L’economia nello stato totalitario fascista, Antonio MessinaDottor Messina, Lei ha curato l’edizione del libro L’economia nello stato totalitario fascista edito per i tipi di Aracne: in che modo la politica economica fascista ha contribuito allo sviluppo economico nazionale?
La storia dei processi di sviluppo intrapresi con successo dai paesi europei ed extraeuropei, in diverse fasi ed in momenti differenti nel contesto di un mondo profondamente mutato dalla rivoluzione industriale, è caratterizzata da alcune dinamiche ben precise: accumulo del capitale e organizzazione delle risorse ai fini di una rapida industrializzazione e sotto la poderosa spinta propulsiva dello Stato. Quelle nazioni che sono riuscite per prime a raggiungere uno sviluppo tale da permettere loro di innalzare la propria soglia di potere hanno esercitato una forte egemonia su quelle nazioni che, rimaste in una condizione di sottosviluppo ed arretratezza, hanno subito tale egemonia si dà essere state definite come “subordinate”.

L’Italia di inizio Novecento presentava quelle condizioni di arretratezza tali da renderla subordinata all’egemonia delle maggiori Potenze europee, al punto che essa veniva sprezzantemente chiamata col nome di “Italietta” da chi – come Prezzolini – auspicava la nascita di una “Grande Italia” in grado di emanciparsi dall’egemonia straniera. Il nascente nazionalismo fornì all’Italia le basi ideologiche del suo futuro sviluppo. Per i nazionalisti lo sviluppo della nazione poteva essere conseguito attraverso il produttivismo, il corporativismo ed il ripudio del liberoscambismo, quest’ultimo considerato deleterio per la nascente industria italiana. I nazionalisti rigettavano anche il liberalismo ed il marxismo, ed in ciò trovarono dei buoni alleati nei sindacalisti nazionali, che alla lotta di classe contrapponevano la collaborazione sociale e la convinzione che lo sviluppo della nazione avrebbe significato anche un aumentato benessere per le classi lavoratrici. Questo pensiero critico, antiegemonico, produttivista e corporativista, trovò il suo naturale sbocco nel fascismo, che una volta conseguito il potere riuscì a trasformare tali aspirazioni in azioni concrete. Nella sua volontà di emancipare la nazione Italiana dalla tracotanza delle “plutocrazie”, il fascismo mise in atto un rapido programma di sviluppo che mirava a rendere l’Italia il più autosufficiente possibile, permettendole così di conseguire uno sviluppo autonomo (o autarchico) senza la necessità di dover dipendere dai capitali e dalle importazioni straniere. Le politiche di sviluppo intraprese del fascismo permisero così all’Italia di ridurre le importazioni dall’estero, di incrementare la ricerca scientifica e tecnologica, nonché di raggiungere notevoli traguardi tali da porre le basi per il “miracolo economico” degli anni successivi.

Come era strutturato il corporativismo?
Il corporativismo fu concepito sia come filosofia sociale del fascismo – alla cui base spiccava la volontà di instaurare una solida armonia sociale – sia come nuova scienza economica capace di superare le teorie liberiste di Adam Smith e quelle collettiviste di Karl Marx e Friedrich Engels. I fascisti videro nel corporativismo una “terza via” alternativa al capitalismo ed al comunismo, e considerarono le corporazioni come il mezzo più efficace per subordinare l’economia agli scopi totalitari del fascismo. Per molti intellettuali, come Ugo Spirito, Arnaldo Volpicelli e Camillo Pellizzi, il corporativismo avrebbe dovuto soppiantare l’economia classica liberista ed imporsi come modello universale in tutto il mondo. Le corporazioni permisero al fascismo di creare una società fondata sull’armonico collettivo: la collaborazione tra le classi divenne una costante, mentre il conflitto veniva regolato da un’apposita Magistratura del Lavoro. Il lavoro venne dichiarato soggetto dell’economia, e si creò un’apposita Camera legislativa per permettere ai rappresentati delle categorie produttrici di incidere politicamente sulle decisioni economiche. Le classi sociali dovevano essere gradualmente fuse in un’unica categoria di Produttori, ed il salario sostituito dalla cosiddetta rimunerazione corporativa. Ancor prima della caduta del Regime e della nascita della RSI, vennero stilati progetti di legge per la socializzazione delle imprese, così da instillare sin nelle aziende il concetto di armonia, collaborazione e superamento di ogni egoismo e conflitto classista. È chiaro che tutto ciò era visto in funzione dello sviluppo e della crescita economica nazionale sotto l’egida dello Stato. Il totalitarismo fascista implicava infatti la graduale identificazione di privato e pubblico in nome della politicizzazione integrale dell’esistenza umana, ed il corporativismo ne fu il più efficace e necessario strumento.

Come si sviluppò l’economia delle colonie italiane in Africa?
Gian Luca Podestà ha definito con il termine di “colonialismo corporativo” il modello coloniale creato dal fascismo nelle colonie africane, rimarcandone soprattutto le differenze rispetto ai modelli colonialisti delle altre potenze europee. Nel modello corporativo fascista le colonie non erano considerate come semplici territori di sfruttamento, ma come spazi in cui insediare la propria civiltà, ossia dove poter creare una nuova Italia oltremare. In quest’ottica del tutto originale l’Impero dell’Africa Orientale Italiana doveva tendere all’autosufficienza economica, così da non gravare sulla madrepatria. Nella prima fase lo Stato fascista dovette intervenire massicciamente, discostandosi ancora una volta dai modelli colonialisti liberali, per finanziare la costruzione di infrastrutture e indirizzare i flussi demografici. Se, quindi, nei primi anni di colonialismo fascista l’Impero dell’A.O.I. gravò molto sulla spesa pubblica nazionale, nei mesi precedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale gli investimenti operati dal Regime stavano iniziando a dare i loro frutti: le importazioni nell’Impero cominciarono a calare, mentre le esportazioni aumentarono sia verso l’Italia che verso l’estero. La produzione di importanti prodotti alimentari coltivati nell’Impero era in costante aumento, e senza l’interruzione causata dalla guerra è molto probabile che i territori dell’A.O.I. sarebbero riusciti a raggiungere un notevole grado di autosufficienza economica. Anche in Libia il Regime intervenne massicciamente nello sviluppo dell’industria locale e nella progettazione e costruzione di insediamenti agricoli, incidendo sullo sviluppo dell’urbanizzazione e sulla creazione di un tessuto industriale gestito da italiani.