic”. Decidere per il bene comune richiede la disponibilità all’ascolto delle ragioni altrui, la fatica dell’apprendimento, la capacità di accettare compromessi. La democrazia diretta si trasforma facilmente in un X-Factor, in un televoto al più carino della compagnia. Oggi esistono prassi ed esperienze di democrazia deliberativa alle quali si può guardare con fiducia per sperare di aprire una nuova stagione della democrazia. Dopotutto la qualità distintiva della specie umana è la capacità di cooperare e di coordinarci su larga scala. Le formiche sono bravissime a lavorare insieme ma tra di loro non esiste un G20 né un equivalente dell’Onu, cioè una cooperazione su scala planetaria.

Quale futuro per il cortocircuito politico-mediatico?
Bisognava interromperlo, spezzarlo tempo fa. Avrebbero dovuto farlo i giornalisti. Avrebbero potuto cominciare introducendo qualche distanza formale, come accade in altri paesi dove il nome di un politico è preceduto da Mr. o M., e invece in Italia i giornalisti hanno spesso preferito i nomignoli, i soprannomi, l’intimità, così sono stati in larga misura l’altra faccia di una politica decadente. Anche se lo volessero, oggi non potrebbero più prendere le distanze perché le piattaforme digitali permettono ai politici la totale disintermediazione: perché accettare le domande, il contraddittorio, il confronto con altri ospiti, se una diretta Facebook realizzata quando e dove mi fa comodo mi garantisce più di un milione di visualizzazioni? Certo, questi numeri sono accessibili soltanto ai leader, mentre tutti gli altri si trovano a elemosinare spazi simili ad arene dove mettersi in mostra e far vedere di essere più tosti degli avversari. So che detta così suona molto tribale. Ma in fondo siamo animali, benché molto evoluti.

Roberto Basso, laureato in Scienze politiche con una tesi in sociologia della conoscenza, si è formato in Olivetti. Ha esperienza manageriale di marketing di prodotto e strategico e di comunicazione finanziaria, di ricerca sociale e sui consumi e di marketing politico (ha diretto la campagna vincente per il sindaco di Milano nel 2011). Nel settore pubblico è stato portavoce del Ministro dell’economia dal 2013 al 2018 e presidente di Consip, la centrale acquisti della PA. Oggi è saggista, conferenziere e consulente strategico, ruolo nel quale assiste il top management nei processi di trasformazione.