“L’economia medievale” di Alessio Fiore e Alma Poloni

Prof. Alessio Fiore, lei è autore con Alma Poloni del libro L’economia medievale. Un profilo storico (secoli V-XV), edito da Carocci: innanzitutto, quali sono le fonti per la storia economica medievale?
L'economia medievale, Alessio Fiore, Alma PoloniPer il primo periodo, cioè quello che va fino al X secolo, le fonti scritte per la storia economica sono decisamente poco numerose, con la parziale eccezione della fase carolingia, quando per un periodo relativamente breve, in particolare nel IX secolo l’uso sistematico dello scritto fa sì che disponiamo di un significativo set di testi. Ma a parte questo prezioso addensamento le fonti per questo periodo sono in buona parte fonti materiali. Gli ultimi decenni hanno infatti visto un perfezionamento delle tradizionali tecniche di indagine archeologiche, ma soprattutto sono stati caratterizzati dalla capacità di estrarre nuovi dati grazie all’uso della scienza. Le indagini sul DNA presente nei denti degli scheletri antichi; le ricerche sugli isotopi delle ossa che ci dicono di cosa il proprietario dello scheletro (umano o animale che sia) si è nutrito e dove lo ha fatto; i carotaggi dei ghiacciai alpini che ci forniscono dati raffinati sui cambiamenti climatici. Nella fase successiva le fonti scritte aumentano e dal XIII secolo assistiamo a un’autentica esplosione dei testi scritte, che aumentano esponenzialmente nel contesto di una società in cui il ruolo dello scritto cambia profondamente e si diffonde in ambiti nuovi, e ciò ci consente di leggere i processi economici in modo completamente diverso.

Quali linee di sviluppo ha seguito l’economia del medioevo europeo?
La storia economica dell’Europa non va letta come una traiettoria lineare e coerente che necessariamente conduce dalla fase di crisi successiva al collasso dell’impero romano d’Occidente al “trionfo” dell’età moderna. Deve essere invece vista come una vicenda complessa, fatta di fasi alterne, di crolli, di momenti di crescita, ma anche di stagnazione. Al grande take off economico del lungo Duecento segue ad esempio un cinquantennio di difficoltà, che culmina con la Peste di metà Trecento. È importante ricostruire queste dinamiche senza farsi influenzare troppo dagli esiti successivi. Il rischio è che sapere ‘come vanno a finire le cose’ deformi la nostra analisi e il nostro giudizio, impedendoci di capire i tratti chiave di un certo periodo.

Il punto di partenza cronologico della vostra analisi è il 400: perché solo prendendo questo punto come avvio è possibile comprendere le dinamiche dei difficili secoli immediatamente successivi?
Partire da questo momento è fondamentale perché solo prendendo questo punto come avvio è possibile capire le complesse dinamiche dei difficili secoli immediatamente successivi, che sono segnati da una ridefinizione ridefinizione degli assetti socioeconomici in forme decisamente non solo diverse, ma anche molto più semplici rispetto al mondo tardoromano, anche sotto il profilo della cultura materiale.

Che rilevanza hanno assunto le forme di interazione economica con le altre aree di civiltà?
Per gran parte del medioevo l’Europa occidentale va inoltre vista come la periferia sottosviluppata di un’area più progredita, che comprendeva ampie parti della grande massa di terra afro-eurasiatica, come la Cina o il Medio Oriente. Solo sul finire della nostra storia questa situazione, almeno in parte, cambia, e alcune aree europee possono essere forse considerate tra le più sviluppate del pianeta. E mentre nella prima fase gli scambi con le altre aree sono veramente ridottissimi, proprio perché l’Europa ha pochissimo da offrire, nell’ultima parte gli scambi (almeno con il mondo islamico) diventano decisamente più vivaci, anche se sia o ben lontani dall’esplosione cinquecentesca, le cui premesse si costruiscono tuttavia nel corso del Quattrocento.

In che modo termini e concetti tratti dalla scienza economica possono applicarsi all’economia medievale?
I modelli interpretativi elaborati degli economisti si basano sull’osservazione delle economie contemporanee, per le quali esiste un’abbondanza di dati quantitativi: sull’andamento della produzione agricola e industriale, delle esportazioni, del prodotto interno lordo, del reddito pro capite, e via dicendo. Chi studia il medioevo invece non ha a disposizione questi dati, se non, per alcune aree molto limitate, solo per le ultimissime fasi del medioevo, e sempre in forma frammentaria e problematica. Questo per quei problemi legati alla scarsità delle fonti di cui dicevo prima. L’uso dei concetti tratti dalla scienza economica sarà quindi sempre un po’ impressionistico e arbitrario, fondato sull’osservazione di indizi, in un modo che probabilmente farebbe storcere il naso a molti economisti “puri”. Tuttavia rinunciare a questi strumenti concettuali non è pensabile, perché le teorie degli economisti ci aiutano a porre domande non scontate alle nostre fonti, a intuire connessioni tra processi in apparenza scollegati, a dare forma e senso ai fenomeni che osserviamo. Insomma a interpretare la realtà economica senza limitarci a esporre una serie di fatti.

Quando e come nasce l’economia di mercato?
Il mercato come modo di organizzare gli scambi è ovviamente molto antico. A cambiare, nel corso della storia, è il peso di quella forma di organizzazione degli scambi rispetto ad altre, come il dono e la reciprocità, o ancora la redistribuzione, in cui un vertice raccoglie beni e servizi all’interno del corpo sociale e poi li distribuisce. Per esempio nell’alto medioevo possiamo vedere come il ruolo del mercato, pur presente, sia comunque limitato rispetto alle altre forme di organizzazione degli scambi economici. Solo dopo il 1000 il ruolo del mercato inizia progressivamente ad aumentare, ma solo dopo il 1300, almeno nelle grandi città commerciali, come Barcellona o Genova, possiamo immaginare economie in cui il ruolo del mercato è dominante. Se alla fine del Medioevo il mercato è ben lontano dal dominare le campagne europee il suo ruolo è comunque enormemente più importante rispetto a 500 anni prima. Inoltre vediamo che anche il mercato non è qualcosa di ‘puro’ ma è comunque incorporato dentro le relazioni sociali, che lo condizionano enormemente,

In che modo lo studio dell’economia del medioevo ci aiuta a comprendere il mondo contemporaneo?
Come dicevo prima capire che nel passato persino lo scambio “puramente” commerciale aveva in realtà una dimensione sociale predominante ha portato a rileggere, con occhi nuovi, anche il nostro presente. Cos’ negli ultimi decenni sono diventate sempre di più le analisi di economisti e sociologi economici che hanno dimostrato che anche oggi quello del mercato impersonale sia un mito; un’astrazione teorica sempre meno utile, e mettono quindi in discussione la sua applicabilità ai concreti processi economici. Al contrario si è messa in luce l’importanza fondamentale nelle economie contemporanee delle relazioni sociali e di valori non riducibili a una pura razionalità economica, come la fiducia, la fedeltà, la reputazione, essenziali per esempio nel funzionamento nei network di aziende, una realtà sempre più rilevante nel mondo postmoderno. Tutte cose che emergono come centrali nell’analisi dell’economia premoderna. Vedere e analizzare la complessità del passato è quindi un passo indispensabile per riconoscere la complessità del presente in cui siamo immersi, demistificando le letture semplicistiche. Inoltre capire il passato, e con esso la pluralità di modi con cui la società può organizzare la sfera economica, ci fa comprendere che il nostro modo di strutturare l’economia non è necessario o inevitabile, e che è pensabile un futuro diverso da un’estremizzazione dei modelli di funzionamento osservabili nel nostro presente.

Alessio Fiore si è formato presso le università di Torino e Pisa. Oggi insegna Storia medievale all’Università di Torino. Si occupa di forme del potere locale e di funzionamenti economici nel medioevo. Tra i suoi lavori Signori e sudditi (Spoleto 2010); Il mutamento signorile (Firenze 2017). Recentemente ha curato anche (con Sandro Carocci) Building and Economic Growth in Southern Europe (Turnhout 2024).

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